L’arte della luce: Quayola trasforma il Gazometro di Roma con Solar 

In un’intervista esclusiva per art-frame, Quayola parla della sua installazione site-specific Solar, presentata in anteprima a Videocittà 2025, e ripercorre le tappe del suo percorso artistico, con un occhio sempre rivolto al passato e un altro aperto sul futuro.   

Nel cuore di Roma, città che lo ha visto nascere nel 1982 e dove è tornato dopo vent’anni di vita a Londra, Quayola continua a scrivere la sua storia con la sua arte, mescolando il linguaggio delle tradizioni artistiche classiche con le potenzialità delle tecnologie contemporanee. Con un background che affonda le radici nell’esplorazione delle grandi opere del passato, ma con lo sguardo sempre rivolto verso l’avanguardia digitale, l’artista italiano ha trovato un linguaggio unico per reinterpretare la realtà.  Il suo nuovo progetto, Solar, che fa il suo debutto mondiale a Videocittà 2025, è un’opera che sembra racchiudere in sé tutta la sua ricerca. L’installazione site-specific, che prenderà vita all’interno del maestoso Gazometro di Roma, simbolo dell’archeologia industriale, trasformerà questo spazio in un palcoscenico dove luce, suono e tecnologia si intrecciano in un’armonia perfetta. Centinaia di fasci luminosi si muoveranno nello spazio, guidati da un robot, per creare un omaggio al sole, simbolo di vita, energia e trasformazione. Ogni movimento, ogni riflesso di luce, vuole rievocare lo spettacolo dell’alba e del tramonto, la bellezza e la forza della natura che incontrano il mondo della tecnologia. In questa intervista, Quayola ci racconta il viaggio che ha portato alla creazione di Solar, i suoi riferimenti, le sfide affrontate e la sua visione del futuro dell’arte digitale. Una visione che non è solo un’esplorazione estetica, ma anche un’analisi critica di come la tecnologia possa trasformare il nostro modo di vedere il mondo e interagire con esso. 

La tua ricerca parte spesso dall’arte classica per decostruirne la forma attraverso strumenti computazionali. Cosa ti affascina, oggi, nel tornare alle iconografie del Rinascimento o del Barocco per rileggerle con il linguaggio delle macchine?

Nel mio lavoro c’è una tensione costante tra passato, presente e futuro. Alcuni dei miei lavori sono legati all’immaginario della città di Roma, anche se negli anni ho esplorato diverse forme artistiche, dalla pittura alla scultura. Voglio continuare su questa strada, sviluppando tematiche che sono una prosecuzione delle tradizioni artistiche, ma filtrate attraverso una lente tecnologica. Il progetto Solar, ad esempio, si inserisce nel mio interesse continuo per la pittura di paesaggio, una tematica che continuo a esplorare. Per la realizzazione di queste opere, mi capita di intraprendere vere e proprie spedizioni per catturare dati su fenomeni naturali e meteorologici, come facevano i pittori impressionisti, anche se ovviamente utilizzo tecnologie completamente diverse. Ci tengo però a precisare che l’obiettivo delle mie ricerche non è quello di ricreare un dipinto impressionista, ma di creare nuovi oggetti di contemplazione. Solar è una continuazione di questa ricerca, sebbene si distacchi dai miei lavori “pittorici” precedenti.  

Solar, 2025
Nei tuoi lavori, l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento tecnico, ma parte attiva del processo estetico. Che tipo di relazione si instaura tra te e l’algoritmo? È un interprete, un co-autore, o una lente attraverso cui osservare la realtà?

Nel tempo, il mio approccio alla tecnologia è cambiato molto. Negli anni ’90, quando ho iniziato, vedevo la tecnologia come uno strumento capace di aprire nuove possibilità. Ancora oggi penso che la tecnologia offra opportunità, ma mi interrogo su come questa venga utilizzata in un contesto artistico. La tecnologia adesso è sempre più diffusa e standardizzata, ma ciò entra in contrasto con la ricerca artistica che dovrebbe mettere in risalto l’unicità dell’opera. Per me è fondamentale che la tecnologia venga utilizzata in modo personale, per rispecchiare il mio gesto artistico ed esaltare la componente umana. Non è tanto la tecnologia in sé che conta, quanto il modo in cui la utilizzo, per documentare il mio gesto. Il mio obiettivo è far apparire tutti questi gesti che compio negli anni come un unico grande gesto unico. E questo è possibile solo se la tecnologia non prende il sopravvento.  

