Il community garden d’artista nascosto a Venezia

Concepito come una vera e propria “caccia al tesoro” in giardino, che invita il visitatore a trovare le opere d’arte nascoste tra il verde, Hide-and-Seek è un progetto artistico itinerante che prende vita nei community gardens, quegli spazi verdi condivisi dove arte, natura e comunità si incontrano. Noi lo abbiamo visto a Venezia, nel giardino nascosto di Awai, a cura di Debora Maurelli. 

Hide-and-Seek non è una mostra nel senso tradizionale, ma un progetto curatoriale in continua trasformazione, plurale e itinerante. Prende forma e si adatta ai diversi giardini comunitari che attraversa, diventando un dispositivo relazionale dove l’arte viene accolta e animata dal contesto. Qui il ruolo della curatela si orienta all’ascolto, aprendosi alle presenze, alle storie e ai cicli naturali del luogo ospitante. 

Ideato da Debora Maurelli, Hide-and-Seek si muove sul confine sottile tra indipendenza culturale e coinvolgimento condiviso. La sua prima edizione veneziana si radica nel giardino nascosto di Awai, spazio gestito da una rete di artigiani che dal 2016 promuove eventi e pratiche collettive. Come molti community gardens, Awai è un luogo ibrido tra pubblico e privato, autogestito e domestico, quotidiano e artistico, e proprio negli interstizi di queste sovrapposizioni il progetto trova la sua ragion d’essere. 

COSA SONO I COMMUNITY GARDENS? 

Una scelta radicale del progetto è il focus sui community gardens come fulcro curatoriale. Luoghi spesso liminali o trascurati, i giardini comunitari – quegli spazi verdi coltivati collettivamente dai residenti di un quartiere, spesso in aree urbane dismesse – diventano infrastrutture culturali minori capaci di sostenere pratiche lente, decentrate e de-specializzate. Lontani dai canoni del white cube e dalle logiche del consumo artistico, questi spazi si rivelano fertili territori di sperimentazione empatica e responsabile, dove convivono il tempo della terra e quello della città, l’urgenza ecologica e il desiderio di relazione. 

In questa prospettiva, Hide-and-Seek si avvicina a una sensibilità postumana e multispecie, dove il gesto curatoriale si de-gerarchizza per farsi ascolto delle relazioni tra vivente e non vivente. Non esiste un percorso obbligato né una narrazione lineare; ogni giardino è una tappa autonoma e interconnessa, un ecosistema a sé che comunica con gli altri in un movimento rizomatico che si estende da Venezia a New York, passando per esperienze come Le Petit Versailles – noto community garden a Manhattan – il prossimo settembre, generando nuove forme, contatti e modalità di attivazione. 

Lucrezia Ceselin, Habitat 1150, oggetti trovati, fondali colorati, dimensioni variabili, in Hide-and-Seek Venice, a cura di Debora Maurelli, Associazione Awai, Venezia, Ph Sonia Maurelli

L’ARTE DA SCOPRIRE IN UNA “CACCIA AL TESORO” IN GIARDINO 

Hide-and-Seek invita a uno sguardo poroso capace di cogliere l’invisibile e restituire attenzione a ciò che è marginale. I cinque artisti del Core Group – Anna Costantino, Bruna D’Alessandro, Elias Diplas, Shahira Hammad, Daniel Scordio – sviluppano interventi site-specific che rispondono alle tensioni del luogo. Non semplici installazioni, ma tracce da cercare, “s/oggetti” che si nascondono nel verde, nei suoni, negli odori, nel ciclo stesso delle foglie. Ogni opera è una “mappa del tesoro” che sollecita un’interazione corporea e sensoriale profonda. 

Il pubblico è invitato a mettersi in cerca senza la promessa del ritrovamento. Il gioco del nascondino evocato nel titolo diventa metafora curatoriale e scelta consapevole: nascondersi non come fuga, ma come strategia di sopravvivenza, risonanza e pratica di ascolto. È così che il giardino si trasforma da contenitore passivo a soggetto attivo, da spazio che ospita a co-autore. 

UN PROGETTO INDIPENDENTE IN ARMONIA CON L’AMBIENTE 

L’indipendenza del progetto si riflette nella sua struttura articolata e corale, che lo rende ogni volta unico aprendosi a nuovi contributi locali – artisti, collettivi, ricercatori, attivisti – che arricchiscono la mostra con installazioni, performance, scritture e pratiche esperienziali. Lo scorso giugno, Awai ha ospitato più di quindici interventi, da Arianna Carone al Collettivo Confluenze, da Habitat 1150 (Lucrezia Ceselin) a Zeroscena, accompagnati da laboratori a cura di 2046, Emi BioLab e Collettivo Scafandra. 

Non si tratta di eventi collaterali, quanto di azioni site-responsive che dialogano con l’ambiente e lo trasformano, dissolvendo i confini tra opera e contesto, autore e spettatore. La teoria stessa entra nello spazio non come discorso esterno ma come pratica incarnata, come nel contributo di Teresa Masini che introduce la nozione di “performance bug”, un disturbo animale della scena performativa. 

Bruna D'Alessandro, Piantina di Pomodori, 2025

L’ARTE DI NASCONDERSI (E IL POTERE DELL’INVISIBILITÀ) 

In un’epoca dominata dalla visibilità, dall’iperproduzione e dalla retorica dell’impatto, Hide-and-Seek sceglie l’invisibilità strategica, il gesto minimo, l’interazione non appariscente. È una politica dell’attenzione e una grammatica dell’ascolto dove ogni elemento, umano e non umano, può farsi guida, messaggero o interlocutore. 

Nel suo continuo farsi e disfarsi, questo progetto restituisce valore al processo, al dubbio, all’incontro casuale. Offre spazi di sospensione in cui l’arte diventa pratica di vita, una forma condivisa di ricerca sul mondo e dentro di noi. Non resta che giocare, nascondersi, smarrirsi, immaginare. E forse, proprio nel perdersi, iniziare a sentire. 

LINK
  • https://www.instagram.com/awai_associazione/
Jasmine Miraval
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