L’arte è un peluche o un drago a sette teste? In questo appuntamento alla scoperta dei talenti del Brasile, Matteo Bergamini ci fa incontrare Rommulo Viera Conceição, di formazione geologo e straordinario artista, che ci parla di paesaggio, razza, religione, e della difficoltà di essere artisti di successo al giorno d’oggi.
Rommulo Viera Conceição (1968), è baiano, geologo di formazione, professore all’Università Federale del Rio Grande do Sul, e ama guidare. Vive da tempo a Porto Alegre, ma adora São Paulo, dove ha partecipato alla Biennale del 2023 con una installazione composta di vari elementi che esplorava la possibilità d’incontro tra architetture apparentemente divergenti – come quelle che compongono il paesaggio urbano del Brasile, ridefinendo quelli che sono i concetti di uno stile “nazionale”. Ancora a São Paulo, l’artista è rappresentato dalla galleria Aura e le sue opere fanno parte delle collezioni della Pinacoteca e del Museu Afro Brasil Emanoel Araújo, solo per citarne alcuni. Ci incontriamo per la prima volta a Rio de Janeiro, in una caffetteria chiassosa come solo nella “città meravigliosa” può essere. Ma, subito, il rumore svanisce con le parole di Rommulo: un uragano di riflessioni sull’arte, l’ecologia, il paesaggio, la politica e le emozioni.
Così, di botto, cominciamo.
«Credo che la natura non esista. È sempre una creazione umana».
Stai pensando al concetto di paesaggio? Ma poi, cos’è un paesaggio? Cosa lo definisce?
Di solito, quando si parla di paesaggio, si pensa a qualcosa di ampio, vastissimo, che include tutto ciò che è costruito…
O no. Credo che quando si parla di paesaggio, la prima cosa che viene in mente sia l’idea di natura...
Io astraggo proprio questo, elimino quello che chiamo l’intervento umano. Però, oggi, penso che persino quel paesaggio naturale—alberi, terra, colline—sia una costruzione dell’uomo. Prendi l’Amazzonia, per esempio: da quello che so, esiste una “costruzione” della foresta; i popoli nativi che vivevano lì hanno plasmato quell’ambiente, piantando, raccogliendo e spostandosi per far riposare la terra.
Allora questo paesaggio, in fondo, è una proiezione?
Piuttosto una costruzione, sempre. Purtroppo, non è mai sé stesso; io non riesco a guardarlo in modo puramente contemplativo, tanto più che non capisco chi, di questo paesaggio, ne fa mercato, caricandolo di altre funzioni…
Anne Cauquelin, nel libro L’invenzione del paesaggio, mostra come ci sia stata un’idealizzazione della natura per inaugurare una pratica pittorica che ha finito per influenzare le nostre categorie cognitive e spaziali...
Ma resta imperfetto, esattamente come il concetto di Antropocene. Per datare l’inizio di questa era, servirebbe un registro geologico planetario, mentre si fa risalire alla Rivoluzione Industriale: eppure, già con l’arrivo dell’uomo, innumerevoli cose sono state spazzate via. Quindi, da quando l’uomo esiste, la natura intoccata non è mai più esistita. Faccio un parallelo con la diaspora africana in Brasile: certo, c’è stata per via della schiavitù, ma oggi non abbiamo più nulla che ci colleghi a quell’Africa, anche se molti la rivendicano a tutti i costi. Nel mio caso, l’unico legame è il colore della mia pelle.
Sai di essere molto controcorrente, vero?
In questo senso, sì. Ma io mi percepisco semplicemente come un brasiliano nero, non ho modo di identificarmi con gli antenati: non conosco le lingue africane, né il pensiero, né le fedi. Sarebbe come attribuire a te una discendenza nord-europea solo perché sei bianco…
È un punto di vista molto interessante. Perché rimanda a quella che, per me, è un’altra forma di colonizzazione: quella del capitalismo, della necessità di segmentare il pubblico per creare nuovi “mercati”...