Opere come Unfinished Sculptures o Iconographies sembrano interrogare l’idea di imperfezione, frammento, errore come generatori di bellezza. Credi che l’errore algoritmico possa essere una forma di poetica contemporanea, quasi come lo era il “non-finito” per Michelangelo?

Per descrivere il mio lavoro utilizzo il termine “gestualità”. Una gestualità che non è tanto legata all’imperfezione di per sé, quanto piuttosto al gesto umano che, attraverso sistemi e algoritmi, diventa parte del processo artistico. Il “non-finito” è la documentazione di questo gesto. La mia ricerca non si concentra sull’imperfezione in sé, ma su come questa imperfezione sia la risultante di un processo che esplora nuove modalità di espressione. Le imperfezioni visibili nel mio lavoro non sono più da intendersi come errori, ma diventano parte della ricerca espressiva. La gestualità generata da uno scanner o da un puntatore laser, ad esempio, è una parte essenziale di questa espressione. 

In Solar, presentata in anteprima a Videocittà 2025, trasformi la luce solare in dati che diventano suono e immagine. Qual è stata la sfida più stimolante nel lavorare con una forza naturale tanto imprevedibile quanto essenziale?

La vera difficoltà non era tanto legata al tema, quanto alla scala del Gazometro. I miei lavori si sono sempre materializzati in video-installazioni, oggetti stampati, sculture o video performance su una scala più intima, ma Solar mi ha spinto a confrontarmi con un ambiente molto più grande. In passato, non avrei mai pensato che la mia ricerca potesse adattarsi a uno spazio di queste dimensioni. Il progetto prevede un robot al centro del Gazometro che interagirà con centinaia di luci montate all’interno dell’edificio. Questa interazione tra il robot, la luce e il suono può paragonarsi al rapporto tra un direttore d’orchestra e un gruppo di luci. La sfida principale è stata adattare la mia ricerca alle dimensioni imponenti della struttura, alla complessità tecnica di questo tipo di installazione e alla difficoltà a simulare facilmente un elemento etereo e impalpabile come la luce. 

Capture, 2025
In Arborescent a Barcellona, il tuo lavoro dialogava con l’architettura di Gaudí, generando forme vegetali algoritmiche. Solar invece è pensata per il Gazometro, uno spazio industriale che diventa teatro di una riflessione sul sole. Che ruolo ha il luogo fisico, l’architettura o il paesaggio nella tua pratica artistica? Come influenza l’opera?

In passato, ho lavorato in luoghi storici in cui la scelta del luogo era strettamente legata alla narrativa dell’opera. Nel caso di Solar, invece, il legame con il luogo è legato solo indirettamente all’architettura del Gazometro, che influenzerà il modo in cui i fasci di luce interagiranno con l’ambiente. Sebbene il tema del sole non sia direttamente connesso al luogo, è l’architettura del Gazometro stessa che determinerà infatti come questi effetti luminosi verranno proiettati e percepiti dal pubblico. 

Il tuo lavoro spesso dissolve il confine tra ciò che è organico e ciò che è generato artificialmente. In un’epoca in cui i confini tra naturale e simulato diventano sempre più sfumati, quale responsabilità ha oggi l’arte nel rinegoziare il nostro sguardo sulla realtà?

L’arte, per me, non offre soluzioni, ma spunti di riflessione. In un mondo dove la tecnologia spesso ci viene proposta come una soluzione definitiva, l’arte può aiutarci a immaginare visioni alternative e stimolarci a riflettere su nuove relazioni instaurare con questa. È compito degli artisti aiutarci a riconsiderare come interagiamo con la tecnologia e con la natura, senza necessariamente accettare le dinamiche imposte dalla società. L’arte, oggi più che mai, ha una responsabilità critica nel porre domande su come utilizziamo le nuove tecnologie, proponendo visioni alternative di un futuro possibile. 

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Alessandro Mancini
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