Una conversazione con default

In un presente che tende a istituzionalizzare la cultura, default sceglie la via dell’autoproduzione e della sperimentazione. L’intervista al collettivo “nomade” nato a Venezia 

Come si costruisce un collettivo? E soprattutto, come si mantiene vivo, fluido, mobile nel tempo? In un’epoca in cui la produzione culturale tende a istituzionalizzarsi, a cristallizzarsi in ruoli e spazi già codificati, default rappresenta un esperimento di resistenza e di reinvenzione. 

Nato a Venezia nel 2017, default è un collettivo artistico e curatoriale che agisce ai margini dei circuiti istituzionali, sperimentando pratiche di autoproduzione, attivazione spaziale e collaborazione orizzontale. Attualmente il team è composto da cinque soci: Elisa Barbieri, Enrico Antonello, Chan Juan Liu, Furio Ganz e Edoardo Ongarato, figure poliedriche – artisti, curatori e docenti – uniti dall’impegno nella ricerca e nella sperimentazione di nuove strategie culturali. In questa intervista, il gruppo ripercorre le origini del progetto, raccontando una ricerca fluida e collettiva che ha fatto dello spazio una soglia attiva e del tempo una materia da dilatare e riscrivere. Tra dispositivi urbani, architetture temporanee e pratiche discorsive, default propone un modo altro di abitare l’arte contemporanea: più critico, accessibile, quotidiano. 

Come e perché nasce default? Cosa vi ha uniti e che direzione avevate in mente all’inizio?

default dal 2017 è unione di linguaggi, ricerche dinamiche ed esperienze di carattere sociale e culturale di artisti provenienti da diverse città, regioni e continenti, che operano e hanno come base Venezia. Nasce dalle esperienze di altri progetti sperimentali tra le mura dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, più precisamente nel Laboratorio di Pittura C a San Servolo.  

default si lega all’idea di un fare che va oltre i limiti del supporto tradizionale. Non si identifica con una forma fissa, ma si configura come un insieme di discorsi, tesi, teorie e strategie che, attraverso uno sguardo nuovo, promuovono un’attitudine aperta all’uso di codici non predefiniti. Il suo obiettivo è l’autoproduzione come base per affrontare un nuovo tipo di produzione culturale, esterna ai circuiti canonici di distribuzione.  

default è nomade, senza un luogo di ritrovo stabile: sceglie invece di attivare spazi già esistenti nella città, instaurando reti e collaborazioni sempre più ampie e diffuse.  

Il progetto nasce da un’esigenza forte e condivisa di autoproduzione. In quegli anni sentivamo il bisogno di gestire esposizioni in modo autonomo e collettivo, cooperando nella curatela e nell’allestimento a partire dai nostri stessi lavori. Volevamo riflettere criticamente sul sistema dominante dell’arte contemporanea e sperimentare modalità alternative di agire.  

Ci ha uniti proprio questo: un fare non standardizzato, che dà origine al nostro nome — default sbarrato, cioè no-default — un rifiuto delle logiche imposte e della mediazione curatoriale. Così abbiamo lanciato una call aperta a tutti gli studenti dell’Accademia, inaugurando un progetto che non era solo un’esposizione, ma includeva anche talk, live set e performance. Un’esperienza collettiva, fluida e sperimentale.  

Chan Juan Liu, photo courtesy default
Nel vostro lavoro lo spazio non è mai solo sfondo, ma voce. Cosa significa per voi “architettura temporanea”?

Nel nostro progetto lo spazio non è mai solo un contenitore, ma diventa voce, corpo attivo, materia viva. Ogni luogo attivato – che sia in disuso, marginale o in transito – porta con sé una memoria e una possibilità. In questo senso, per noi l’architettura temporanea è una strategia di attivazione: non qualcosa di effimero, ma un modo per generare esperienze collettive e trasformative. È una modalità che ci permette di abitare criticamente il presente, senza cristallizzare l’intervento, ma lasciandolo evolvere e mutare.  

Durante il Moffe Monezza Film Festival (2017), abbiamo attivato il bosco di Monfumo con un percorso di land art composto da installazioni biodegradabili: un invito a vivere il bosco con esperienze estetiche diverse.  

Con il progetto Knowvisit–Novist (2018), all’interno del Castel Beseno, abbiamo trasformato un sito storico difficile da raggiungere in un laboratorio di sperimentazione partecipata, spingendo ad una “visita attiva” tra suoni, segni e interventi installativi.  

Per Gate (2018), happening di tre giorni all’interno di Radio Vanessa nel sestiere di Castello a Venezia, abbiamo aperto al pubblico un palazzo storico veneziano con musica live, installazioni e dirette radiofoniche, facendo della radio un luogo vivo di incontro e produzione culturale condivisa.  

Con Oikos (2019), all’interno di Casa Bossi a Novara, abbiamo progettato un percorso espositivo. palindromo, in cui ogni lavoro era progettato site-specific, in dialogo con le stanze storiche della residenza, generando nuove corrispondenze tra spazio abitativo e spazio espositivo. .  

Con stop! (2020), progetto nato nei primi giorni di lockdown, abbiamo trasformato lo spazio web in ambiente espositivo e riflessivo, culminando in un’installazione immersiva a bordo dell’ex-vaporetto Capital Bragadin.  