È esattamente lì che il sistema funziona. Pensa alla religione: Dio è una costruzione umana; se io morissi e se tutta la civiltà morisse, Dio morirebbe con noi. Allora, cos’è questo paesaggio, se non qualcosa sempre costruito da noi, dall’uomo? Devo costruire, materializzare una figura che mi somigli, per aiutarmi a spiegare ciò che non abbiamo mai compreso.
Costruire, dare forma all’astrazione?
Esatto. Questa capacità di costruzione astratta che abbiamo vale sia per la matematica sia per il concetto di Dio. Ho seguito una tesi dedicata al significato dello zero: gli arabi lo hanno inteso, mentre i romani non riuscivano a contare proprio per la sua mancanza, erano limitati dalla sua assenza. E poi, seguendo la storia del Cristianesimo, Dio costruì il mondo riempiendolo di cose, ma non creò il vuoto; forse è il diavolo ad averlo fatto. Ed è questo che mi affascina del pensiero dello spazio: cos’è lo spazio in sé? Cosa ti separa da me? Dov’è il limite che definisce lo spazio tra il tuo corpo e il mio? C’è un contorno vuoto intorno a te, alla tua pelle, alla tua maglietta. È un luogo così sottile: quello dev’essere lo spazio!
Alcuni chiamano “aura” questo infinitesimo...
Io sono più interessato all’elemento fisico che crea il contorno, alla differenza di spessore di ciò che ti circonda. Sono materiali con densità diverse a farmi vedere un limite nel tuo corpo, dentro quest’atmosfera…
È in questo percorso che hai distinto tra spazio e luogo?
Esatto: nel momento in cui manipolo lo spazio e lo rendo familiare, lo trasformo in luogo. Una casa è uno spazio, ma per diventare “casa” devo inserirvi i miei elementi; l’uomo trasforma sempre lo spazio in luogo perché ha bisogno di viverci. E la natura, nel bisogno di farsi “casa” dell’uomo, ha smesso di essere naturale. Nulla sarà mai genuinamente originale dopo l’uomo—guarda cos’è oggi la ricerca dell’Africa…
Immagino tu voglia continuare coi temi scottanti...
[Ride] Penso solo che la ricerca di quell’“Africa originale”, che non esiste più, sia una perdita del sé. Anzi, in questa ricerca mi trasformo in europeo: la traiettoria dell’antenato, di ciò che mi “certifica”, è una cosa totalmente europea. Non voglio legittimarmi a partire dalle mie origini, ma in base a ciò che faccio oggi. Non so come sia diventato quello che sono, ma quale dovrebbe essere il mio riferimento, essendo io nero? Quello di un passato di sottomissione?
Perdonami, Rommulo, ma milioni di brasiliani neri oggi cercano qui le proprie radici...
Ma io voglio andare altrove. Posso parlare di quelle radici e di quella contaminazione nell’arte, ed è per questo che c’è quella colonna greca, per questo inserisco quel pastiche che contiene tutti gli stili e nessuno: è una bizzarria, come le onde giapponesi dentro la cultura brasiliana…
Bizzarro forse sì, ma stai usando metafore...
Anche. Credo che la metafora sia la materia stessa dell’arte. Il problema dell’arte è che non ha una giustificazione certa, mentre tutto il resto ce l’ha; persino la filosofia. L’arte, la poesia, non hanno le regole del gioco.
Allora, ricominciamo: ti sei laureato in geologia. L’arte è arrivata dopo?
È venuta prima, ma non potevo dedicarmici—non avevo i soldi per una scuola d’arte, non esisteva come opzione.
Ma anche geologia è una disciplina molto speciale...
La mia comprensione del mondo viene tutta da lì. È qualcosa di distante dal mondo reale, ma non è un’astrazione. Perché? Perché tutti i fenomeni possono essere circoscritti in condizioni calcolabili o simulabili in laboratorio. Ci sono, ovviamente, le loro complessità, ma il fisico le elimina per comprendere il fenomeno. Il geologo arriva subito dopo per avvicinarsi e tentare di ricostruirlo nella sua interezza.
