“Nude”: l’arte urbana che risana 

Con l’intervento di tre artisti – Aris, Taleggio e Zero – il progetto diffuso “Nude” rigenera con l’arte urbana gli edifici abbandonati, architettonicamente “nudi”, dandoci nuovi significati. Jasmine Miraval ne ha parlato con la curatrice e ideatrice Claudia Gobbi. 

In un paesaggio urbano disseminato di vuoti, dove le architetture abbandonate si accumulano ai margini della memoria collettiva, Nude si configura come gesto curativo. Il progetto, a cura di Claudia Gobbi, si muove tra le pieghe di un’Italia periferica e dimenticata, riconoscendo valore in ciò che la modernità vorrebbe scartare: colonie, fabbriche, relitti navali, macerie ancora abitate da storie inascoltate, attraversate da uno sguardo nuovo, non colonizzante, ma intimo e rispettoso. 

 Attraverso l’intervento di tre artisti – Aris, Taleggio e Zero – il dismesso non viene cancellato ma rigenerato. Ogni superficie corrosa, ogni edificio “nudo”, diventa epidermide sensibile, territorio di relazione. Il gesto di ognuno degli artisti lavora sulla pelle della struttura come farebbe una mano su un corpo amato: con delicatezza e conoscenza, ma anche con la consapevolezza di ciò che è stato e non tornerà. I loro tre diversi approcci convergono in un processo generativo, non esecutivo, fatto di ascolto e rispetto reciproco, riportando alla luce la dignità silenziosa degli spazi marginali e delle comunità che li hanno abitati. In queste architetture prive di funzione ma ricche di stratificazioni simboliche, l’arte urbana non copre né sostituisce, ma espone e racconta, diventando un atto dirisignificazione. Nude non è solo un’operazione estetica, ma un atto di responsabilità che preserva la memoria, offrendo nuove possibilità percettive a ciò che rischiava l’oblio. L’intervista che segue restituisce la visione curatoriale che l’ha reso possibile: un equilibrio raro e prezioso tra lucidità critica e profonda empatia. 

Come nasce Nude? Il nome del progetto evoca essenzialità, esposizione, vulnerabilità, una sorta di corpo nudo urbano. Cosa significa per voi spogliare — e insieme rivestire — un luogo attraverso l’arte? Che tipo di nudità cercate di far emergere dalle rovine?

Nude nasce dalla volontà di guardare questi colossi architettonici non come non-luoghi, ma come supporti, al pari di una tela. Mi sono ispirata alla concezione dell’architetto Willem Jan Neutelings, secondo cui gli edifici nascono nudi, come semplici volumi scultorei, per poi essere rivestiti da “pelli” che ne definiscono l’identità. Ho fatto mia questa visione per sviluppare un’idea: l’edificio nasce nudo e muore nudo, quando viene espropriato di ogni funzione, decorazione e forma di vita. In questo vuoto, l’arte interviene: riveste,rianima, ridona uno scopo. L’architettura abbandonata diventa così supporto, parte integrante di un’opera unica. In questo contesto si inserisce la concezione di “arte espansa” teorizzata da Francesca Alinovi, che rompe le barriere tra opera, spazio e spettatore. L’arte non è più confinata entro i limiti tradizionali della pittura o della scultura, ma si dilata nello spazio, invade l’ambiente, lo trasforma e lo include. Questo approccio rifiuta la separazione tra contenuto artistico e contesto fisico, ponendo l’accento su una pratica ibrida, interdisciplinare e profondamente relazionale. Nel caso di Nude, l’edificio abbandonato non è più solo un contenitore muto, ma diventa esso stesso parte integrante dell’opera. La sua nudità architettonica è il punto di partenza, non un limite: è una superficie viva, attraversabile, che accoglie l’intervento artistico e si lascia trasformare da esso. Gli artisti non si limitano a decorare, ma stabiliscono un dialogo diretto con lo spazio, reinterpretandolo, sovrascrivendolo, riattivandolo. L’intervento artistico diventa quindi un gesto rigenerativo: restituisce senso a ciò che era stato svuotato, dona nuova vita a ciò che sembrava concluso. L’arte espansa si fa atto politico, sociale e poetico al tempo stesso, restituendo centralità all’esperienza e al luogo. 

Installation view di ''Nude'', Aris Taleggio e Zero, a cura di Claudia Gobbi, Courtesy artisti e Nude.
Zero, Aris e Taleggio: tre mani diverse, tre gesti distinti. Come si sono intrecciate le vostre visioni nel dialogo con questi edifici? È emersa una visione condivisa o una costellazione dissonante? Quanto conta il linguaggio personale rispetto all’ascolto del contesto?

Nude non è stato soltanto un momento di esplorazione artistica, ma anche un esercizio di stile e coesione visiva. I tre artisti coinvolti non si conoscevano né avevano mai collaborato prima di questo progetto. Il percorso documentato all’interno del libro mostra chiaramente come, opera dopo opera, sia emersa una sintonia crescente, capace di generare un linguaggio condiviso e una modalità di intervento profondamente dialogica. Il dialogo tra le opere si è costruito in modo organico, mai scontato, e sempre in stretta relazione con lo spazio. Ogni artista ha mantenuto la propria autonomia espressiva, evitando qualsiasi forma di sovrapposizione forzata: al contrario, i singoli interventi si sono valorizzati reciprocamente, dando vita a un ritmo visivo coeso e dinamico. Forme rigide e fluide si alternano e si potenziano a vicenda, dimostrando un equilibrio raro tra singolarità e coralità. Ogni opera è stata pensata in funzione dello spazio specifico che la accoglieva: nulla è stato lasciato al caso. La progettualità ha incluso anche elementi apparentemente effimeri, come la luce naturale e le ombre da essa generate, che sono state integrate come parte attiva della composizione. A emergere con forza è una visione comune, già intuibile durante i primi colloqui: tutti e tre gli artisti condividono un approccio astratto e una pratica site-specific, radicata in luoghi abbandonati. La loro formazione affonda le radici nel writing newyorkese più tradizionale, ma nel tempo il linguaggio di ciascuno si è trasformato, spostandosi progressivamente dalla lettera alla forma. Nude rappresenta un momento in cui il gesto individuale si fa corale e l’architettura abbandonata diventa teatro di una nuova narrazione collettiva. 

