Me, myself and I. La prima personale di Paula Sunday a Napoli. 

Ispirata da Milan Kundera, Chiara Vedovetto ci porta ai Magazzini Fotografici di Napoli alla scoperta dell’identità di Paula Sunday. Tempo e confessioni per immagini di un’artista “camaleontica” alle prese con la sua prima mostra personale.

E io mi domando: chi ha sognato? Chi ha sognato questa storia? Chi l’ha immaginata? Lei? Lui? Tutti e due? Ciascuno per l’altro? E a partire da quale momento la loro vita reale si è trasformata in quell’atroce fantasticheria? (Milan Kundera, L’indentità) 

Lei e l’altra, che poi è sempre lei, ma ogni volta diversa. L’identità, si sa, è un gioco di specchi, a volte deformanti. Lo ricorda Paula Sunday nella mostra Me, myself and I ai Magazzini Fotografici di Napoli, dal 6 giugno al 20 luglio 2025, curata da Francesco Liggieri. Chi ha inventato Paula Sunday? Uno, dieci, mille alter ego, persino un nome d’arte, che non ha bisogno di essere spiegato, svelato. Come tutto il resto. 

Rifletto rileggendo L’indentità e L’immortalità di Milan Kundera. Inaspettatamente – ma nemmeno troppo, vista la densità della scrittura dell’autore cecoslovacco – trovo nelle sue parole gli indizi per percorrere la strada che si snoda tra le icone di Sunday, tra brani delle sue serie, caparbiamente condotte, in mostra opere realizzate tra il 2017 e il 2025, attraverso tutti i principali cicli del suo lavoro. Prendo a prestito parole per capire e poi, le lascio andare.

Paula Sunday, diario di una doppia, uso singola

LA DITTATURA DELL’IMMAGINE 

La preoccupazione per la propria immagine, è questa la fatale immaturità dell’uomo. È così difficile essere indifferenti alla propria immagine. Una tale indifferenza è al di sopra delle forze umane (Milan Kundera, L’immortalità). 

Afflitti dalla dittatura contemporanea dell’immagine, per la prima volta nella storia dell’umanità facciamo oggi i conti con uno sguardo costantemente posato sulle nostre esistenze, sulle nostre persone. Cosa può raccontarci di nuovo, dunque, la fotografia? 

Nel testo del curatore Francesco Liggieri e nella sua biografia, Paula Sunday evoca Francesca Woodman: poetessa della sottrazione, delle stanze vuote, di angoli e pareti, di luce e vento, del proprio corpo, soggetto di emozioni, fino ad esserne consumato. Ma pur condividendo la lirica immaginazione dell’artista statunitense, Paula Sunday indossa la fotografia come un abito cucito su misura e la abita come una “doppia uso singola”, per semi-citare una sua opera. È presente a sé stessa, nello spazio, nelle storie che prendono forma in questi piccoli teatri. 

Messinscene, certo, ma non per questo meno oneste, veritiere, tenere, disorientanti, dissacranti della vita stessa.  

Paula Sunday, Babilonia

PAULA SUNDAY E L’INGANNO DEI REBUS IRRISOLVIBILI

Gli ambienti sono rebus, a tratti un inganno; tra gli indizi che inevitabilmente si ricercano in quei ritratti, tra gli ambienti carichi di dettagli anonimi ma così universalmente riconoscibili, tra bagni di hotel, abiti, divise, simboli.  

Di fronte agli scatti orchestrati da Paula Sunday ci si riscopre più che mai avidi di storie, di narrazioni, di favole, di post, di parole. A chiedere di sapere di più, a ricercare un motivo dietro la scelta di ogni dettaglio. Senza ottenere una risposta in cambio, ma solo altri quesiti.  

Ed è così che l’artista ci ricorda che la fotografia è il mezzo artistico che, primo fra tutti, ruba. Più della pittura, che ha tempi di gestione e digestione. La fotografia è un furto di attimi, per alcuni di anime, addirittura.  

Così le immagini di stanze di hotel, di dettagli, rubano le parole perché non chiedendo spiegazioni, non cercano didascalie. È un diario che basta a sé stesso.   

Allo stesso modo, i personaggi interpretati – forse in cerca di autore – si offrono allo sguardo in scenari aperti, a volte affrontandoci tra mille possibili interpretazioni, minando ad ogni passo le certezze visive.  

LA FOTOGRAFIA COME RICERCA DI CONTEMPLAZIONE

In quest’epoca ego riferita ed ego visiva, sottrarre il volto all’io narrante che appare ma non si spiega, non ti deve convincere di nulla, non deve venderti nulla, è un atto di pura essenzialità. È icona, la ricerca della radice dell’immagine. 

Qui di fronte, Paula Sunday ci trasforma in voyeur, in guardoni che spiano dal buco della serratura, ma il tempo richiesto per capire l’immagine che abbiamo di fronte non è quello fugace dell’atto proibito – non sarebbe possibile – ma dell’attenta contemplazione. E in questo bias cognitivo prende forma la discrepanza, il dubbio, l’incertezza, il dubbio di essere di fronte ad una scena reale. Prendo in prestito ancora pochi brani, da lasciar subito andare. 

 Per affidarsi al necessario, imprescindibile istinto del guardare.  

In quale preciso momento il reale si è trasformato in irreale, la realtà in fantasia?  

Dov’era la frontiera? La frontiera, dov’è? 

LINK
  • https://www.magazzinifotografici.it/me-myself-and-i/
Chiara Vedovetto
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