Questi progetti rappresentano esempi concreti del nostro interesse nel riattivare luoghi e spazi già esistenti. L’obiettivo è sempre stato quello di proporre strategie attive per risignificare ciò che è già presente, rendendolo vivo, accessibile e partecipe nella contemporaneità.  

Anche nei progetti più recenti, come ˈwɪndǝʊ (2023-2024) e Backup (2025), in collaborazione con il Centro Culturale Candiani, abbiamo continuato a lavorare sullo spazio come voce attiva. In entrambi i casi, l’intervento non si limita a “occupare” il luogo, ma ne riscrive parzialmente il senso, innescando nuove modalità di fruizione e relazione tra ricerca artistica, pubblico e contesto urbano. Nei due progetti abbiamo attivato tre vetrine in Piazzale Candiani a Mestre, trasformandole in white-box accessibili 24 ore su 24.  

ˈwɪndǝʊ, Tre vetrine in Piazzale Candiani, Mestre (Venezia), ph courtesy default
Nel tempo la proposta si è ampliata: da dispositivi urbani a pratiche discorsive. È stato un passaggio pensato o un’evoluzione naturale? E nella costruzione di percorsi come quello del 2025, quali sensibilità o criteri orientano la scelta degli artisti e delle opere?

È stata un’evoluzione naturale. La direzione è sempre rimasta la stessa, ma con il tempo – e grazie agli scambi sempre più numerosi – il progetto si è arricchito di nuovi discorsi, pratiche e persone. La parte urbana continua a essere centrale, ma si è affiancata a una dimensione più discorsiva e relazionale, che nasce proprio dall’urgenza di condividere riflessioni sul presente.  

La selezione degli artisti è forse uno dei momenti più complessi nella costruzione di un progetto come default. Non seguiamo criteri fissi, ma ci guidano alcune sensibilità: cerchiamo progetti che abbiano una relazione affettiva con il territorio, che parlino del nostro tempo, che abbiano una carica critica o di denuncia, affrontando temi sociali e culturali con linguaggi non convenzionali.  

Evitiamo estetiche standardizzate o facilmente riconducibili a un’immagine stereotipata dell’artista contemporaneo. Siamo attratti da ricerche autentiche, che si pongono domande sul presente e scelgono mezzi espressivi coerenti con i contenuti e il contesto.  

Per noi, l’arte contemporanea ha ormai superato le vecchie distinzioni tra artista, artigiano o creativo: oggi è un essere fluido, ibrido, capace di muoversi tra discipline, media e formati. Quella complessità di linguaggi aperti è proprio ciò che cerchiamo ed è ciò che fa vivere i nostri progetti.  

Mostra di Dorotea Dorlinsek, Tre vetrine in Piazzale Candiani, Mestre (Venezia), ph courtesy default
Il tempo è un altro elemento chiave. Quale relazione instaurate con la temporalità delle opere e cosa sperate resti al di là del programma?

Il tempo è diventato un elemento sempre più centrale nei nostri progetti, in particolare in ˈwɪndǝʊ (2024) e Backup (2025). In queste esperienze, abbiamo scelto di lavorare su una dimensione temporale espansa, capace di svincolarsi dalle logiche tradizionali della fruizione artistica legata a orari, ingressi e appuntamenti. Le “vetrine” – tre strutture trasparenti affacciate su Piazzale Candiani a Mestre – sono state pensate come dispositivi espositivi accessibili h24, capaci di dialogare ininterrottamente con lo spazio urbano e con chi lo attraversa, in qualsiasi momento della giornata.  

L’intento era superare la rigidità del “tempo istituzionale” dell’arte – fatto di orari di apertura e visite guidate – e proporre invece un’esperienza aperta, libera, personale. Questo permette una relazione dilatata con l’opera: qualcuno può incrociarla per caso mentre torna a casa, qualcun altro sceglie di tornarci più volte, di giorno o di notte, instaurando un rapporto intimo e quotidiano con il lavoro. L’intervento artistico si integra così nel ritmo del luogo, diventa parte del paesaggio urbano e del tempo vissuto da chi lo abita.  

Ma la nostra riflessione sul tempo non si limita alla durata dell’installazione. Ogni intervento è documentato con attenzione, sia attraverso un archivio digitale sul nostro sito, sia mediante la realizzazione di pubblicazioni cartacee che raccolgono le tracce dei progetti. In questo modo, il tempo dell’opera si estende oltre la sua presenza fisica: la documentazione non è solo memoria, ma un dispositivo attivo che restituisce visibilità e accesso anche a chi non ha vissuto direttamente l’evento.  

Nei progetti ˈwɪndǝʊ e Backup, inoltre, il tempo è presente anche nella cadenza dei cicli espositivi: ogni intervento dura un mese, creando una sequenza temporale che accompagna l’anno come un calendario di mutamenti continui. E ancora, nei momenti performativi – live set, azioni, esecuzioni sonore – si introduce una temporalità diversa, fatta di presenza, che però lascia traccia nel vissuto comune.  

Ci auguriamo che, al di là del programma, rimanga una traccia: percezione dello spazio urbano come soglia comune, cangiante; e del tempo non più lineare, ma materia fluida, che si intreccia in gesti quotidiani ed echi. 

LINK
Jasmine Miraval
Torna in alto