La mia prossima domanda era proprio questa: trasli questo approccio anche all’arte?
Sì, ma non troverai mai elementi geologici nelle mie opere, nonostante anche la geologia finisca in un disegno, per quanto astratto possa sembrare…
Hai detto che la tua conoscenza del mondo viene da lì: l’ho trovato interessantissimo, perché è un accesso completamente diverso anche alle arti visive...
Credo che, nonostante l’arte sia arrivata prima, la geologia mi abbia dato qualcosa che nessuno potrà mai togliermi, qualcosa di fantastico: il modo di guardare il mondo.
Come guarda il mondo un geologo?
Potrei dirti, per esempio, che ho la capacità di astrarre e, allo stesso tempo, di vedere tutto nella sua “realtà”: so da dove viene quell’oggetto, quel vetro, come è nata quella plastica che riveste l’interno di quel recipiente… Non riesco nemmeno a guardare la natura senza farlo come geologo.
È interessante questo modo di pensare geologicamente, senza necessariamente cadere nella trappola di inscenare un lavoro “esteticamente geologico”...
La gente mi chiede dove sia la geologia nel mio lavoro, pensando che dovrei usare argilla, sabbia e mattoni. Perché? Per recuperare una ancestralità? L’Arte Povera l’ha già fatto, e gli artisti italiani l’hanno fatto meglio di quanto potrei fare io. Perché rifarlo?
Rommulo, sai che oggi non è facile parlare di queste cose...
Perché oggi la critica non esiste più; l’hanno uccisa di proposito. L’arte a volte è un peluche, altre volte un drago a sette teste. Quando il sistema si è reso conto che era il momento di ripensare tutto, ha scelto di uccidere il drago e tenersi il peluche della normatività, del lavoro dipendente—dove anche il curatore deve trovare i soldi per far sopravvivere i suoi progetti…
Quando hai davvero iniziato a lavorare come artista?
Le scuole tecniche in Brasile, almeno a Salvador, un tempo avevano un liceo artistico. L’ho frequentato per quattro anni; disegnavo già e volevo dedicarmici, ma non ho mai avuto il coraggio di farne una professione. Così ho scelto geologia e, dopo la laurea, sono partito per un master in Australia. Lì, a un certo punto, sentii un vuoto creativo e allestii un atelier in casa, tornando a lavorare compulsivamente con la carta. Stranamente, quando ripresi l’arte, molte cose della geologia che non capivo si chiarirono: si sbloccò tutto. Fu un’esplosione. Feci persino una mostra, ma quando portai l’invito al mio relatore, mi guardò sconcertato chiedendomi se fossi lì per lavorare o per giocare: in quel caso, non mi avrebbe più seguito…
A quanto pare non era molto artistico...
[Ride] Decisamente no. Fortuna che capii, dentro di me, che una passione salvava l’altra. Di ritorno in Brasile, mi sono accettato come artista.
E hai iniziato dipingendo?
Ripresi a disegnare compulsivamente, ma caddi in depressione: ero senza lavoro, avevo lasciato la mia compagna, ero coinvolto con un uomo che rifiutava la propria omosessualità, e avevo già 30enni. Fu un periodo buio, ma allora la depressione non aveva l’attenzione di oggi. Disegnare mi calmava, ma non volevo che la mia arte fosse una terapia: per me l’arte è la costruzione di una scelta, un lavoro vero e proprio.
Ora, parliamo un po’ di Porto Alegre, la città che hai scelto per vivere...
