La “notte bianca” del design più attesa dell’estate 

Una notte sola, al km 278 del litorale adriatico, per attraversare arte, architettura e spazio: Demanio Marittimo 2025 porta in spiaggia talk, performance e visioni, tra omaggi a Mario Giacomelli e viaggi verso la Luna, con i piedi tra i ciottoli. Ci è stata per art-frame Giorgia Basili. 

A Marzocca di Senigallia, nella notte tra il 18 e il 19 luglio, si succedono talk su arte contemporanea, architettura e design in un contesto fuori dalla norma: ci troviamo al km 278 del lungomare Adriatico. E tra una sessione e l’altra potremmo tranquillamente toglierci le scarpe e immergere i piedi tra i piccoli ciottoli lisci della spiaggia. Un’intera notte, una sola (peccato), quella del Demanio Marittimo.KM-278, che porta da 15 anni in questo piccolo borgo architetti, artisti, designer, direttori di musei, studenti delle Accademie e dei Politecnici non solo dall’Italia ma dall’Europa, grazie al format inventato da Pippo Ciorra e Cristiana Colli.  

LA NOTTE BIANCA DI DEMANIO MARITTIMO, TRA ARTE, DESIGN E ARCHITETTURA 

Cosa avviene in sole 12 ore ha dell’inverosimile…fino a pochi minuti prima di fronte al ristorante la Madonnina del Pescatore, due stelle Michelin, ci sono solo i clienti del locale, giunti da chissà dove per provare i piatti prelibati. Inoltre, si notano scarne presenze sotto gli ombrelloni, in acqua, a giocare a carte ai chioschi del litorale. Allo scoccare delle 18, ci avviciniamo all’impalcatura temporanea pensata, quest’anno, da giovanissimi studenti della Facoltà di Architettura dell’Università di Lubiana, accompagnati da Bevk & Peroviç e Decleva Gregorič. Con il passare dei minuti i palchi arricchiti da veli a strisce bianche e gialle e ombrelloni blu e bianchi accolgono i relatori e le panche pullulano di ospiti. Verso mezzanotte si arriverà a circa 400 persone. Quest’anno l’edizione interroga i concetti dell’abitare e il processo speculare del disabitare. Sono infatti due i palchi che propongono discussioni alla stessa ora, bisogna solo scegliere quale uditorio andare a nutrire. 

IL PROGRAMMA DI DEMANIO MARITTIMO 2025 E L’OMAGGIO A MARIO GIACOMELLI 

Si parte, come ogni anno, con un omaggio al Maestro del Territorio ed è la volta di Mario Giacomelli che avrebbe compiuto 100 anni il primo agosto. Invitati, Massimo Raffaeli, critico letterario. In dialogo con Katiuscia Biondi Giacomelli dell’Archivio Giacomelli e con il curatore Bartolomeo Pietromarchi, il critico letterario Massimo Raffaelli sottolinea come il grande fotografo e pittore sia riuscito a vivere nell’area di Senigallia e ad assurgere a una piena consapevolezza del territorio, senza chiudersi e risultare provinciale, rivelandosi un cosmopolita senza abbandonare mai le Marche. Ci lascia un corpus di 40.000 fotografie, scattate in un paesaggio di 50 chilometri quadrati: non aveva bisogno di andare altrove perché abitava il suo spazio.  

L’ARTISTA MARIO GIACOMELLI NELLE PAROLE DI SANDRO CHIA 

Pietromarchi, nel corso dell’incontro, legge un passaggio tratto da un’intervista di Sandro Chia dedicata alle fotografie di paesaggio di Mario Giacomelli. Le parole dell’artista restituiscono con forza poetica la centralità del segno nei lavori del fotografo marchigiano, in particolare nei suoi celebri paesaggi agricoli, solcati da linee nere, da curve scavate nella terra, da cicatrici che diventano strutture visive. 

