La rivoluzione di Tomaso Binga al MADRE 

Il museo Madre di Napoli dedica la più grande retrospettiva mai realizzata a Tomaso Binga – alias Bianca Pucciarelli Menna. Francesco Liggieri ci porta alla scoperta dell’allegria ribelle che ribalta gli schemi tradizionali del mondo dell’arte e della società.

Napoli, giugno 2025. Il sole è appena spuntato sulla facciata del Madre, e già si sente che qualcosa vibra, come una corrente a bassa frequenza che percorre i muri. C’è un nome scritto in grande, all’ingresso: Euforia. Tomaso Binga. Due parole che paiono uscire da una canzone new wave o da un poema dadaista. Due parole che, lette bene, raccontano una vita di battaglie silenziose e manifesti urlati con il corpo nudo. Euforia. Come la parola che contiene tutte le vocali. Come l’inizio di una festa. Come il contrario della paura.  

Tomaso Binga – alias Bianca Pucciarelli Menna – entra nella sala senza bussare. Si presenta con un nome da uomo, scelto nel 1971 per prendere a schiaffi l’arte maschile sul suo stesso terreno, ma lo fa con la grazia e l’ironia di chi ha capito che il paradosso è un’arma affilatissima. Lo pseudonimo è un travestimento, ma anche una lente: ci fa vedere cosa accade quando una donna prende parola, si prende spazio, si prende il diritto di dire io. Il museo Madre le dedica ora la più grande retrospettiva mai realizzata, curata da Eva Fabbris con Daria Khan. Oltre 120 opere tra fotografie, collage, installazioni e performance, raccolte e mostrate in un percorso che sembra costruito per essere letto come un libro. Un libro dove ogni pagina è un gesto, ogni frase un’immagine, ogni immagine un grido e una risata. Binga non ti dice che è femminista. Ti mostra che lo è. Con un’allegria ribelle che fa saltare per aria le etichette. Ti guarda da foto degli anni Settanta mentre prende la forma di una “A”, poi di una “M”, poi di una “Z”. Fa l’alfabeto con il suo corpo. Letteralmente. La Scrittura Vivente – così la chiama – è un alfabeto incarnato, una grammatica del corpo che sfida le gerarchie, che mette in crisi le parole stesse. Se il corpo è segno, se il segno è donna, cosa resta della lingua dei padri?  

Euforia, Tomaso Binga, Museo Madre ph Amedeo Benestante

Nel percorso espositivo, ideato dal collettivo Rio Grande, si cammina in cerchio, si gira come in una danza rituale, si torna su se stessi per guardarsi meglio. Ogni sala del terzo piano del museo è una tappa, ogni tappa una domanda: che cos’è una donna? che cos’è un linguaggio? che cos’è un gioco? A tratti si ride, perché l’umorismo di Binga è tagliente come una lametta nascosta in un mazzo di fiori. A tratti si resta in silenzio, perché non si può ridere quando si guarda la solitudine fatta gesto.  

Accanto alla mostra, c’è anche un libro – edito da Lenz Press – e ci sono i laboratori per bambini: si gioca a inventare alter ego, si impara la LIS, si esplora la propria immagine con ritagli e pennarelli. Perché la rivoluzione, se non è anche infantile, non è completa. 

Tomaso Binga Mani per una parabola, 1973 collage e inchiostro su polistirolo, plexiglass cm 50× 66 × 9,8 Nicoletta Fiorucci Collection Courtesy Archivio Tomaso Binga, Roma e Galleria Tiziana Di Caro Napoli

In fondo, la storia di Tomaso Binga è una lunga corsa controvento. Una corsa fatta di risate sgrammaticate, lettere che si arrampicano sui muri, e una nudità che non è provocazione ma grammatica primaria. È una storia che comincia negli anni Settanta e arriva dritta ai nostri giorni, quando l’identità non è più una camicia stirata ma un patchwork in continua mutazione. E allora sì, Euforia è il titolo perfetto. È un manifesto che ride, che resiste, che ti invita a saltare l’ultima lettera e inventarne una nuova. È una mostra da vedere, ma anche da vivere. Da attraversare con le gambe e con il cuore, come una città. Perché Tomaso Binga non ha mai cercato un posto nel sistema dell’arte. Ha fatto meglio: ha creato un nuovo alfabeto per chi vuole scriversi da sé.

LINK
  • https://www.madrenapoli.it/mostre/euforia-tomaso-binga/
Francesco Liggieri
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