I CANEMORTO riappaiono sotto forma di mito e critica: la mostra del collettivo dal titolo “Megalomanie”, a Roma trasforma la loro sparizione in un racconto aperto sul sistema dell’arte, tra finzione, fallimento e culto.
“Quando il gatto non c’è, i topi ballano”: così comincia la critica di Gaetano Pullano, assistente del collettivo CANEMORTO, che accusa il sistema dell’arte di aver approfittato della loro presunta scomparsa per trasformare i tre artisti in icone commerciali. Secondo lui, i CANEMORTO erano anarchici e radicali fino al midollo: mai avrebbero accettato di diventare oggetti di culto o figure mitiche dentro il sistema che spesso hanno criticato.
Nonostante ciò, la mostra “Megalomanie” è stata comunque inaugurata presso la Fondazione Nicola Del Roscio a Roma e resterà visitabile fino al 18 luglio. La mostra funziona – ma perché?
Perché riesce a rappresentare, insieme, il problema e possibili soluzioni. Non dà risposte univoche, ma solleva interrogativi, lascia spazio all’immaginazione di chi guarda e propone una narrazione aperta, senza un finale chiuso.
CHI SONO I CANEMORTO
In mostra compaiono tre individui mascherati, che parlano una lingua sconosciuta e adorano una divinità canina, chiamata Txakurra. Non sono né supereroi né criminali: sono artisti che scelgono l’anonimato come forma di libertà. Ogni loro opera è realizzata a sei mani, guidati da un “spirito guida” che li ispira.
Vivono un conflitto interiore: da un lato vogliono essere riconosciuti nel mondo dell’arte e avere successo, dall’altro sentono il dovere di seguire principi assurdi e bizzarri, dettati dalla loro divinità immaginaria. Questo li mette in una posizione di limbo: sospesi tra comunità, rituali collettivi e il loro passato nella street art, che sembra richiamarli costantemente.
UNA CRITICA AL MERCATO DELL’ARTE
Il lavoro di CANEMORTO è fatto di eventi collegati, cause ed effetti, come un’unica grande narrazione che attraversa spazio e tempo.
Nel progetto Canemorto Fish Market, realizzato a New York presso l’Hotel Gratin, il trio ha ricreato una pescheria, ma finta: tutto era costruito nei minimi dettagli per sembrare vero. C’erano arredamento da negozio, disegni confezionati come se fossero pesce fresco o surgelato, grembiuli da pescivendolo, numeri per la fila e un registratore di cassa.
L’obiettivo? Criticare e riflettere sul mercato dell’arte, sul modo in cui le opere vengono vendute, confezionate, trasformate in “prodotto”, e come l’estetica della merce influenzi la percezione del valore.
A questo si aggiunge anche la residenza artistica a Villa Arson, un’Accademia di Belle Arti francese con un’architettura brutalista (grandi strutture in cemento grezzo), situata a Nizza. Qui, CANEMORTO ha sviluppato un nuovo tassello del loro mondo, sempre giocando tra ironia, spiritualità assurda e critica del sistema.
VIDEOARTE ATTRAVERSO IL FILM
Alla Fondazione viene proiettato in anteprima anche il film La Recherche de l’Oeuvre Absolue, un chiaro riferimento ironico a À la recherche du temps perdu di Marcel Proust.
Il film, diretto da Marco Proserpio con musiche di Matteo Pansana, è scritto e interpretato dagli stessi CANEMORTO. Racconta il tentativo del trio di scoprire il segreto di un’opera perfetta, capace di piacere al pubblico di tutto il mondo. L’unico a conoscere la verità sarebbe Pierre-Joseph Arson (nome inventato, che richiama la Villa Arson). Il tono è da inchiesta giornalistica, ma resta immerso nell’assurdo e nella provocazione.
L’ULTIMO ESPERIMENTO ARTISTICO
Nella Project Room della Fondazione, è esposto il risultato dell’ultimo, fallimentare esperimento dei CANEMORTO: 10 matrici in alluminio (le lastre usate per stampare), deformate e accartocciate. Su ciascuna, si vede il loro inconfondibile stile grafico: volti e corpi di creature antropomorfe, tratteggiati in modo grezzo e ruvido.
Di fronte alle matrici, ci sono 10 microscopi. Ogni microscopio contiene un vetrino con una micro-stampa: sono le stesse immagini delle matrici, ma in miniatura. Queste erano pensate per essere le più grandi stampe calcografiche del mondo, da inserire nel Guinness dei Primati.
Il sogno era “svoltare” economicamente, entrare nel mondo dei collezionisti ricchi, e poter finalmente festeggiare con “frutti di mare, champagne e selvaggina”. Ma le cose sono andate storte: durante il processo, usando acido illegale per incidere le matrici, c’è stata un’esplosione.
Dopo l’incidente, non si hanno più notizie del trio. Restano solo le 10 microstampe, alcuni disegni bruciacchiati, e le matrici distrutte.
L’ESTETICA DEL FALLIMENTO NELL’ARTE CONTEMPORANEA
Nonostante tutto, l’inaugurazione si è tenuta lo stesso. I curatori, Davide Pellicciari e Carlotta Spinelli, hanno impostato la mostra su concetti come l’Estetica del Fallimento (fare del disastro un’opera), la fisicità dei materiali alla Richard Serra (grande scultore minimalista), e il tratto corsivo e istintivo che ricorda Cy Twombly, di cui Nicola Del Roscio (il fondatore) fu assistente. A raccontare tutta la vicenda è anche un giornale d’artista cartaceo, in edizione speciale: Il Quotidiano dell’Arte, che parodizza il celebre Il Giornale dell’Arte, imitando grafica, linguaggio e impaginazione per continuare il gioco tra realtà e finzione.
LINK
- https://fondazionenicoladelroscio.it/canemorto-megalomanie/
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