Lo studio MACHINEZERO, si muove tra audiovisivo, performance e installazione e ha all’attivo collaborazioni con brand importanti. Noi li abbiamo incontrati in occasione della residenza “Accogliere l’arte” dove hanno animato gli affreschi del Palazzo Doria Pamphilj di Valmontone. Un viaggio tra arte, tecnologia e interazione, dove il codice incontra la materia e lo spettatore diventa protagonista.
Valmontone, piccolo comune alle porte di Roma, si trasforma in un vivace polo culturale. Il progetto “Accogliere l’arte”, promosso da DiSCo Lazio nell’ambito del progetto regionale Hub Culturali Socialità e Lavoro, ha invitato tre realtà creative a reinterpretare il patrimonio storico del territorio attraverso le arti digitali, il fumetto e la performance. Tra i protagonisti, per il segmento delle arti digitali, c’è MACHINEZERO, studio multidisciplinare fondato nel 2024 da Enrico Forghieri e Lorenzo Cordioli. Il primo è architetto e direttore creativo nel gruppo internazionale di comunicazione WPP, il secondo è creative technologist, con esperienze in Microsoft, Gucci e Sony Music. Uniti dalla passione per la sperimentazione, lavorano sulla frontiera tra arte interattiva, prototipazione hardware e installazioni sensoriali.
MACHINEZERO è specializzato nella progettazione di esperienze immersive in cui il visitatore è parte attiva: ogni installazione è un dispositivo narrativo che si attiva attraverso input fisici, vocali o biometrici. Il loro motto è “/every/thing/interactive”, e lo dimostrano con un portfolio che spazia da brand internazionali a musei e festival d’arte contemporanea.
A Valmontone, hanno realizzato un’installazione site-specific che viene esposta dal 20 giugno nello splendido Palazzo Doria Pamphilj del ‘600. L’opera si basa sugli affreschi delle stanze dedicate ai quattro elementi (fuoco, aria, terra e acqua) e ai continenti conosciuti all’epoca (Europa, America, Asia e Africa): attraverso l’AI, le immagini vengono animate e dotate di profondità visiva, mentre un sistema di sensori permette di dar vita agli affreschi grazie all’interazione degli utenti.
L’installazione si compone di quattro tele interattive che restituiscono input visivi in tempo reale: un ecosistema reattivo tra arte, spazio e spettatore. Il progetto, pensato per essere itinerante, dal 4 luglio sarà esposto al festival romano Videocittà.
La vostra partecipazione alla residenza artistica “Accogliere l’arte” a Valmontone vi vede protagonisti nel campo delle arti digitali. Come si è sviluppato il vostro progetto all'interno di questo contesto e in che modo il territorio ha influenzato la vostra ricerca artistica?
La residenza ci ha permesso di sperimentare in un contesto fortemente legato alla storia e alla materia. Il Palazzo Doria Pamphilj è stato il punto di partenza: abbiamo fotografato gli affreschi e, tramite modelli generativi, li abbiamo trasformati in immagini dinamiche, profondi scenari digitali che rispondono al passaggio umano. L’obiettivo del nostro lavoro è dare nuova vita a un patrimonio che merita di essere valorizzato e portarlo anche fuori da Valmontone, in circuiti artistici e tecnologici contemporanei. È il nostro modo per coniugare memoria e futuro.
Le vostre installazioni immersive si distinguono per un uso innovativo della tecnologia e della narrazione visiva. Qual è il punto di partenza dei vostri progetti e come si articola il processo creativo che porta alla realizzazione di un’opera?
Partiamo sempre dal contesto, mai da una forma predefinita. A Valmontone, ad esempio, l’impianto concettuale degli affreschi ha guidato la scelta tecnologica. In generale, cerchiamo un equilibrio tra spazio, messaggio e interazione. Un esempio emblematico del nostro approccio è l’installazione realizzata con Accurat: per l’agenzia italo-americana specializzata in data visualization, abbiamo creato un’installazione permanente nella loro sede di Milano. Si tratta di tre matrici modulari (power, processing, output) che, ispirandosi agli impianti del Centre Pompidou progettato da Renzo Piano, rendono tangibili i flussi di dati e le competenze dell’azienda. Ogni cavo è colorato in base alla funzione (blu per i dati, arancione per l’alimentazione), in una coreografia tecnica e simbolica. Ogni elemento è stato progettato, saldato e termoformato manualmente. È il nostro approccio: il dettaglio è sempre parte della narrazione.
