Nella tenuta Bonotto Delle Tezze a Vazzola (TV), le opere di Romina Bassu, Andrea Kvas, Matteo Negri e Pierluigi Scandiuzzi si intrecciano allo spazio espositivo come radici preziose. Una mostra – curata da Daniele Capra – fatta di materia viva, gesti lenti, intimità vulnerabili e oggetti ritrovati.
A Vazzola, dentro la tenuta Bonotto Delle Tezze, dove i filari marcano il paesaggio e il tempo del vino detta le giornate, qualcosa pulsa oltre la fermentazione dell’uva. Si tratta di Officina Malanotte, residenza artistica giunta alla sua quarta edizione, che ogni anno sembra riscriversi da zero, proprio come fa la natura, senza copione né prevedibilità. Quest’anno la tenuta ha accolto gli artisti Romina Bassu, Andrea Kvas, Matteo Negri e Pierluigi Scandiuzzi, con la curatela di Daniele Capra e la direzione artistica di Nico Covre.
LA MOSTRA COME SPAZIO RELAZIONALE
Entrando negli spazi espositivi — un tempo magazzini, botteghe, cucine domestiche — si ha l’impressione di trovarsi all’interno di un organismo rizomatico. Il percorso è tracciato da una proliferazione di opere che non si dispongono in file ordinate, ma emergono in superficie, crescono, si intrecciano, a volte si nascondono. Si attraversano pareti e soglie come si varcherebbe un campo: camminando, inciampando, trovando. Lo spazio invita a un approccio dinamico, stimolando la curiosità.
Le due settimane di residenza sono state accompagnate da giorni di pioggia incessante. L’imprevisto atmosferico ha rallentato le uscite, ma ha prodotto un effetto paradossale: più di quaranta opere realizzate in pochi giorni, in un tempo sospeso e fertile. L’acqua ha inciso sul ritmo, sulla materia, sul pensiero. Alcuni artisti hanno lasciato che l’umidità modificasse il gesso, animando la superficie. Così la pioggia ha plasmato non solo le opere, ma l’intero approccio alla pratica, generando una vera e propria climatologia creativa.
OBJET TROUVÉ, DIPINTI EN PLEIN AIR: LA PRATICA ARTISTICA CHE SI ADATTA AL LUOGO
Ogni opera nasce da un incontro, un’epifania con un oggetto abbandonato, una parete segnata dal tempo, una voce locale. Matteo Negri ha modellato il gesto scultoreo sulla materia viva della tenuta: bottiglie industriali, ingranaggi, calchi in gesso, vinacce che tingono la pelle delle sue opere, forme ibride e palindromiche, segnate dal contatto con ciò che fermenta e muta. Pierluigi Scandiuzzi, il cui lavoro è stato documentato tramite riprese video realizzate dal direttore artistico e visibili in mostra, ha dipinto en plein air come un pittore di un altro secolo: cavalletto in spalla nella vigna e lungo il Piave, ritraendo e restituendo valore alla periferia ricca del territorio. Come in un rituale dimenticato, la pratica di questi artisti si è fatta gesto agricolo, diario atmosferico, atto di presenza.
Anche Romina Bassu e Andrea Kvas hanno assorbito il ritmo lento e stratificato del luogo, lasciando che la loro pittura si sintonizzasse con la domesticità, la luce e i silenzi profondi della tenuta. Bassu ha portato i suoi corpi femminili, vulnerabili e sospesi, dentro ambienti che li custodiscono senza addomesticarli. Le sue tele sono occhi che scrutano da una fessura, voci che sussurrano con delicatezza il peso delle condizioni intime filtrate attraverso una componente perturbante. Kvas, invece, ha disseminato piccole tele negli spazi dando vita a un campo magnetico. Mimetizzati tra le stanze, i suoi lavori emergono in penombra, innescando una fruizione corporea che destruttura quadro e sguardo, rendendoli visibili solo a chi li cerca davvero.
L’ARTE COLLETTIVA COME INNO ALLA LENTEZZA
L’edizione 2025 di Officina Malanotte si snoda come un ecosistema: nuovi spazi trasformano la mostra in un’entità vivente, non più semplice restituzione della residenza, ma gesto espositivo consapevole. Un piatto decorato come segno di memoria e presenza, un orologio riprodotto pittoricamente, una poltrona appartenuta alle generazioni precedenti emergono come tracce affettive, dettagli invisibili altrove. Gli artisti, provenienti da realtà urbane fagocitate dal ritmo convulso della produzione, si sono lasciati permeare dalla lentezza operosa dei margini, da un tempo che chiede attenzione e cura.
Il murale collettivo A ray of love lock, visibile dalla strada, è soglia e invito: un gesto condiviso che racconta l’inizio di un attraversamento. In un paesaggio che cambia, tra comunità in trasformazione e mutamenti climatici, Officina Malanotte offre un modello alternativo di relazione tra arte e territorio: non solo testimonianza di una permanenza, ma esercizio di un’osservazione rinnovata, capace di attivare nuove sensibilità, sguardi e possibilità. Qui l’arte è ciò che resta dopo che la pioggia ha lavato via dalle superfici ogni attrito superfluo.
LINK
- https://officinamalanotte.art/
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