Piazzetta Rizzoli 1: abitare un museo, abitare un luogo 

La mostra Piazzetta Rizzoli 1 al Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese (TN), da pochi mesi diretto da Elsa Barbieri, ci invita a riflettere sul concetto di abitare come rapporto mutevole tra spazio e tempo attraverso i lavori di nove diversi artisti: Robert Bosisio, Lorenzo Gnata, Edson Luli, Martina Melilli, Fulvio Morella, Gabriele Napoli, Daniel Spoerri, John Torreano e Joe Zucker. 

«Abitare un museo è possibile? Tra essere in museo ed essere al museo sussiste una differenza?»È con queste domande, poste nell’introduzione del curatore nel catalogo della mostra Piazzetta Rizzoli 1, che Elsa Barbieri — da pochi mesi alla direzione del Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese (TN) — ci invita a riconsiderare il nostro rapporto con lo spazio espositivo. Domande che invitano immediatamente il fruitore a percepirsi parte di uno spazio, sollevando riflessioni sul luogo, sul tempo, sull’identità, sulla convivenza. E, soprattutto, sull’appartenenza. 

La collettiva, visitabile fino al 29 giugno 2025, riunisce i lavori di nove artisti — Robert Bosisio, Lorenzo Gnata, Edson Luli, Martina Melilli, Fulvio Morella, Gabriele Napoli, Daniel Spoerri, John Torreano e Joe Zucker — portatori di sguardi eterogenei per origine, linguaggio, generazione. Eppure, ciò che emerge è una convivenza armonica, una riflessione condivisa sul tema dell’abitare: che si tratti di uno spazio fisico, di un corpo, di una memoria, di un territorio. 

IL MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA DI CAVALESE E LA SUA COMUNITA’ 

Per me, che in questo paesino di quattromila anime ci sono nata e cresciuta, abitare questo spazio non è un concetto teorico. È una memoria che si è depositata negli anni: nelle abitudini, nelle strade, nelle persone, persino negli odori. Il Museo d’Arte Contemporanea è stato il punto fermo della mia educazione artistica sin dalla scuola materna e, anche oggi che vivo lontano, riesco a visualizzarlo ancora prima di entrarci, nonostante anche lui – come tutto – abbia cambiato, e continui a cambiare, forma. «You can’t go home again» scriveva Thomas Wolfe: «non si può davvero tornare a casa». E in parte è vero: le cose cambiano, le persone anche. Ma c’è qualcosa, nei luoghi che ci hanno formato, che continua a parlarci con una voce familiare, anche quando li attraversiamo con occhi diversi. 

La mostra si muove proprio su questo crinale: abitare non come stasi, ma come rapporto mutevole tra spazio e tempo. Ogni opera è una presenza, e ogni presenza solleva domande: perché qui, ora? Che legame esiste tra un lavoro e l’altro, tra loro e chi li guarda?Lo stesso vale per una comunità come quella di Cavalese: c’è chi ci è nato, chi ci è arrivato per caso, chi per vocazione, chi sta solo aspettando di andarsene. Ci sono persone che si sentono del posto e altre che, pur nate qui, si sentono estranee. Piazzetta Rizzoli 1 diventa così non solo il nome della mostra, ma una metafora di convivenza: una casa temporanea fatta di voci, forme e linguaggi diversi che condividono lo stesso indirizzo, almeno per un po’.  

“Piazzetta Rizzoli 1”, installation view, Museo Arte Contemporanea Cavalese. Ph. Erjola Zhuka

LA MOSTRA 

Il percorso espositivo si apre in modo silenzioso ma avvolgente: un sentiero olfattivo, composto da cortecce e legni locali, guida lo spettatore tra le opere e lo radica nello spazio. Un’esperienza immersiva, in cui anche il suono è protagonista. Fiammazze, l’opera sonora di Martina Melilli, si diffonde in tutto il museo: un collage di voci, storie reali o immaginate, narrate e sonorizzate da donne della Val di Fiemme che abbracciano e attraversano il fruitore durante la sua visita. Ogni suono — un sospiro, un bisbiglio, una risata — diventa espressione di un’identità, di un modo di abitare il territorio. 

Il tempo, nella sua dimensione percettiva e simbolica, è al centro dei lavori di Edson Luli. Alcuni orologi, privati delle lancette, sono attraversati da domande che sfidano il visitatore a riconsiderare il proprio presente. Sempre Luli, con una scritta al neon su un materasso — It takes two to know one — suggerisce che la comprensione, anche di sé, richiede uno scambio tra due persone. In un’esposizione che parla di coabitazione, è un invito implicito a lasciarsi attraversare. 

“Piazzetta Rizzoli 1”, installation view, Museo Arte Contemporanea Cavalese. Ph. Erjola Zhuka

Ogni artista abita il museo a modo proprio. Gabriele Napoli, con la sua pittura materica, restituisce corpi e riti in composizioni intense e tattili. Robert Bosisio espone due ritratti in dialogo, che richiedono uno sguardo ravvicinato, lento, per rivelare le loro sfumature. Daniel Spoerri propone due assemblage scultorei — Der BodyBuilder e Die Schnattergosche — che si fronteggiano e obbligano il visitatore a passare tra loro, entrando fisicamente nella scena, avvicinandosi all’opera, sentendosi quasi in dovere di sfiorarla per comprenderla meglio. 

Joe Zucker costruisce nature morte con batuffoli di cotone imbevuti di colore, mentre John Torreano ci propone strutture geometriche sfaccettate, incastonate nella splendida cornice delle montagne di Fiemme. Fulvio Morella presenta invece un autoritratto non visivo, ma tattile: una scultura ovale in cui la parola “autoritratto” è incisa in braille in quattro lingue, leggibile solo con le mani. Una presenza muta e precisa. 

Last bus not least – come direbbero gli inglesi – Alla fine del bosco di Lorenzo Gnata: un intreccio in PLA modellato con una penna 3D, che si estende nello spazio come un’armatura, una ramificazione organica. Un’opera che non si limita a stare, ma si espande, suggerendo che abitare significa anche lasciare tracce, occupare, trasformare. 

Piazzetta Rizzoli 1 è dunque un indirizzo, ma anche un’idea. Un punto da cui osservare come si abita un luogo, una mostra, un tempo. Un invito a sentirsi parte di qualcosa, anche solo per la durata di una visita a un museo. 

LINK
  • https://www.museoartecontemporaneacavalese.tn.it/Mostre-ed-eventi/Mostre-in-corso/Piazzetta-Rizzoli-1
Martina Bazzanella
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