La 46ª edizione della Versiliana inaugura una nuova sezione dedicata all’arte contemporanea curata da Umberta Gnutti Beretta, appassionata di arte e filantropa. Identità fluide, spiritualità, corpi e visioni si incontrano in una collettiva che dà forma alla complessità del nostro tempo.
Con l’arrivo dell’estate, la voglia di entrare in musei e gallerie, se non per cercare un po’ di aria condizionata, si riduce drasticamente. La spinta è tutta verso il mare, e da qualche anno diversi spazi culturali – mostre, piccole esposizioni o festival – scelgono di spostarsi proprio nelle zone costiere, per intercettare sia il pubblico abituale che nuove fasce di visitatori.
Tra questi, sulle coste toscane in provincia di Lucca, nel comune di Pietrasanta, si svolge la 46ª edizione della Versiliana. Il festival ha inaugurato quest’anno una nuova sezione d’arte, curata da Umberta Gnutti Beretta, appassionata di arte, filantropa e responsabile dal 2024 della sezione arte contemporanea del festival, sempre attenta a promuovere progetti culturali di alto profilo.
Spesso si dice che le nuove generazioni di artisti, i cosiddetti “artisti emergenti”, faticano a trovare spazio nel mondo dell’arte ufficiale, sia nell’ambito espositivo sia sul mercato. Io contengo moltitudini, titolo del progetto e della mostra di cui andremo a parlare di questo articolo, rovescia questa tendenza.
L’omonima installazione, opera principale del festival, è firmata dalla celebre Marinella Senatore, artista nota per le sue luminarie reinterpretate in chiave contemporanea che veicolano messaggi d’impatto. All’interno della suggestiva Villa La Versiliana, che incarna lo spirito del territorio, Senatore è protagonista e capofila di una collettiva di 11 giovani artisti internazionali. La mostra è curata da Edoardo Monti, fondatore della residenza artistica Palazzo Monti a Brescia, e da Sofya Simakova, direttrice della piattaforma Giardini Studios.
Da una parte, la monumentale luminaria di Senatore domina il viale d’ingresso, pensata come punto di incontro e aggregazione, affiancata da una serie di opere tessili site-specific lungo la scalinata della villa. Questa prima parte è curata da Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi.
Dall’altra, la sezione “group show” raccoglie opere di Mathilde Albouy, Apollinaria Broche, Victoria Kosheleva, Vladimir Kartashov, Giulia Messina, Jacopo Naccarato, Namsal Siedlecki, Giovanni Stefano Rossi, Cosimo Vella, Alexandra Vertinskaya e Alisa Yoffe. Molte delle opere sono inedite e create appositamente per la Versiliana, spaziando tra scultura, pittura e ceramica, e componendo un ricco mosaico di linguaggi, estetiche e provenienze. La mostra chiuderà il 30 agosto.
Quello che mi colpisce maggiormente sono sicuramente i lavori di due artisti. Il primo è Giovanni Stefano Rossi, classe 1996, un artista che stimo molto e che da anni seguo nella sua ricerca nel e nei suoi progetti. Rossi porta avanti un’idea di spiritualità che si intreccia a un linguaggio simbolico e ambivalente. Nella mostra presenta tre opere che instaurano un dialogo tra visibile e invisibile, sacro e profano. In Errore di prospettiva II, un ostensorio custodisce un Pan di Stelle: qui il nutrimento spirituale si confonde con quello materiale, mettendo in discussione il senso stesso dell’adorazione. In Con silenzio e lacrime la sofferenza si trasforma in sacralità, con rovi dorati su un inginocchiatoio che raccontano un dolore che non salva, ma accompagna. Infine, in In(coscienza), opera inedita, la statua del Sacro Cuore e il Grillo Parlante si confrontano: la coscienza è una guida fragile ma decisiva, e la libertà è sempre una scelta.
Un’altra artista molto interessante, giovane anagraficamente (classe 1998), è Giulia Messina. Capace di intrecciare corpo, cibo, ritualità e vulnerabilità sociali, realizza una pratica artistica intima e sovversiva. Le sue opere sono vere e proprie vanitas contemporanee, che riflettono su obsolescenza e fragilità, trovando al contempo spazio per performance e installazioni conviviali come i suoi celebri banchetti, dove la condivisione diventa gesto artistico. Nei suoi lavori emergono erotismo, autonomia e una vena di assurdo, che mostrano con forza i confini tra arte e vita, trasformando lo spazio pubblico in uno spazio intimo ma di grande potenza politica e sessuale.
Si potrebbe parlare anche degli altri artisti, ma per ragioni di spazio e di coerenza in questo articolo ho preferito soffermarmi su questi due nomi. La mostra, nonostante inizi con un’installazione ormai familiare di Marinella Senatore, si sviluppa all’interno degli splendidi spazi di Villa La Versiliana con una collettiva dove non c’è spazio per il grottesco o per l’effetto “wow”. Si trovano infatti numerose opere, apparentemente slegate tra loro, ma unite da un filo rosso molto chiaro che si svela proprio nel titolo.
Io contengo moltitudini prende ispirazione dalla celebre citazione di Walt Whitman, che rappresenta perfettamente come dentro ognuno di noi convivano pensieri, emozioni e convinzioni spesso contrastanti, e come la nostra identità non sia mai rigida o univoca, ma un insieme fluido e complesso.
Purtroppo però non è semplice né accettare, né solo comprendere questa molteplicità che ci appartiene. Fin da piccoli siamo educati a mostrare coerenza, a capire le circostanze, a sostenere opinioni chiare e a comportarci in modo lineare. Ma dentro di noi convivono spesso emozioni e pensieri contrastanti, una dualità che può creare frustrazione e tanto stress, soprattutto perché la società tende a premiare chi appare stabile e definito.
Imparare a convivere con questa complessità significa imparare a essere gentili con noi stessi, accettando che è normale sentirsi e agire in modi diversi a seconda del momento e della situazione. Le contraddizioni interiori non sono segno di debolezza o incoerenza, ma parte essenziale della ricchezza dell’esperienza umana. Siamo esseri “ineffabili”: troppo vasti e complessi per essere descritti completamente a parole.
Ecco allora che l’arte visiva diventa uno strumento prezioso per dare forma e fisicità a questa molteplicità, senza costringerla in rigide categorie, ma mostrando la varietà e la complessità che portiamo dentro di noi.
Vorrei chiudere questo pezzo citando il celebre verso del poeta americano Walt Whitman, tratto dal suo poema Song of Myself (1855), da cui questa mostra prende ispirazione.
“Do I contradict myself? Very well then I contradict myself, (I am large, I contain multitudes.)”
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