Diretto da Toby Perl Freilich, Maintenance Artist porta sullo schermo la storia di Mierle Laderman Ukeles, artista che ha fatto del suo lavoro di cura non retribuito, un manifesto. Perché il personale è politico.
“Dopo la Rivoluzione, chi raccoglierà l’immondizia il lunedì mattina?”. Se l’è chiesto Mierle Laderman Ukeles in una giornata di ottobre del 1969, un anno dopo aver partorito il suo primo figlio. L’artista statunitense ha raccontato più volte il suo ingresso nella maternità: “le persone hanno smesso di farmi domande, hanno smesso di considerarmi oltre il mio essere madre”. Ma Ukeles era un’artista, trasferitasi da Denver a New York per formarsi al Pratt Institute, dove Robert Richenburg le aveva insegnato, guadagnandosi per questo una lettera di licenziamento, che l’arte è libertà. Accettare dunque di ridursi sotto il peso degli obblighi domestici, insostenibili dopo la nascita del figlio, non era un’opzione per lei. Decide così di chiamare Arte i suoi atti di cura non retribuiti.
MAINTENANCE ART MANIFESTO
Il documentario Maintenance Artist, presentato in anteprima mondiale al Tribeca Film Festival di New York, racconta la radicalità dell’artista statunitense che ha stravolto, ancora una volta nella storia, le regole dell’opera d’arte.
Il Maintenance Art Manifesto, redatto – e si potrebbe anche esageratamente dire “vomitato” – in quella giornata di ottobre del 1969 in un’unica seduta, è a metà tra una dichiarazione d’intenti e un’opera d’arte concettuale, impregnata di rabbia, rancore, acume e risolutezza: “Sono un’artista. Sono una donna. Sono una moglie. Sono una madre (ordine casuale). Passo tantissimo tempo a lavare, pulire, cucinare, sistemare, supportare, conservare ecc. Inoltre (fino ad ora separatamente) ‘faccio’ Arte. Adesso, continuerò con questi lavori casalinghi quotidiani, portandoli all’attenzione ed esponendoli come Arte”.
ARTE COME RIFLESSIONE CRITICA SUL MONDO
Dalle quattro performance del 1975 presso il Wadsworth Atheneum Museum in Hartford nel Connecticut, in cui l’artista lucida pavimenti e scale d’ingresso con acqua, scopa e pannolini, fino alla Touch Sanitation Performance durante la residenza presso il Dipartimento Sanitario di New York, che la vede stringere la mano a 8500 operatori sanitari ripetendo “Thank you for keeping New York alive!”, il lavoro di Ukeles ridimensiona l’ego del grande artista solitario e ci sussurra che l’arte può invece essere ordinaria e collettiva. Ci guida verso una creatività che non si fonda sull’individuo che spera di toccare vette irraggiungibili, ma su una riflessione critica sul mondo. Ukeles sa bene che la cura è una forma d’arte, non in senso romantico ma in una prospettiva profondamente pratica. Il lavoro di cura, quello invisibile, sminuito, talvolta non pagato, tiene in piedi il sistema; e in fin dei conti a cosa serve l’arte se non a tenere in piedi il sistema?
TRA DUCHAMP, POLLOCK E ISTANZE FEMMINISTE
Con uno sguardo al readymade di Marcel Duchamp e all’action painting di Jackson Pollock, la giovane irriverente sfida il classismo capitalista americano a colpi di secchiate d’acqua sul cemento. E se con i due grandi maestri Mierle condivide il sacro fuoco del cambiamento e l’intelligenza dell’intuizione, visceralmente sua è la prospettiva femminista, la rabbia atavica di una madre che per poter fare l’artista deve necessariamente mettere in atto una piccola rivoluzione. La differenza sta lì, ancora una volta, in quel “personale” che è sempre “politico”. “Dopotutto”, riflette Mierle, “Pollock non ha mai cambiato pannolini”.
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