Nell’ex Chiesa di San Lorenzo le artiste Nadia Huggins e Tessa Mars ci portano a scoprire i fondali dei Caraibi, tra relitti sommersi e montagne sottomarine, grazie all’improvvisazione~freestyle
Tra le iniziative pionieristiche nel mondo dell’arte contemporanea, una posizione di rilievo merita The Current di TBA21-Academy, che promuove la collaborazione tra discipline e lo scambio di idee attorno all’Oceano. Il progetto è strutturato come un programma di fellowship curatoriale e mira a creare forti connessioni con le comunità locali, a mappare i dibattiti contemporanei legati ai mondi acquatici e a intrecciarli in conversazioni interdisciplinari che abbracciano le sfere dell’arte, della scienza, della conservazione, della politica e dell’educazione.
I risultati sono visibili ogni tre anni a Ocean Space a Venezia, che ora ospita fino al 2 novembre la mostra otras montañas, las que andan sueltas bajo el agua [altre montagne, dissolte sotto l’acqua], sotto la direzione della curatrice dominicana Yina Jiménez Suriel. Dopo aver attraversato l’Oceania con Latai Taumoepeau ed Elisapeta Hinemoa Heta, i Mediterranei con Simone Fattal e il duo Petrit Halilaj & Álvaro Urbano, solo per citare i progetti più recenti, nell’ex Chiesa di San Lorenzo è ora possibile immergersi nelle correnti caraibiche grazie a installazioni video e sonore site-specific, sculture e dipinti di grandi dimensioni delle artiste Nadia Huggins (Trinidad e Tobago, 1984) e Tessa Mars (Haiti, 1985), che sono nate, vivono e lavorano nelle isole dei Caraibi.
NADIA HUGGINS: UN’IMMERSIONE NEL RELITTO
Con l’installazione video A shipwreck is not a wreck (2025), Nadia Huggins conduce il visitatore all’interno di un relitto subacqueo – del naufragio non è dato sapere nulla – dove corpi, rocce e coralli sommersi evocano esperienze profonde. Quest’opera invita a reimmaginare i confini artificiali costruiti attorno al tempo, alla percezione e al movimento. Sopra il livello del mare, infatti, il corpo umano è quasi sempre verticale – in piedi, seduto, in movimento – ma sott’acqua il galleggiamento modifica l’orientamento, creando la possibilità di nuovi modi di essere. È un invito a riconsiderare la nostra presenza come esperienza tattile e disorientante, che destabilizza le certezze percettive e apre a nuovi modi di essere.
TESSA MARS: LA PITTURA COME MAREA
Nell’ala ovest dell’ex Chiesa, invece, Tessa Mars crea un ambiente pittorico immersivo con a call to the ocean (2025), in cui figure ibride, tra umano e spirituale, appaiono come «risvegliate» in un mondo che muta continuamente, fatto di montagne al di sopra e al di sotto il livello del mare. Le sue tele sono attraversamenti, membrane in cui si depositano stratificazioni, suoni, presenze. Mars usa la pittura come pratica di resistenza e metamorfosi, in cui il corpo si dissolve e si ricompone in relazione al moto perpetuo dell’oceano – metafora potente della trasformazione e della memoria.
LA CONSERVAZIONE CONVIVIALE NELLA RESEARCH ROOM
Parallelamente, Ocean Space ospita nella Research Room la mostra Echoes of the Sanctuary, curata da Louise Carver, che documenta una decade di collaborazione tra TBA21–Academy e l’Alligator Head Foundation in Giamaica, un ente per la conservazione marina, con un laboratorio di restauro dei coralli situato a Portland. La mostra, risultato del progetto di ricerca della geografa critica Louise Carver (2022-2025), combina ricerca sul campo e d’archivio, prospettive teoriche e proposte di conservazione conviviale, e riassembla una serie di interviste e registrazioni etnografiche in una piattaforma sonora multicanale che riunisce gli/le attivisti/e ambientali di Kingston e della Giamaica rurale.
L’IMPROVVISAZIONE~FREESTYLE COME STRUMENTO
Le opere di Huggins e Mars pongono quindi tre sfide importanti: trascendere le prospettive terrestri, reimmaginare i sistemi di supporto alla vita e affrontare le strutture di potere consolidate, grazia allo strumento dell’improvvisazione~freestyle – profondamente incorporata nelle pratiche culturali dei Caraibi.
otras montañas, las que andan sueltas bajo el agua è quindi un atto di navigazione collettiva verso un altrove che è già qui, se solo si impara a sentire le onde. Le pratiche artistiche caraibiche presentate in mostra offrono strumenti per disfare e ricostruire il nostro modo di abitare il mondo – dentro e oltre il mare.
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