Riapre a Bologna con Family Matters Gelateria Sogni di Ghiaccio 

A Bologna, Gelateria Sogni di Ghiaccio si trasforma in un “friends-run space” – luogo animato da una gestione collettiva che riunisce artisti, curatori, professionisti del mondo dell’arte – e ospita Family Matters, mostra collettiva in più tappe che intreccia arte, relazioni e tempo condiviso. 

Gelateria Sogni di Ghiaccio si trova alla fine del vicolo che chiude via Tanari Vecchia, a Bologna – un passaggio raccolto, che perde il brusio continuo della città per cullare il silenzio di una dimensione più intima, quella che spesso contraddistingue il cuore del centro abitato: un contrasto acustico, quasi innaturale, tra il rumore delle vie principali e la quiete intuita nelle traverse. Nato come “artist-run space” nel 2016, sotto l’impulso degli artisti Mattia Pajé, Filippo Marzocchi e Marco Casella, il luogo ha ricevuto il suo nome da un incontro con l’artista Roberto Fassone, che, visitandolo per la prima volta, decise di donargliene uno a condizione che i fondatori accettassero qualsiasi nome fosse scelto. Col tempo, Gelateria Sogni di Ghiaccio ha cambiato pelle, come se la sua natura raccolta avesse trovato respiro in una dimensione più corale. Oggi lo spazio è animato da una gestione collettiva che riunisce una ventina di persone – artiste e artisti, curatrici e curatori, professioniste e professionisti del mondo dell’arte – che prendono decisioni in modo paritario. Nutrito dalle relazioni e dalle energie di chi lo attraversa, dal 2024 Gelateria Sogni di Ghiaccio accoglie con naturalezza lo spirito di un “friends-run space”. 

FAMILY MATTERS: LA MOSTRA COME PROCESSO 

Questi sono giorni caldi a Bologna: per chi ci vive, l’estate sembra allungare le ore, non solo perché il sole tramonta più tardi, ma per il ritmo diverso che la città prende. Un flusso lento e continuo, reso così dalla convivialità che dal pomeriggio si prolunga per strada fino a tarda notte. La saracinesca di Gelateria – che di solito cala a fine serata durante le inaugurazioni – resta alzata, e con lei la porta sotto il portico rimane aperta, come a suggerire che questo è uno spazio da abitare sì al suo interno, ma forse ancora di più all’esterno. Di solito immerso in un silenzio raccolto al mattino, il vicolo abbandona la sua quiete per accendersi di voci e incontri. Diventa una soglia che media tra l’interno e la città, un punto di sosta in cui le relazioni rallentano, come se lo spazio stesso prolungasse il respiro del quartiere e ne custodisse la dimensione più intima. Questa continuità tra dentro e fuori non è però una prerogativa estiva: anche nei mesi più freddi, Gelateria Sogni di Ghiaccio continua a nutrire questo dialogo con lo spazio esterno, che non è un semplice complemento ma una vera e propria estensione del progetto. Un luogo capace di radunare persone, conversazioni e una certa idea di festa, ogni settimana – o meglio, ogni venerdì dell’anno. È all’interno di questa cornice che prende forma la terza edizione di Family Matters (20 giugno – 11 luglio 2025), il programma espositivo che ha aperto la stagione estiva di Gelateria Sogni di Ghiaccio e accompagnerà lo spazio fino all’autunno, con una seconda parte prevista dal 3 al 24 ottobre 2025. Pensato come una mostra collettiva sviluppata per tappe, Family Matters invita artiste e artisti di diverse generazioni attivi nell’area di Bologna a confrontarsi con lo spazio in modo progressivo. Otto mostre personali si alternano una dopo l’altra, come capitoli di un unico racconto espositivo che si costruisce nel tempo, pur rimanendo concentrato nello stesso luogo. Un formato che sposta l’attenzione tanto sull’allestimento quanto sulla fruizione, e che trasforma la successione delle mostre in un processo continuo di stratificazione e dialogo.  