All’epoca volevo stabilirmi in Minas Gerais, ma non andò bene, e così finii a Porto Alegre. Venticinque anni fa era una città d’avanguardia, potente e ricca. Alla fine degli anni ’90 entrai nel Torreão, un istituto simile al Parque Lage [Scuola di Arti Visive, Rio de Janeiro, ndr], fondato dall’artista Jailton Moreira: devo tutto a lui. Jailton aprì, in senso figurato, la mia testa per mostrarmi cos’è l’arte: tutto ciò che avevo fatto fino ad allora era solo un esercizio. E credo non esista nessuna “illuminazione”, sai? Un giorno, semplicemente, esprimi ciò che sei. In quel momento mi compresi e iniziai a partecipare a bandi che, poco a poco, cambiarono la mia vita: Rumos Itaú Cultural, FUNARTE, diverse candidature al Prêmio Pipa…
Lavori con media molto diversi, ma i materiali delle tue installazioni sono tutti “perfetti”...
Ho iniziato con l’MDF, poi PVC e ora l’alluminio—che è fantastico, quasi non si ossida, ma i tagli costano. Però il materiale in sé non m’interessa: voglio solo un risultato impeccabile. Ho un’ossessione per la perfezione, per finiture dove non si vede la mano dell’artista.
Lavorare artisticamente il PVC non è comune, no? Specie oggi, con il mondo che condanna la plastica...
Guarda tutto ciò che ti circonda. Tutto. Dovremmo smetterla di bruciare petrolio, quello sì: l’inquinamento peggiore è veicolare e industriale. Ma il problema non è il polimero in sé. Inoltre, i miei lavori usano plastica riciclata, riducendo l’impatto.
Pensi che questa ossessione per il finito sia il tuo marchio?
Forse… Scusami, sembro pazzo: sono sempre inquieto, dentro una ricerca eterna. I miei matrimoni finiscono sempre così.
Anche i miei flirt [ridiamo, ndr]
Eppure, non vedono che sono la persona più grata al mondo. Ho una gratitudine profonda per la vita, anche se mi logoro continuamente…
Tornando a ciò che hai detto poco fa: non hai quelle “illuminazioni creative”?
Vorrei! Ma per me non esistono. Vorrei stare in spiaggia ad aspettare l’ispirazione, ma la verità è che devi lavorare perché arrivi. Magari ti colpisce camminando, ma solo perché hai lavorato.
Tornando alla tua traiettoria più istituzionale che commerciale: le tue opere sono in molte collezioni—Pinacoteca, Museo Afro Brasil Emanoel Araújo, Inhotim...
E ne sono grato, ma queste opportunità sono nate da situazioni bizzarre: l’invito a Inhotim arrivò mentre stavo per mollare…
Mollare, davvero?
Esatto. I costi di produzione erano altissimi. Stavo cercando di ridurli, angosciato: nonostante il riconoscimento istituzionale, la mia carriera non decollava. In più, persi il compagno, entrai in una crisi folle. Ma avevo come un ultimo desiderio: volevo vedere tutte le mie opere montate insieme.
Nel tuo atelier non potevi?
A quell’epoca vivevo in un appartamento, senza atelier. Smontavo tutto e archiviavo. Così, mi candidai a un bando per un salone a Brasília, gestito da Renata Bittencourt—che divenne in seguito direttrice artistica dell’Istituto Inhotim. Vinsi il bando, allestii la mostra, e una settimana dopo suonò il telefono: mi stavano invitando a realizzare un’installazione nel parco. Nacque così O espaço físico pode ser um lugar abstrato (2021), dove tutto si mescola: elementi armonici, in conflitto, con colori che mascherano identità architettoniche e culturali. L’architettura è sempre politica. L’opera doveva essere temporanea ma è stata acquisita ed è diventata permanente. E ha cambiato la mia vita.
E ora, Rommulo?
Ora? Ora voglio che il mercato si seduca di me, si innamori. La vendita in fondo è ferormone, eccitazione; la seduzione, certamente, ha un livello più alto.