I luoghi scelti non sono solo sfondi per le opere d’arte, ma vere e proprie presenze. Avete attraversato edifici abbandonati come colonie, officine, fabbriche, una vecchia nave sovietica. Cosa vi ha guidati nella selezione di questi spazi? La storia, la forma, il contesto o l’urgenza?

Tutti i luoghi sono stati scelti per la loro struttura architettonica. Cercavamo qualcosa che fosse di ispirazione e che fosse vergine. 

Installation view di ''Nude'', Aris Taleggio e Zero, a cura di Claudia Gobbi, Courtesy artisti e Nude.
Ogni artista ha curato un gesto essenziale e ogni architettura ha sussurrato una voce indissolubile, quella della memoria. I vostri interventi sembrano più scritture epidermiche che semplici pitture murali. Come avete lavorato sulle superfici, tra intonaci consumati e pareti corrose? Potete raccontarci un’opera o un momento in cui il gesto si è fuso con la pelle viva del luogo?

Questa fusione è avvenuta quando gli artisti hanno lavorato su due livelli: Aris e Taleggio sul tetto e Zero al piano terra. Qui abbiamo dovuto potare degli alberi per poter dar modo agli artisti di lavorare, ma, oltre a questo, ad un certo punto è iniziato a piovere molto forte (questa scena si vede nel film documentario) facendo colare tutti i lavori sul pavimento. Credo che questo sia stato il momento di maggior fusione, detto che per noi si è creato un dialogo intimo con ogni opera, con la sua forma e con la struttura ospitante. 

Quando l’artista se ne va e l’opera resta, che cosa rimane davvero?

Rimane la fotografia, rimangono l’azione e la memoria, l’esserci presi dello spazio che ogni giorno ci viene tolto. All’interno del documentario c’è una bellissima frase di Taleggio che racconta cos’è per lui la fotografia (in un certo senso): “[…] su 100% magari il 90% ce l’ho in testa, ma ho bisogno di quel 10% che non è quello che ho sulla carta la mattina e che è quello che guardo la sera quando torno a casa guardando la fotografia. È quella la mia ricerca, quell’aggiunta in più”. 

Il progetto è curato da te, Claudia Gobbi. Che tipo di relazione si è creata tra curatela e libertà artistica? Nude è una cornice o un processo condiviso?

Non mi sono occupata solo della curatela, ma anche dell’intera produzione, autofinanziando il progetto. Ho seguito per un paio d’anni alcuni artisti cercando di capire che cosa realmente volessi fare e cosa volessi raccontare. Quando ho avuto le idee più chiare ne ho parlato con Zero che ha trovato l’idea molto interessante e pian piano l’abbiamo poi costruita insieme a Taleggio e Aris (gli altri due artisti selezionati). Abbiamo lavorato molto bene insieme, anche perché l’idea è stata condivisa e ben accettata con entusiasmo fin da subito da tutti i partecipanti. 

Le vostre opere sono effimere, esposte al disfacimento, fragili come l’aria che le ospita. È una scelta poetica, tecnica o politica? In che modo lavorare nell’effimero permette di abitare — e forse curare — il vuoto?

Si è focalizzati sempre di più sull’opera finale, ma qui l’opera è il tutto, dall’inizio alla fine. È l’azione, dal momento in cui si sceglie lo spot al momento in cui il pennello tocca il cemento, dall’entrata all’uscita del luogo. È il silenzio sacrale che si sente in questi luoghi e l’unica cosa che senti sono loro che disegnano insieme al tuo respiro. “Don’t worry and just paint“, come dicono Moses & Taps™, ovvero concentrarsi sull’atto creativo senza preoccuparsi dei giudizi esterni o delle convenzioni artistiche. 

Avete documentato il progetto con serigrafie, un film, una mostra itinerante. In che modo questi materiali riflettono o trasformano l’esperienza viva? Nude è un atto singolare o un organismo in divenire? Dove porterà il prossimo passo?

Sì, abbiamo anche realizzato un libro-racconto, perché sempre di più oggi c’è bisogno di una bibliografia che racconti l’arte astratta, o più specificatamente ed erroneamente chiamato il “graffito astratto”. Ci tengo a sottolineare che il graffito astratto, o post-graffitismo, c’è ormai da più di dieci anni, sviluppatosi soprattutto nel Nord Europa, e ha sempre avuto un rapporto molto stretto con la riscoperta dei luoghi abbandonati. Questi materiali non riflettono ma testimoniano e raccontano. Nude vuole essere un nuovo approccio all’arte contemporanea astratta e per agosto 2025 è prevista un’altra sessione che avrà l’obiettivo di ricreare un White Cube all’interno di un edificio abbandonato, non solo con opere in wallpainting, ma anche con veri innesti architettonici. 

LINK
  • https://nudeproject2024.it/
Jasmine Miraval
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