“Se il fosso è un buco, un pezzo di natura, qualcosa che scorre e si muove nel tempo, allora, è lì che tutto comincia e tutto finisce“, scrive Chia, riconoscendo al solco un ruolo generativo e conclusivo al tempo stesso. “Il solco che segna non è solo un segno che delimita un campo… è qualcosa che lo custodisce, lo protegge, lo segna sì ma lo salvaguarda anche”. Il segno, dunque, non è semplice traccia o margine, ma gesto fondativo, capace di dare forma e senso al paesaggio. “Fa sì che quel campo rimanga quello che è, perché senza il solco sarebbe un’altra cosa, un ammasso informe”. È proprio questa linea incisa nella terra a trasformare il paesaggio in immagine: “Il segno lega altri segni, li cuce insieme, è come una cucitura visibile. Un segno si collega a un altro segno che si collega a un altro ancora e così, alla fine, ottieni l’immagine”. 

Chia conclude con una riflessione che vale come chiave interpretativa dell’intera opera di Giacomelli: “Il solco è una cosa basilare, essenziale. Senza il solco quel campo non esisterebbe. Non dico che degenererebbe, ma si trasformerebbe in una cosa informe, qualcosa di indistinto, come se non avesse un’identità”. Il segno diventa così atto di resistenza all’entropia del mondo: un gesto minimo, quasi arcaico, che restituisce al paesaggio la sua forma e alla visione il suo ordine. 

Demanio Marittimo 2025

“ABITARE IL CIELO”: IL DESIGN PER LO SPAZIO 

“La terra è la culla dell’umanità ma non si può vivere per sempre in una culla”: si apre così – con una frase del pioniere dell’astronautica Konstantin Tsiolkovsky, – il talk Abitare il Cielo, realizzato con la partnership di ESA – European Space Agency, che indaga come “abitare lo spazio”. In collegamento dalla base spaziale di Houston, Luca Parmitano – astronauta inviato per due volte sulla ISS (Stazione Spaziale Internazionale), la prima volta nel 2013 poi nel maggio 2019, primo italiano a essere comandante della stessa – spiega: “dopo i primi 25 anni di presenza costante nello spazio, possiamo iniziare a tracciare un bilancio”. Alcuni effetti sull’organismo umano sono negativi e in parte irreversibili. Tuttavia, molti altri si sono rivelati gestibili grazie alla continua evoluzione della medicina spaziale e dei sistemi di supporto vitale. “Nella seconda decade, abbiamo sviluppato tecnologie che ci permettono di vivere nello spazio fino a un anno senza danni gravi alla salute”. Ma lo spazio non è solo una questione tecnica o biologica. Esiste anche una dimensione profondamente filosofica e umana: quando si coopera superando le barriere, si riesce ad andare molto più lontano. “Le relazioni interpersonali vengono messe a dura prova negli ambienti estremi e ristretti della Stazione Spaziale Internazionale, nei sottomarini o nelle basi antartiche”. La coabitazione è una sfida costante, e le pressioni psicologiche si moltiplicano in situazioni operative ad alto rischio. Un elemento fondamentale in questo contesto è la formazione dell’equipaggio. Selezionare chi partecipa alle missioni è un’opportunità cruciale: “le persone devono essere tecnicamente preparate, ma anche capaci di gestire le proprie idiosincrasie”. 

POSSIAMO TORNARE SULLA LUNA?  

