Corpi politici e archivi resistenti al MAMbo 

Una mostra al MAMbo di Bologna esplora il potere politico degli archivi queer e femministi, restituendo visibilità a corpi, storie e memorie che resistono all’oblio. Un dispositivo vivo che intreccia attivismo, cura e narrazione collettiva. 

C’è un’operazione profondamente politica nell’atto di conservare. Specialmente quando l’oggetto di conservazione, cura e diffusione riguarda tutto ciò che il Potere vuole considerare effimero, superfluo, persino pericoloso per la costruzione identitaria del cittadino; forza per eccellenza istituzionale, normativa, escludente, proprio il Potere tenderà inevitabilmente a marginalizzare tali oggetti, destinandoli, col tempo e con l’aiuto dei suoi agenti, all’oblio. Resistere all’oblio e restituire voce e visibilità a tali oggetti politici è la missione insita nell’esposizione, inaugurata lo scorso maggio al Mambo di Bologna e visitabile fino al 28 settembre, dal titolo Resisting Oblivion. Passione e attivismo negli archivi femministi e queer di Bologna.  

UN ARCHIVIO COLLETTIVO E INSUBORDINATO AL MAMBO DI BOLOGNA 

Curata dalla storica giapponese specializzata in attivismo e questioni di genere Chelsea Szendi Schieder, la mostra raccoglie materiali provenienti da cinque archivi bolognesi: si va dal Centro di documentazione Flavia Madaschi del Cassero LGBTQIA+ Center all’Archivio di storia delle donne dell’Associazione Orlando e all’Archivio Luki Massa, fino ad arrivare a quello del MIT e all’archivio audiovisivo Out-Takes; si tratta di quarant’anni di storie di vita e memorie di movimenti queer e femministi bolognesi che vengono dunque restituiti al pubblico e, in una loro dimensione collettiva e disordinata, interrogano l’oggetto-archivio come strumento di agitazione, gesto di insubordinazione, forma attiva di memoria pubblica contemporanea.  

Locandina della prima manifestazione italiana per i diritti LGBTQ+, giugno 1980

DAL 1980 IN POI: UNA STORIA IN MOVIMENTO 

Tale tensione tra ciò che è stato e ciò che continua a essere si incarna fin dall’allestimento dell’esposizione: inizialmente pensata per nuclei tematici, la mostra è stata poi organizzata secondo una scansione cronologica per decenni, dal 1980 in avanti. Si attraversano così i diversi momenti della storia dei movimenti femministi e queer bolognesi, con una progressione temporale che non pretende di essere esaustiva, ma che permette di osservare come il linguaggio dell’attivismo si sia trasformato, ibridato, sedimentato; all’interno dell’esposizione si trovano dunque materiali eterogenei: manifesti politici, volantini di assemblee e cortei, riviste autoprodotte, fotografie in bianco e nero, lettere personali, estratti di diari, registrazioni video, badge di manifestazioni internazionali, striscioni cuciti a mano, materiali didattici, tessere associative, libretti ciclostilati, t-shirt militanti; ma anche oggetti intimi, spesso scandalosi e fuorilegge, difficili da catalogare, che restituiscono la presenza reale di chi ha abitato quei luoghi e animato coi propri corpi quelle lotte. 

CORPI CHE RESISTONO, ARCHIVI CHE VIVONO 

Non è un caso, allora, che nella mostra dominino i corpi: corpi vivi, desideranti, in lotta; corpi trascritti nei diari, incollati nei manifesti, impressi nelle fotografie. Corpi che hanno indossato vestiti, come i pantaloni che la presidente onoraria del MIT, Porpora Marcasciano (oggi anche Consigliera per la Commissione alle Pari Opportunità del Comune di Bologna) aveva addosso quel 28 giugno 1980, quando in Italia si svolse la prima manifestazione nazionale per i diritti LGTBQAI+, e che ora si trovano esposti sotto una teca a testimonianza di un passato che non può che continuare a produrre significato. 

Corpo e archivio smettono così di essere solo metafore parallele e si trasformano in dispositivi di resistenza gemelli e complementari. Il corpo queer e femminista è politico perché esiste, prima ancora di agire. Così l’archivio: non un mero deposito, ma una forma di presenza, un dispositivo tridimensionale in movimento che rompe la neutralità dell’inventario e rivendica la propria capacità di intervenire nel presente come atto vivo. Se allora gli archivi dei movimenti sociali tradizionalmente si costruiscono a posteriori, spesso dopo fasi di validazione storica e riflussi, nel caso degli archivi queer e femministi bolognesi la spinta alla conservazione accompagna fin dalle origini l’organizzazione politica. Non si tratta di un mero dettaglio: è l’indizio di una pratica che non separa la lotta dalla sua narrabilità, e che riconosce nell’archivio non un epilogo, ma una forma di difesa dall’oblio e un’estensione del proprio agire. 

Schedario con racconti e testimonianze del pubblico della mostra

DALL’ESPERIENZA GIAPPONESE A QUELLA BOLOGNESE 

È questo l’elemento distintivo che ha convinto la curatrice a trasferire il suo esperimento espositivo dal Giappone all’Italia; ideato nel 2023 presso Ayoama Gakuin University di Tokyo, il progetto nasce da una semplice domanda: dove finiscono i materiali prodotti dai movimenti nel corso della storia? Come storica e ricercatrice della società giapponese, Schieder ha riscontrato negli anni un concreto rischio di abbandono e marginalizzazione delle storie dei movimenti sociali, alimentato dalla mancanza di spazi e autonomia proprio dei piccoli archivi, che non solo faticano ad aprirsi alla collettività, ma che spesso si vedono costretti a consegnare i propri materiali a istituzioni statali poco interessate alla loro valorizzazione pubblica. In quel contesto, gli archivi bolognesi appaiono come un esempio eccezionale: nati dal basso e capaci di mantenere autonomia ancora oggi, questi archivi rappresentano un potente atto di resistenza in un momento storico in cui l’istituzione tende a fagocitare ogni forma di dissenso, trasformandola in prodotto culturale innocuo e indifferente ai più. 

Proprio su questa linea, l’esposizione non può che chiudersi con un’ulteriore richiesta di impegno, intimo, dunque politico, al visitatore: un antico schedario, pieno di fogli compilati dai pubblici che hanno visitato la mostra, invita anche noi a contribuire, a scrivere la nostra parte, a condividere un pezzo della nostra storia, a non considerarsi solo spettatore, ma parte attiva di una narrazione collettiva ancora da scrivere. Perché in fondo l’archivio non è il luogo del già avvenuto, è il luogo del possibile. 

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Letizia Cilea
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