Di sogni, immaginazione e luce. Intervista a Eleonora Rinaldi

In occasione della mostra Órama a Ca’ Pesaro, l’artista udinese Eleonora Rinaldi riflette sulle sue radici, le sue esperienze e la dimensione onirica che accompagna i suoi ultimi lavori.

Eleonora Rinaldi è un’artista capace di farti immergere nella sua dimensione più intima, una dimensione quasi sospesa, dove l’esperienza emotiva diventa più forte di quella reale. Nelle sue opere troviamo mondi immaginari ispirati dall’osservazione della realtà, intrecciati a elementi autobiografici e a riferimenti letterari e storici. Le sette opere esposte nella mostra Órama, aperta al pubblico a Ca’ Pesaro a Venezia fino al 27 settembre, testimoniamo proprio questa dimensione, in cui chi osserva si trova in bilico tra realtà e sogno. In particolare, nelle sue tele l’artista esplora l’intreccio tra natura e figura umana, evocando atmosfere dense di simbolismo e suggestioni surrealiste: lo sguardo dello spettatore è così chiamato a entrare in questo gioco di percezioni e rimandi, scoprendo il significato profondo di queste immagini sospese tra memoria e sogno.

Sei nata a Udine, hai poi studiato a Firenze e a Venezia, e oggi vivi e lavori a Parigi. Era questo quello che sognavi da bambina?

Ancora adesso mi sento di sognare. Sono molto grata per la vita che ho e mi sento fortunata a poter dire che la pittura è il mio lavoro. Le esperienze a Firenze e a Venezia sono state bellissime e mi hanno insegnato tanto, ma è a Parigi che sento di aver finalmente trovato il mio posto. Questa città mi ha accolta e mi sta permettendo di evolvere nel pieno delle mie forze, grazie alle persone che sto incontrando e alle occasioni che mi si stanno presentando.
Da bambina non sapevo bene cosa avrei voluto fare da grande, pensare “l’artista” non credo sia mai stata una vera opzione, nessuno attorno a me la considerava una professione reale o possibile. Ma disegnavo continuamente, ogni esperienza piccola o grande della mia vita passava attraverso il disegno. Un po’ inconsapevolmente, avevo già scelto la mia strada con decisione.

Órama. Veduta dell'allestimento. Credits Matteo De Fina
Partire da una città di provincia per arrivare a una capitale europea: è stato un passaggio difficile da affrontare o pensi che Parigi sia il posto giusto dove realizzare i tuoi lavori?

Amo il posto in cui sono cresciuta, ma mi ci sono sempre sentita un po’ un pesce fuor d’acqua.
Arrivare a Parigi non è stato un passaggio difficile perché avevo alle spalle già diverse esperienze e perché tutto è successo in modo naturale, ma la dimensione della metropoli mi piace molto. Tutto sembra più possibile, si conoscono tante persone diverse e interessanti e in generale ho la sensazione di respirare di più, di avere più spazio per coltivare le mie idee e stimoli per evolvere con il mio lavoro.
Quando torno in Friuli ne apprezzo soprattutto la dimensione naturale, la sua capacità di preservare qualcosa di antico e genuino. E poi i tempi rallentati e il silenzio. È un’ottima dimensione in cui riflettere, raccogliersi.
Reputo come una ricchezza la mia esperienza di vita e di crescita nel mio luogo di origine, mi ha insegnato l’umiltà e la capacità di stare, anche soffrendo, in ciò che ci è dato, apprezzandolo e amandolo per quello che è, senza chiedere di più.
Parigi mi sta dando tantissimo e spero di poter prendere e utilizzare tutte queste occasioni al meglio delle mie capacità.

"Órama" è il titolo della tua personale a Ca’ Pesaro a Venezia e in greco antico significa “visione”, “sogno”: quanto la dimensione onirica influenza le tue opere?

In quest’ultimo periodo la dimensione onirica è stata al centro dei miei progetti e del mio lavoro e ben inquadra un sentimento più ampio che prenderà sicuramente altre declinazioni in futuro. Órama ha trovato origine in un piccolo concetto, che era l’idea di addormentamento: una fase liminale tra la dimensione della veglia, del reale e quella del sonno e dell’immaginazione. Più mi addentro nell’esplorazione di questo aspetto, più lo sento sovrapporsi alla difficoltà di una vita nel ricercare un equilibrio tra il mio mondo interno e quello esterno. È qualcosa che riguarda tutti credo, ma regolare i volumi tra i rumori di ciò che ci abita e ciò che ci è estraneo per me non è mai stata una questione da poco. Da bambina vivevo nella mia immaginazione e quel mondo ha sempre avuto un sapore tanto reale quanto quello che stava fuori, al punto da confondervisi. Crescendo ho imparato come sviluppare una capacità sociale più solida, costruendo allo stesso tempo una cinta di protezione attorno a quell’universo interiore.
Quindi sì, c’è il sogno, ma c’è anche un’impronta specifica della mia vita che influenza queste tematiche. Ora, per i nuovi quadri che farò, ho in mente qualcosa di molto luminoso.
Vorrei che sempre di più i dipinti si sovrapponessero alla mia esperienza di vita più essenziale, nel modo più diretto e puro. Vedremo.