Quanto lontano possiamo arrivare? Tenta di rispondere invece Paolo Ferri, astrofisico che ha guidato varie missioni spaziali tra le quali l’operazione Rosetta. Oggi la Stazione Spaziale Internazionale orbita a circa 400 chilometri dalla Terra. La Luna dista 400.000 km, mentre Marte è in media a 400 milioni di chilometri. “Siamo già in grado di tornare sulla Luna? Sì, e il programma Artemis lo dimostra: nel 2026 è prevista la missione Artemis II, che riporterà astronauti in orbita lunare dopo oltre 50 anni. Ma non si tratta ancora di basi permanenti: nei prossimi dieci anni, si prevede soltanto l’allunaggio attorno al Polo Sud lunare, con missioni di andata e ritorno. Le difficoltà sono enormi, soprattutto logistiche e fisiologiche: il trasporto di materiali, l’esposizione alle radiazioni cosmiche, il freddo estremo”. A supportare queste missioni sarà la futura stazione Gateway, un avamposto orbitante attorno alla Luna. Tuttavia, affermare oggi che siamo a pochi anni da una missione umana su Marte è, secondo molti esperti, un discorso più propagandistico che realistico. Come spiega Ferri, l’atmosfera terrestre ci protegge da un’invisibile ma letale minaccia: le radiazioni cosmiche. 

E poi c’è la polvere lunare: sottile come vetro, altamente abrasiva, può danneggiare guarnizioni, respiratori e polmoni. Marte presenta altri rischi, ma almeno offre un’atmosfera, seppur sottile. Altri pianeti come Mercurio e Venere sono praticamente inaccessibili: il primo è troppo vicino al Sole, il secondo ha un’atmosfera densa e una pressione tale da schiacciare qualunque strumento. Le lune del Sistema Solare: nuove possibilità? Cosa ci resta da esplorare? Le lune dei giganti gassosi. Ganimede e Callisto (le lune di Giove) sono gelate, ma stabili. Le lune di Saturno, come Titano ed Encelado, distano oltre 1,5 miliardi di chilometri. Con sonde robotizzate potremmo raggiungerle in pochi anni. Titano ha un’atmosfera densa e irrespirabile, ma è affascinante dal punto di vista scientifico. 

POSSIAMO DAVVERO ABITARE NELLO SPAZIO? 

Infine, arriva al dunque Annalisa Dominioni, esperta in architettura e design per lo spazio e gli ambienti estremi che insegna al Politecnico di Milano: quali sono le implicazioni del tentare di abitare nello spazio? Ma soprattutto, sarà mai abitabile? Nel modulo Columbus della ISS, progettato anche grazie al contributo dell’Italia, la situazione cambierà rapidamente. Attualmente, tuttavia, armadietti (detti “Rex”) circondano lo spazio abitabile, e col tempo, astronauti e strumenti lo riempiono di cavi, computer e oggetti fissati con velcro. L’orientamento diventa difficile. Gli astronauti, spesso provenienti da carriere militari, sono allenati a gestire il disorientamento: nello spazio la percezione cambia, la postura si modifica come se si fosse immersi in acqua. La colonna vertebrale si allunga di 7 centimetri, i liquidi salgono verso la testa, e persino il sonno è influenzato: non c’è vento, non c’è luce naturale, si alterano i ritmi circadiani. Dormire? Solo dentro sacchi a pelo legati alle pareti. Lo spazio annulla le differenze: tutti sono sottoposti alle stesse nuove regole fisiche. Questo apre la strada alla progettazione di oggetti e protesi più funzionali per tutti, anche sulla Terra. Come suggerisce Dominoni: pensare alle città dell’universo ci costringe a ripensare radicalmente l’abitare, il muoversi, la condivisione delle risorse terrestri. 

Demanio Marittimo 2025

LO SPAZIO ARTISTICO PUÒ DIVENTARE DOMESTICO? 