LINK
- https://www.instagram.com/rommulo_vieira_conceicao/
Tropical Studio #11. O espaço subtil da arte, por Rommulo Viera Conceição
Rommulo Viera Conceição (1968) é baiano, geólogo de formação, professor na Universidade Federal do Rio Grande do Sul, e ama dirigir. Há muito tempo mora em Porto Alegre, mas adora São Paulo, onde tem participado da Bienal de 2023 com um conjunto escultórico que mostrava a possibilidade de encontros de marcos arquitectónicos aparentemente divergentes – como são os que constroem a paisagem urbana do Brasil todo, ressignificando os diferentes conceitos de estilo “brasileiro”. Em São Paulo as obras de Rommulo estão no acervo da Pinacoteca e do Museu Afro Brasil Emanoel Araújo, enquanto, ainda na mesma cidade, o artista trabalha com a galeria Aura. Encontramo-nos pela primeira vez no Rio de Janeiro, tomando um café em uma lanchonete barulhenta como só pode ser na Cidade Maravilhosa. Porém, de repente, os ruídos desaparecem pelas palavras do artista: um furacão em ação sobre os temas da arte, da ecologia, da paisagem e também da política e dos sentimentos. Assim, começamos. «Eu acho que a natureza não existe. É sempre uma criação humana».
Então você está pensando na paisagem? Inclusive, o que é uma paisagem? O que a define?
Geralmente quando a gente fala de paisagem, a gente pensa em uma coisa ampla, muito grande, a incluir tudo o que é construído.
Ou não. Acho que quando se fala em paisagem, a primeira coisa que vem é a ideia de natureza…
Eu abstraio justamente isso, tiro o que eu chamo de construção humana. Porém, hoje em dia, acho que mesmo essa paisagem natural, árvore, terra, morro…seja uma construção do homem. Pense na própria Amazônia, por exemplo: pelo que eu sei existe uma construção da floresta; os povos nativos que estavam ali acabaram construindo aquele ambiente, plantando, colhendo e se deslocando para dar descanso à terra.
Então, o que é essa paisagem, afinal? Uma projeção?
Uma construção, sempre. Infelizmente, ela nunca é ela mesma. De fato, eu não consigo olhá-la de forma somente contemplativa. Mesmo porque eu não entendo quem dessa paisagem faz mercê, carregando-a de outra função…
Anne Cauquelin, no livro A invenção da paisagem, mostra de que maneira houve uma idealização da natureza, para inaugurar uma prática pictórica que acabou por influenciar nossas categorias cognitivas e espaciais…
De qualquer forma, é imperfeito, exatamente como acontece com o conceito de Antropoceno. Para ter uma data de começo dessa era, seria preciso ter colocado um registro geológico planetário, enquanto o seu princípio se data pelo começo da Revolução Industrial: porém, já com a chegada do homem, dizimaram-se inúmeras coisas. Enfim? Desde que o homem existe, a natureza intocada nunca mais existiu. Eu faço o paralelo da diáspora africana no Brasil: houve, claro, por causa do escravagismo, mas hoje em dia não temos mais nada que nos conecte àquela África, embora uma multidão reafirme essa posição a todo custo e a todo momento. No meu caso, a única união é pela cor da minha pele.
Ah, você está muito contra-corrente, não é?
Nesse sentido, sim. Eu, simplesmente, percebo-me como um brasileiro negro, mas não tenho como me identificar com os antepassados: não conheço as línguas africanas, nem os pensamentos, nem os Deuses. Seria como chutar em você uma descendência norte-europeia, só por você ser branco…
É muito interessante esse seu ponto de vista. Porque remete ao que, para mim, é uma outra forma de colonização que vem do capitalismo, da necessidade de parcelar os públicos e, assim, criar demais “mercados”…
É exatamente ali que o sistema funciona. Pense na religião: Deus é uma construção humana; se eu morrer e se toda a civilização morrer, Deus morre junto conosco. Então, o que é essa paisagem, se não algo sempre construído por nós, pelo homem? Eu tenho que construir, materializar uma figura que se aproxime de mim, para me ajudar nas explicações que nunca tivemos.
Construir, dar uma forma à abstração?