Marcello Galvani, Non importa che mi richiami, installation view, Gelateria Sogni di Ghiaccio, Bologna. Foto Lorena Bucur

GLI ARTISTI DI FAMILY MATTERS 

Ad aprire la sequenza è Lorena Bucur, con un intervento che ha messo subito in tensione la dimensione materiale e relazionale dello spazio. Attraversare è, a tutti gli effetti, il verbo che meglio descrive Trick or Treat, una panca da skate in cemento concepita per essere successivamente collocata nello spazio pubblico. Sulla superficie l’artista ha impresso una fotografia scattata dieci anni prima: un’immagine di fichi d’india che, riaffiorata dalla materia ruvida del cemento, inizia lentamente a scomparire, consumata dal passaggio ripetuto delle ruote e dei corpi di chi quello strumento lo utilizza. La scultura corrisponde a tutti gli effetti a un oggetto d’uso, pensato per attivarsi attraverso l’interazione diretta con una comunità specifica: quella degli skater. Questo spostamento di prospettiva – dal contemplare al praticare – trasforma la scultura in un dispositivo relazionale che recupera all’interno dello spazio espositivo le modalità di appropriazione spontanea proprie dello skateboarding. In questo senso Trick or Treat sembra restituire allo spazio espositivo la sua dimensione più aperta e permeabile, trasformandolo in un luogo attraversabile, vivo, che si attiva solo nel momento in cui corpi e gesti lo abitano. 

Lorena Bucur, Trick or treat (2025), Gelateria Sogni di Ghiaccio, Bologna. Foto Lorena Bucur

A raccogliere il testimone è Marcello Galvani, il cui intervento è un esercizio di messa in relazione di suono e immagine per interrogare la possibilità stessa di trattenere una memoria. Non importa che mi richiami si presenta come un vinile in filodiffusione che raccoglie frammenti di messaggi vocali lasciati in segreteria telefonica: voci provenienti da tempi e contesti diversi, che ora si sovrappongono in un flusso continuo, a tratti intimo, a tratti enigmatico. La scia sonora costruisce un ambiente poroso, dove l’ascolto diventa un atto di partecipazione e di perdita. Ad accompagnare l’opera audio, una serie di fotografie realizzate in situazioni e luoghi disparati, che non documentano, ma accennano: più che fissare un ricordo, traducono il gesto fotografico in una relazione estemporanea con il reale. Così, suono e immagine non cercano una sintesi, ma si muovono in bilico tra concentrazione e dispersione, suggerendo che ogni tentativo di registrazione è sempre anche un esercizio di smarrimento.  A seguire, Bekhbaatar Enkhtur porta dentro Gelateria la sua consueta modalità di studio e ascolto del luogo, costruendo un intervento intimo e riflessivo che parte dalla relazione con lo spazio espositivo e sé stesso. Nella sua pratica, l’artista sviluppa le opere come risposte a un contesto specifico, intrecciando materiali, tracce e atmosfere già presenti. Con Into the Void, Bekhbaatar Enkhtur presenta una serie inedita di lavori grafici realizzati con cera d’api, un materiale organico e impermanente che riconduce il gesto del disegno alla dimensione scultorea tipica della sua ricerca. Come nelle sue sculture – fragili – anche qui la materia sembra oscillare tra presenza e scomparsa, suggerendo una tensione costante tra permanenza e trasformazione. Il repertorio iconografico, che attinge a memorie, tradizioni e miti della Mongolia – richiamo alla terra d’origine -– conferisce alle opere un’aura arcaica, quasi ancestrale, come se custodissero un sapere antico in procinto di dissolversi. 

Bekhbaatar Enkhtur, Into the Void, installation view, Gelateria Sogni di Ghiaccio, Bologna. Foto Lorena Bucur

Conclude il ciclo l’illustratrice Sathyan Rizzo, con un intervento sviluppato a partire dal proprio archivio personale. Wheel of Fortune riconfigura lo spazio espositivo attraverso un allestimento che rielabora il materiale in forme e media diversi, ridimensionando e rimaterializzando le immagini. Le opere emergono come frammenti di un’indagine visiva sul gioco d’azzardo, la probabilità e la competizione, muovendosi tra rigore analitico e tensione narrativa. Il segno oscilla tra diagrammi e immagini, costruendo trame grafiche che appaiono al tempo stesso sistemi di regole e mappe di possibilità. 

Sathyan Rizzo, Wheel of Fortune, installation view, Gelateria Sogni di Ghiaccio, Bologna. Foto Lorena Bucur

Con Family Matters, Gelateria Sogni di Ghiaccio ha confermato il proprio impegno nel costruire uno spazio di confronto e sperimentazione, capace di intrecciare le pratiche di artisti di generazioni diverse con il tessuto urbano e sociale di Bologna. Il ciclo espositivo, sviluppato in più tappe, riflette una modalità di fruizione lenta e partecipata, in cui ogni intervento dialoga con gli altri e con lo spazio, dando vita a un racconto collettivo in continua trasformazione.                                                   Ora non resta che aspettare di ritrovarci di nuovo, insieme, al prossimo appuntamento autunnale.  

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Giulia Moscheni
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