Da menzionare, per il piano di continuità e sinergia che si instaura tra arte ed esistenza, il Talk con il gallerista torinese Franco Noero. Si riflette su come sia possibile Abitare la Galleria, trasformare gli spazi domestici e rendere gli spazi espositivi luoghi vissuti da idee e creatività. Si registra, infatti, il contributo dell’artista Martino Gamber che ha vissuto per un periodo nel palazzo dove aveva sede la galleria e dove viveva Noero con la moglie. La celebre “fetta di polenta” progettata da Alessandro Antonelli: alta nove piani (due interrati), con pianta trapezoidale di poco più di 4 metri da un lato e solo 57 centimetri dall’altro. Alla discussione partecipa anche la collezionista Mia Vigo, fondatrice di Archivorum Library, casa editrice e biblioteca con più sedi – due a Megève, una a Ginevra, Ibiza, Milano. La sede torinese è letteralmente abitata da una installazione di Martino Gamber, a sua volta contenitore di pubblicazioni con sportelli e scomparti segreti. Tra gli ospiti dell’una Lorenzo Benedetti, critico e curatore, introduce il lavoro di due artisti affermati a livello internazionale. L’albanese Anri Sala che nei suoi video si sofferma anche sul ruolo che la musica ha nello scandire il tempo e di come l’architettura e l’urbanistica manipolino la nostra percezione dello spazio. Dall’altra parte, Sislej Xhafa, artista kosovaro noto per il suo approccio concettuale che scandaglia tematiche quali immigrazione, identità, economia e dinamiche sociali, preferisce eliminare la musica per concentrarsi sull’immagine. 

LA “BLACK BOX” CON I FILM SELEZIONATI DAL MAXXI 

Tra le novità di quest’anno una black box attiva per tutta la notte che proietta anche i video selezionati dalla Fondazione MAXXI. Il MAXXI-LIFT Film Workshop curato da Lina Platform esplora una serie di progetti audiovisivi e sperimentali che riflettono sul rapporto tra architettura, urbanistica e società. Viene mostrato il lavoro di designer e artisti come Liam Young, che con Planet City porta alla ribalta l’idea di una città globale che ospiti tutti gli abitanti del pianeta. Atelier Remoto (Valentina Merz, Lara Monacelli Bani) e Jacopo Biffi, con radioLINA spazio/suono riflettono sulla capacità di trasformare gli spazi, creando nuove dimensioni di interazione e coinvolgimento. Con il progetto A noi caro, in particolare, indagano la memoria e la relazione affettiva con gli spazi attraverso il corpo. Ai partecipanti della performance, documentata nel video, viene richiesto di immaginare un luogo che reputano prezioso per il loro vissuto personale, dimostrando come anche i piccoli luoghi, simbolici o archetipici e non solo architetture grandiose — una veranda, un letto, un’amaca, una torre —, contribuiscono a formare ricordi, hanno un impatto emotivo diverso su ogni individuo, incidono sulla formazione del suo carattere, pesano sul benessere e sulla qualità della vita. Per tale motivo, il design non ha solo un ruolo funzionale ma risponde a necessità organiche e sociali. The Great Together di Docar (Rocio Calzado e Jasper Meurer) affronta temi di demolizione, privatizzazione e conservazione, esaminando il caso del Corviale a Roma, Mirail a Tolosa, un quartiere di Berlino in cui vivono 11.000 inquilini. Infine, Echoes of Resistance di Planting Solidarity Co. esplora il potere della resistenza collettiva, e The Unfinished City di Lab212 Collective (Béatrice Lartigue) evidenzia la città incompleta, simbolo di speranza, ma anche di tensioni irrisolte. Ogni video offre un punto di vista unico sull’architettura e la società, cercando di interrogare il nostro rapporto con lo spazio e le sue trasformazioni, sfidando idee convenzionali su urbanistica, comunità e futuro. Viviamo un momento storico in cui la proprietà privata non è più una priorità e in cui il radicamento in un luogo non è condizionato dalla volontà di rispecchiarsi in una comunità, bensì mosso dall’esigenza di usufruire di servizi. Demanio Marittimo considera quindi questo modo di carattere moderno e globale volto ad abitare/disabitare che ci vede sempre più cittadini del mondo e pone sotto esame quelli che possono essere gli impatti positivi e negativi sul futuro delle relazioni sociali. 

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Giorgia Basili
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