“Accogliere l’arte” punta a generare un dialogo tra artisti, istituzioni e pubblico. Quali sono per voi le potenzialità – e magari anche le difficoltà – di lavorare in un contesto collaborativo e site-specific come quello di una residenza artistica?
Lavorare in residenza significa uscire dalla logica produttiva del cliente e aprirsi a una co-creazione reale. In questo senso, il supporto del direttore artistico di Valmontone, Davide Paterna, e di Giulia Funari e Michele Lotti, curatore di Videocittà, è stato fondamentale. Abbiamo ricevuto feedback molto utili che ci hanno permesso di ridefinire il progetto anche in corso d’opera. Le difficoltà? Tempistiche, vincoli tecnici, ma anche la necessità di immaginare un lavoro che sia al tempo stesso trasportabile e coerente con spazi diversi. È una sfida progettuale stimolante.
I vostri lavori si muovono tra audiovisivo, performance e installazione. Quali sono i temi ricorrenti che attraversano la vostra poetica e come intendete svilupparli nei progetti futuri?
L’interattività reale e tangibile è il nostro tema costante. Non ci interessano installazioni passive: vogliamo che l’utente sia parte attiva dell’opera, anche a costo di perdere qualcosa in termini di precisione o estetica. Spesso utilizziamo console custom, oggetti fisici che mediano l’esperienza. Per RocketRadio, ad esempio, abbiamo progettato una console per VJ in cui l’utente poteva scegliere i loop visivi, i media da proiettare e divertirsi a modificare le immagini tramite semplici controller. Con Liu-Jo, abbiamo creato una postazione interattiva che permetteva agli utenti di selezionare tra tre profumazioni diverse e generare contenuti visivi personalizzati. Per okgiorgio, artista e producer, abbiamo realizzato una console MIDI con input tattili e sensoriali che gli consente di performare in live senza l’ostruzione del computer. Ancora, con Bulgari, abbiamo prodotto una console multisensoriale per l’iniziativa Allegra Mixology, con input visivi, tattili e olfattivi insieme all’agenzia Mirror.
I pali LED progettati per la mostra sul Futurismo alla Galleria Nazionale di Roma sono diventati invece un nostro tratto distintivo: si attivano con il passaggio del visitatore, generando suoni e luci site-specific. Ogni volta che li riproponiamo (sono esposti anche alla Biennale di Architettura a Venezia), ricostruiamo un nuovo set-up, in un’ottica di riuso progettuale e adattamento creativo.
Nel vostro percorso avete collaborato con realtà come Videocittà – siete stati anche i vincitori dei Videocittà Awards 2024 nella categoria ‘NEXT’ – e altri partner e brand del panorama creativo, come Bulgari, Loro Piana e Sony Music. Che valore ha per voi la collaborazione e in che modo queste esperienze hanno arricchito la vostra visione?
Abbiamo diviso i nostri progetti in tre aree: retail, performance/eventi e arte interattiva. Nei primi due segmenti, lavoriamo con i brand seguendo la loro estetica e il loro tone of voice: amplifichiamo un messaggio, senza imporre la nostra firma visiva. Lavorare con aziende come Bulgari o Loro Piana significa anche imparare a gestire la complessità, a far convivere libertà creativa e rigore produttivo. Nei progetti artistici, invece, possiamo spingerci oltre, esplorare, sperimentare. L’unione delle due dimensioni – brand e arte – ci ha dato una visione ibrida, fluida, capace di adattarsi a ogni contesto e a esigenze diverse.
Viviamo in un’epoca in cui l’arte digitale si confronta sempre più con l’intelligenza artificiale, il metaverso e nuove forme di interazione. Come vi ponete di fronte a queste trasformazioni e quali direzioni pensate che prenderà il vostro lavoro nei prossimi anni?
Per noi l’IA è uno strumento di lavoro, non il soggetto delle nostre opere. La usiamo per velocizzare la prototipazione, ottimizzare le interfacce, creare varianti. È utile per generare mock-up visivi, animazioni, test audio. Ma non vogliamo mettere l’intelligenza artificiale al centro del nostro racconto. Noi ci definiamo dei maker digitali: saldiamo, programmiamo, testiamo hardware, facciamo reverse engineering. Il nostro futuro è nell’interazione fisica, non in quella esclusivamente virtuale, perché l’IA, per noi, resta solo un accessorio. Continueremo a esplorare l’ibrido tra corpo, spazio e tecnologia con un approccio sempre più democratico, modulare e accessibile.
LINK
- https://www.machinezero.it/
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