Ground Action tra architettura e cura del territorio 

Lo spazio veneziano AARDUORK ospita POST-OFFICE: A Ground Action Anthology, un’installazione-archivio dedicata al collettivo Ground Action attivo tra Venezia e Palermo. Una mostra-processo che rifiuta ogni finitezza e promuove il progetto come atto di cura e attivazione. 

C’è qualcosa di deliberatamente irrisolto, persino ostinatamente opaco, nella mostra POST-OFFICE: A Ground Action Anthology, ospitata da AARDUORK, artists’ space veneziano dedicato a pratiche b-side, sotterranee e radicali. Non è una retrospettiva né un’installazione immersiva, piuttosto una zona di sospensione, un’architettura temporanea da abitare, in cui la visione rallenta e la soglia tra progetto e gesto si fa permeabile. 

Il collettivo Ground Action – attivo tra Venezia e Palermo da oltre un decennio – ha realizzato più di sessanta interventi site-specific tra arte, architettura e territorio. Eppure POST-OFFICE non cerca di fare ordine. Lo spazio espositivo si presenta come una sorta di camera d’eco: materiali organici, frammenti video, documenti cartacei, un cerchio tracciato sul suolo. È un’installazione-archivio che rinuncia alla gerarchia per raccontare un approccio, una modalità, un’etica. 

Tutto è movimento, processo, persistenza. Il grande video proiettato sulla parete frontale – un montaggio lungo e antispettacolare – obbliga a ricalibrare l’attenzione. L’occhio viene sollecitato tanto da arrendersi all’ascolto di gesti minimi, azioni ripetute, porzioni di paesaggio riattivate. La noia diventa varco e proprio lì si manifesta un’altra forma di urgenza, quella che non spettacolarizza ma mantiene. 

Still dal video, 2025, Courtesy Ground Action

LA POLITICA DEL SUOLO: AGIRE, RADICARE, CONDIVIDERE 

La parola “ground” è centrale, non solo “suolo” ma fondamento, luogo da cui partire. Significa operare dal basso, contro la verticalità del progetto finito, contro l’estetica della firma. “Action” è il corpo in azione: camminare, misurare, pulire, raccogliere. Ground Action non disegna per costruire, non propone forme canoniche, non pensa in funzione di un pubblico, ma agisce in contesti dimenticati, residuali, scomodi: cave dismesse, coste erose, sobborghi in transito. La cava veneta – dove uno degli interventi più intensi ha preso forma in silenzio – non è citata esplicitamente, ma aleggia in ogni materiale esposto, nelle tensioni tra vuoto e gesto, nel rapporto con ciò che resta. 

Il cerchio, elemento ricorrente, ritorna anche qui come dispositivo simbolico e operativo. Nei contesti aperti, Ground Action disegna sul terreno uno spazio rotondo con ciò che trova – rami, pietre, residui – liberando porzioni di suolo da detriti e vegetazione. Un gesto che produce centralità, convivenza, misurazione affettiva dello spazio. Nell’ambiente chiuso della mostra quel processo si inverte: i materiali sono importati, l’ordine è costruito, ma la tensione resta. 

CURA E MANUTENZIONE COME POSTURA 

L’archivio in mostra non è celebrazione, né inventario. Si tratta di un’offerta metodologica, una proposta di lentezza, prossimità, insistenza. Ogni frammento testimonia un modo di fare che scarta il disegno preliminare per rispondere al contesto, ogni azione diventa forma di manutenzione, contro l’oblio, contro l’indifferenza. La cura è politica e l’architettura, in questo caso, si fa coreografia collettiva, ritmo condiviso, partitura instabile. 

La mostra, curata da Mario Ciaramitaro e Alberto Restucci, fondatori dello spazio AARDUORK, non solo restituisce ciò che è stato fatto, ma mostra come è stato fatto: mettendo in crisi l’autorialità, l’oggetto d’arte, la temporalità dell’evento. Ground Action si muove come una costellazione di presenze (tra cui Matteo D’Ambros, Sergio Sanna, Stefano Tornieri, Roberto Zancan) che agiscono in contesti non istituzionali, rifiutando monumenti e permanenza. L’intervento è gesto e il gesto oscilla tra visibile e invisibile. 

Still dal video, 2025, Courtesy Ground Action

IL PAESAGGIO COME DOMANDA 

Dalla miniera dismessa di Montevecchio in Sardegna ai margini urbani di Palermo e altri paesaggi di confine, tra ruralità e abbandono, ogni intervento si costruisce attorno a una domanda: cosa si può fare qui, ora, senza imporre, senza sottrarre? La risposta non è una forma, ma una condizione. 

POST-OFFICE non vuole solo narrare un progetto restituendo le tessere del suo mosaico di azioni, ma intende attivare, aprire e proporre un approccio allo spazio che non cerca soluzioni ma continuità. Ogni operazione site-specific documentata è un confine tra cura e studio, tra territorio e architettura, tra assenza e presenza, e ci ricorda che esiste una forma di urgenza che non urla, ma resta. 

LINK
  • https://www.groundaction.eu/projects/ 
  • https://www.aarduork.com/ 
Jasmine Miraval
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