Exatamente, essa capacidade de construção abstrata que temos, vale tanto para a matemática quanto para o conceito de Deus. Eu assisti uma tese dedicada ao significado do zero: os árabes construíramo zero, enquanto os romanos não conseguiam contar por falta dele, aliás, eram contas limitadas pela sua ausência. Ora, lembrando a história do Cristianismo, Deus construiu o mundo colocando coisas nele, mas não construiu o vazio; talvez o diabo é quem o construiu, mas é isso que me fascina no pensamento do espaço: o que é o espaço em si? O que te separa de mim? Onde está o limite que define o espaço entre o teu corpo e o meu? Existe um contorno vazio em volta de você, da sua pele, da sua camisa. É um lugar tão fininho: aquele deve ser o espaço!
Algumas pessoas chamam este ínfimo de “aura”…
Eu estou mais interessado na coisa física que cria um contorno, uma diferença de densidade entre o que está em volta de você. São materiais com densidades diferentes que fazem com que eu veja um limite no seu corpo, dentro dessa atmosfera…
É dentro desse caminho que você diferenciou o que é espaço e o que é lugar?
Exatamente: na medida em que eu mexo no espaço e o torno familiar, transformo-o em lugar. Por exemplo, uma casa é um espaço mas, para que vire lar, tenho que botar nele os meus elementos para transformá-lo; o homem está sempre transformando o espaço em lugar. Porque ele precisa conviver nele. E a natureza, na necessidade de virar lar, acabou para não ter mais nada de natural. Nada vai ser genuinamente original depois que o homem apareceu, veja o que é hoje a busca da África…
Acho que você queira continuar nos assuntos quentes…
[Risas, ndr] Eu somente penso que a busca dessa “África original”, que já não existe mais, é mais uma perda do próprio eu. Aliás, nessa busca eu me transformo em um europeu: a trajetória do antepassado, do que me “certifica”, é uma coisa totalmente europeia. Eu não quero me legitimar pelas minhas origens, mas pelo que faço hoje. Eu não sei como é que eu acabei sendo o que eu sou, mas qual é a referência que deveria ter, por eu ser negro? A de um passado de subserviência?
Perdoe-me, Rommulo, mas há milhões de brasileiros, pretos, que hoje em dia buscam as próprias raízes…
Mas eu quero ir a outro lugar. Eu posso falar dessas raízes e dessa contaminação na arte, e é por isso que está lá aquela coluna grega, por isso que coloco aquele pastiche que é todos os estilos e nenhum; é uma bizarrice, como as ondas japonesas dentro da cultura brasileira…
Bizarro até poderia ser, mas você está utilizando metáforas…
Também. Eu acho que a metáfora seja a matéria da arte mesmo. O problema da arte é que não tem uma justificativa certa, enquanto todo o resto tem; inclusive, a filosofia tem. A arte, a poesia, não têm as regras do jogo.
Então, vamos recomeçar: você se formou em geologia. A arte veio depois?
Veio antes, mas não podia meter-me na arte, não tinha dinheiro para colocar-me em uma escola de arte, não existia.
Mas a geologia também é uma disciplina superespecial…
A minha compreensão de mundo vem toda dela. É uma coisa que está distante do mundo real, mas não é uma abstração. Por quê? Porque todos os fenômenos conseguem ser circunstanciados em condições possíveis de serem calculadas ou de serem simuladas em laboratórios. Existem, claro, as próprias complexidades, mas o físico as tira para poder entender o fenômeno. O geólogo, aparece logo em seguida para se aproximar mais dele e tentar reconstruí-lo na sua complexidade.
A minha próxima pergunta era exatamente essa: você transporta essa aproximação também à arte?
Sim, mas você nunca vai ver elementos geológicos lá, embora a geologia acabe em um desenho, por mais abstracto que pareça…
Você disse que o seu conhecimento do mundo veio da geologia: achei isso muito interessante
por ser exatamente uma entrada completamente diferente também às artes visuais…
Eu acho que, embora a arte tenha vindo na frente, a geologia me deu uma coisa que eu acho que ninguém me tira, fantástica para mim: a maneira de enxergar o mundo.