Órama. Veduta dell'allestimento. Credits Matteo De Fina
Se dovessi scegliere un’opera d’arte (un dipinto, un libro o una canzone) che più si avvicina a un tuo sogno, quale sarebbe?

Io in realtà non sogno molto, dipende dai periodi, però ricordo sempre l’unico sogno lucido della mia vita, fatto da piccola: tutto era in toni di blu e io potevo camminare per le strade del mio paese consapevole di essere in un sogno e perciò capace di fare qualsiasi cosa volessi.
Nessun altro sapeva di essere in un sogno, anche se io cercavo di dirglielo.
Potrei dire Rhapsody in Blue di George Gershwin, nella versione di Leonard Bernstein, New York Philarmonic & Columbia Symphony Orchestra.

Spesso nei tuoi dipinti le figure umane sono raffigurate in un contesto naturale, dove la vegetazione e gli animali sono anch’essi protagonisti della scena: chi li guarda deve considerarli come dei simboli?

Non so bene ancora quale sia il mio rapporto col termine “simbolo”, è un po’ controverso perché un simbolo porta sempre con sé un carico di significati specifici che io non cerco.
Ma in un senso più ampio sì, sono dei simboli che mi piace immaginare come richiami visivi collettivi, ma non univoci. Dei serpenti, per esempio, ad ognuno evocano sensazioni, ricordi o significati diversi: mi interessa questo tipo di apertura nelle possibilità di lettura di un’immagine, dove gli accostamenti tra soggetti, oggetti e ambientazioni si diramano in possibilità pressoché infinite.

Órama. Veduta dell'allestimento. Credits Matteo De Fina
Da dove nascono le tue opere e quanto è importante per te il disegno?

Le mie opere nascono dalla mia immaginazione e dalle esperienze della mia vita.
Piccole cose catturano la mia attenzione e diventano segnali luminosi a cui sento di voler dare ascolto. L’accostamento, come in un collage mentale, di questi elementi ha una vita a sé stante; si sviluppa autonomamente in uno spazio volutamente non controllato dalla ragione. Lascio che siano le cose esterne a guidarmi, in una relazione libera con la mia visione e i miei sentimenti. Colleziono quindi immagini separate e poi succede che a un certo punto so come metterle insieme. A volte un quadro nasce da una sensazione, a volte da un ricordo, a volte da un desiderio, ma non ha molta importanza perché poi diventa sempre qualcos’altro. Anche se io so bene cosa significa per me.
La storia dell’arte ha poi un ruolo molto importante sia, a volte, nella nascita di un’immagine che, altre, nella sua risoluzione. Il disegno è un modo di conoscere, di capire. È sempre stato il mio principale e più onesto mezzo di espressione e nel mio lavoro, oggi, ricopre un ruolo di guida importante, senza il quale non ci sarebbe neanche la pittura.

Órama. Veduta dell'allestimento. Credits Matteo De Fina
C’è un progetto o una mostra a cui sei particolarmente legata? Perché?

Ogni progetto a cui ho lavorato è stato importante perché non posso evitare di metterci tutta me stessa. Vivo con molta intensità e la pittura ovviamente riflette e assorbe questo mio modo di essere. Spumes of flowers, la mia prima personale, è stata una mostra importante e un lavoro meraviglioso di intreccio e scoperta con l’opera di Arthur Rimbaud, uno dei miei autori preferiti.
Dreamers è stata la mia prima mostra a New York e l’occasione per visitare la città, rappresentando un traguardo personale bellissimo per me.
Órama, infine, è una mostra a cui tengo molto e per cui ho lavorato tanto: sono felice che Ca’ Pesaro l’abbia accolta con questo calore ed entusiasmo e sono grata a Francesco Liggieri e Christian Palazzo per averla resa possibile.

Quali sono i tuoi obiettivi artistici per il futuro?

Non ho obiettivi, cerco di sfruttare al massimo le occasioni che mi si presentano e di creare attorno a me un ambiente fertile e potenziale, attraverso le persone con cui mi relaziono e le situazioni che vivo. Sono molto felice perché ad agosto mi trasferirò in uno studio bellissimo a Montmartre, con una grande vetrata e tanta luce. Proprio nell’edificio che ospitava il Bateau-Lavoir, storico centro della vita artistica parigina d’inizio Novecento, dove hanno avuto i loro studi grandi artisti.
So che lavorerò molto e anche se mancano dei mesi già immagino che cosa mi piacerebbe fare; c’è spazio per lavorare su grandi tele.
Per il resto spero di dipingere tanto, di avere delle buone occasioni di crescita professionale e di continuare a collaborare con persone che credono in quello che faccio, come fortunatamente è successo finora.

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Francesca De Pra
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