Francesco Liggieri ci porta alla Fondazione Alberto Peruzzo di Padova, dove ha recentemente inaugurato la mostra Damnatio Figurae, a cura di Marco Trevisan. Da Kounellis a Cattelan, l’esposizione si articola in due stazioni tematiche: da un lato, l’assenza, il travestimento, l’invisibile; dall’altro, il ritratto e la figura.
C’è una trave, un sacco di juta e un pugnale piantato nel mezzo. Niente Cristo, niente sangue, niente aureola. Solo materia, e silenzio. Jannis Kounellis non ha bisogno di santi per dire l’indicibile, e la sua Senza Titolo (1996) campeggia lì, nella navata centrale dell’ex chiesa di Sant’Agnese a Padova, con l’aria di chi non si sposterà più. È da lei che comincia tutto. Una croce muta, laica, solenne e tagliente come la lama che la trafigge. E da lì parte anche la mostra Damnatio Figurae, curata da Marco Trevisan per la Fondazione Alberto Peruzzo, in scena dal 19 giugno al 5 ottobre 2025. Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Damnatio figurae. Non è latino da quarta ginnasio, ma roba da crociati e iconoclasti: condanna dell’immagine, rimozione del volto. Una damnatio memoriae del viso, eppure anche un tentativo disperato di ritrovarlo. Un po’ come quando sogni qualcuno che conosci bene, ma nel sogno ha il volto sfocato, o non ce l’ha proprio.
La mostra si divide in due stazioni come una via crucis contemporanea. Navata e Sacrestia. Da una parte l’assenza, il travestimento, l’invisibile. Dall’altra, il ritratto, la figura, il tentativo di fissare un’identità su tela. Siamo sempre lì, tra la voglia di sparire e quella di esistere. Nel primo tempo — la navata — si gioca il campionato degli invisibili. Aron Demetz lavora il legno e il bronzo fino a togliergli lo sguardo, Nicola Samorì sfregia la pittura barocca come un restauratore ubriaco di dubbi. Thorsten Brinkmann invece, un tedesco vestito da fotogramma, reinventa i ritratti rinascimentali come se stesse facendo l’inventario in un magazzino di maschere. E poi c’è Mariano Sardón, argentino hacker del visibile, che lavora con neuroscienziati e codici per fare ritratti senza volto, usando dati al posto dei pennelli. Tutta questa zona assomiglia più a un noir che a una mostra. Il visitatore entra e si sente come il detective di Blade Runner quando deve capire chi è umano e chi no. E ogni opera è una domanda sul volto che non c’è. Ma se non c’è, dove finisce la persona?
Poi si entra in sacrestia. E lì, come in un romanzo di formazione, arrivano i ritratti veri. Warhol, con le sue regine lisergiche, ci guarda dritto dagli anni Ottanta. C’è anche una Elisabetta II rifatta da Endless, più pop che mai, e un autoritratto dell’artista firmato Enzo Fiore, a metà tra la biologia e l’autocompiacimento.
Baechler mette in scena figure ridotte a simboli, Casorati le scolpisce in atmosfere sospese, mentre Wesselmann, che non ha mai avuto paura del kitsch, se ne frega della sottigliezza e fa esplodere la sensualità di Barbara and the baby come se fosse un cartellone pubblicitario per soli adulti. Manolo Valdés cuce ritratti con pezzi di tela riciclata e collage, trasformando ogni volto in un patchwork di storie, e Max Ernst — che nei sogni ci nuotava — regala una faccia da palloncino a un personaggio che probabilmente esiste solo nei suoi incubi migliori.
La linea che collega tutto, però, non è né la bellezza né l’arte. È l’identità. Marco Trevisan lo dice chiaro: “Siamo animali sociali e ognuno di noi recita più ruoli nella vita di tutti i giorni”. Il che suona come una frase rubata a Goffman o a uno psicologo in pausa pranzo, ma in fondo è proprio questo il punto. L’identità non è mai una, è sempre un mosaico, un gioco di specchi, un campo da calcio. E infatti chiude la mostra Maurizio Cattelan, con un calcio balilla lungo sette metri che si chiama Stadium ed è la sintesi perfetta di tutto il discorso: 22 giocatori, 11 contro 11, ognuno bloccato al proprio posto, ognuno con una funzione, ognuno identico agli altri — eppure diverso. È la metafora più banale e precisa di questa nostra dannata modernità: tutti in gioco, tutti immobili, tutti visibili, nessuno riconoscibile. La Damnatio Figurae non è solo una mostra: è una lente che ti costringe a guardare meglio, a chiederti se dietro ogni faccia c’è una storia o solo un riflesso.
Perché alla fine, come scriveva uno che di identità se ne intendeva, “ognuno vede solo quello che vuole vedere”. Il resto, sta nascosto dietro un sacco di juta.
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