Mas como olha o mundo um geólogo?
Poderia dizer, exemplificando, que tenho capacidade de abstrair e, contemporaneamente, de ver tudo na sua “realidade”: eu sei de onde vem aquela coisa, aquele vidro, como nasceu aquele plástico que está envolvendo a parte interna daquela vasilha… Eu nem consigo olhar a natureza sem ser geológico.
Bom, é muito interessante essa coisa de pensar geologicamente, sem necessariamente cair na armadilha de encenar um trabalho “esteticamente geológico”…
As pessoas me perguntam onde é que está a geologia no meu trabalho, por que acham que eu deveria utilizar barro, argilinha, areia, tijolos. Porque? Para recuperar uma ancestralidade? A Arte Povera já fez isso, vocês já fizeram melhor do que eu poderia fazer. Para que refazê-lo?
Rommulo, você sabe que não é fácil falar dessas coisas, hoje em dia.
Porque hoje em dia não há mais a crítica; mataram-na de forma proposital. A arte uma hora é um bicho de pelúcia, mas, a outra hora, torna-se um dragão de sete cabeças. Quando o sistema se deu conta que tinha chegado o momento de repensar em tudo, escolheu matar o dragão e ficar com o bicho de pelúcia da normatividade, do trabalho de empregado onde o curador, inclusive, tem que achar o dinheiro para os seus projetos sobreviverem…
Quando você começou de fato a trabalhar como artista?
A escola técnica do Brasil antigamente, pelo menos em Salvador, tinha um liceu de artes. Cursei-o durante quatro anos; já desenhava e queria aquilo para mim, mas nunca tinha a coragem de assumir esse desejo como profissão. Assim, escolhi geologia e, após a formação, fui fazer um mestrado na Austrália. Lá, em certo momento, senti muita falta da criação e resolvi montar um ateliê onde eu morava, voltando compulsivamente a trabalhar com papel. Por incrível que pareça, quando voltei à arte, esclareceram-se muitas coisas que não entendia da geologia: destravou. Foi uma explosão. Fiz até uma exposição, mas quando levei o convite ao meu orientador ele me olhou desconcertado, perguntado-me se eu estivesse naquele lugar para trabalhar ou para brincar: nesse caso, ele não me orientaria mais…
O seu orientador, pelos vistos, não era muito artista…
[risas, ndr] Definitivamente, não era. Sorte que eu entendi, dentro de mim, que aquilo salvou o outro. Quando voltei ao Brasil, assumi-me como artista.
E você começou pintando?
Comecei a desenhar de novo, compulsivamente, mas me deprimi: afinal, não tinha emprego, separei-me da minha ex-mulher, conheci um cara que não aceitava a própria homossexualidade e eu já estava nos 30. Foi um período de depressão, mas naquela época a depressão não tinha o significado que tem hoje em dia. Desenhar, de fato, deixava-me mais calmo, mas eu não queria que a minha arte se tornasse terapêutica: para mim a arte é a construção de uma escolha, um trabalho mesmo.
Agora, vamos falar um pouco sobre Porto Alegre, cidade que você escolheu para viver…
Naquela época queria estabelecer-me em Minas, mas não deu certo, e assim fui para Porto Alegre. Vinte e cinco anos atrás era uma cidade muito vanguardista, muito forte e muito rica. No final da década de 1990 entrei no Torreão, um instituto tipo o Parque Lage [Escola de Artes Visuais, no Rio de Janeiro, ndr], criado pelo artista Jailton Moreira: eu devo tudo a ele. Jailton entrou na minha cabeça e a abriu para me mostrar o que era a arte: tudo o que eu tinha feito até aquele momento era um exercício, só um exercício mesmo. Inclusive, eu acho que não existe nenhuma “iluminação”, sabe? Num belo dia, você simplesmente expressa o que você é. Naquela hora me entendi e comeceia participar de vários editais que, devagar, mudaram a minha vida: participei do Rumos Itaú Cultural, da FUNARTE, fui indicado ao Prêmio Pipa varias vezes…
Você trabalha com mídias muito diferentes, mas podemos definir todos os materiais que compõem as suas instalações como “muito perfeitos”…
Comecei a trabalhar com o MDF, cheguei ao PVC e agora estou no alumínio: é um muito legal, quase não oxida, mas é muito caro por causa dos cortes. Porém, o material em si não me interessa muito, o que eu quero é um ótimo acabamento final: eu tenho uma obsessão pela perfeição, por aquelas finalizações onde você não vê a mão do artista.
Trabalhar plasticamente com o PVC não é tão comum, não é? Especialmente hoje em dia, com o mundo todo condenando o plástico…
…Olha para tudo que está entorno de você. Tudo. Eu acho que deveríamos parar de queimar petróleo, isso sim: a maior poluição atmosférica é veicular e aquela que gera energia, a que abastece as cidades, mas o problema não é o polímero de plástico em si. Inclusive, os meus trabalhos são realizados em plástico reciclado, diminuindo o passivo ambiental.
E essa obsessão pelo acabamento pode continuar sendo uma marca do seu trabalho…
Acho que sim… Mas, desculpe, pareço maluco, mas a verdade é que estou sempre inquieto, sempre trabalhando, na eterna busca. Os meus casamentos acabam por isso.
Os meus namoros também [risas, ndr].
Ao mesmo tempo, eles não viam que eu sou a pessoa mais agradecida do mundo. Eu sinto uma gratidão muito profunda à vida, mesmo me bancando continuamente…
Você não tem aquelas iluminações criativas?
Adoraria tê-las, mas para mim não existem. Adoraria ficar na praia e utilizar aquele momento para buscar inspiração, mas na verdade você tem que trabalhar pra que ela venha. Pode até eclodir enquanto você esteja caminhando pela praia, mas ela somente chega porque você trabalha.
Agora, voltando à sua trajetória mais institucional do que conectada aos mercados: as suas obras estão em muitos acervos; o da Pinacoteca, o do Museo Emmanuel Araújo, o do Instituto Inhotim…
Eu sou muito agradecido também por isso. Mas na verdade essas oportunidades vieram após situações bem originais: o convite para realizar uma obra no Inhotim brotou no momento em que estava desistindo…
Desistindo, é mesmo?
Isso mesmo. A produção dos meus trabalhos sempre foi muito elevada, como já lhe disse. Inclusive, tive que fazer um exercício para tentar baixar esses valores e estava muito angustiado, mesmo porque embora tivesse sido institucionalizada, percebia que a minha carreira não estava evoluindo. Entrei em uma crise louca, perdi o meu companheiro e pensei em parar tudo. Mas tinha em mim algo como um último desejo, ou seja de ver todos os meus trabalhos montados de vez.
No seu ateliê não dava para vê-los?
Naquela época morava num apartamento, não tinha ateliê, então desmontava tudo e armazenava. Assim, candidatei-me a um edital para um salão, em Brasília. Mas, acontece que o mesmo era gerido por Renata Bittencourt, que se tornou a diretora do Inhotim. Enfim, ganhei-o e montei uma mostra na capital, com muitos trabalhos. Uma semana depois da montagem o telefone tocou: estavam convidando-me para criar uma instalação para o parque. Foi assim que nasceu O espaço físico pode ser um lugar abstrato, complexo e em construção, em 2021, instalação onde está tudo muito misturado: elementos eventualmente harmônicos, em gozo e conflito, onde a cor é um disfarce de inúmeras faces identitárias de rastros arquitectónicos e culturais. A arquitectura é sempre política. Enfim, era para ser uma obra temporária, mas se tornou permanente. E deu um outro rumoà minha vida.
E agora, Rommulo?
Agora? Agora eu quero que o mercado se seduza por mim, quero que se apaixone. A venda, ainda, é simples feromônio, tesão; a sedução contém em si um teor bem mais alto.
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