Barbara Pelizzon racconta il progetto Fuori Posto, nato per i depositi del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia. Tra oggetti recuperati e ricomposti, la sua arte riflette sul sentirsi “fuori luogo” e sul bisogno di ricucire ferite interiori. Un dialogo tra memoria, fragilità e rinascita che apre lo sguardo a nuovi possibili scenari futuri.
In occasione della mostra Fuori Posto, ospitata nei depositi restaurati del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia fino al 7 settembre e curata da Daniele Capra, Barbara Pelizzon racconta il suo percorso creativo e umano, fatto di materiali recuperati e ricomposti, di stratificazioni di tempo e memoria, di fragilità trasformate in forza. In questa intervista l’artista condivide riflessioni sul suo rapporto con la storia, sul significato del “sentirsi fuori luogo” e sul valore salvifico della pratica artistica, anticipando anche i desideri per i suoi progetti futuri. Venerdì 5 settembre verrà inoltre presentato in mostra il relativo catalogo, che approfondisce e documenta la ricerca dell’artista.
Come nasce il progetto "Fuori Posto" e cosa significa per te esporre al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, un luogo così denso di storia e memoria?
Non è la prima volta che ho avuto la fortuna di esporre ad Aquileia. Questa mostra avviene dieci anni dopo la personale Intrusioni, che era però ospitata in un’altra area del museo. Ho un rapporto affettivo viscerale con questo posto. I volti delle statue conservate in quegli spazi mi sembrano quelli delle persone che incrocio nella vita di tutti i giorni. È un’umanità lontana nel tempo, che sento invece vicina, e i reperti di questo museo mi fanno avvertire il calore di quei corpi che qui abitavano. La mostra che abbiamo costruito con il curatore Daniele Capra e lo staff del museo è un dialogo tra i reperti dei depositi, recentemente riallestiti in un nuovo spazio, e le mie opere, che sono invece originate quasi sempre da materiali abbandonati negli ultimi decenni. Abbiamo usato il presente per mettere in relazione due passati, uno prossimo e uno remoto.
Il titolo "Fuori Posto" è molto evocativo: in che modo il concetto di dislocazione, di essere “fuori luogo” o “fuori tempo”, si riflette nella tua ricerca artistica?
Molto spesso nella mia vita mi sono sentita fuori posto, nel senso di persona che risponde a logiche differenti da quelle comuni o dominanti. Essere al di fuori del nostro tempo vuol dire per me prendersi cura di ciò che altri tempi ci hanno lasciato, mettendo in silenzio i rumori dell’oggi. Questo sentimento accompagna la mia attività e anche il senso concettuale che spiega la mostra di Aquileia: essere non-sincroni con quello che succede o si vede in giro.
Molte delle tue opere nascono dall’assemblaggio e dalla ricomposizione di materiali abbandonati o di risulta: cosa significa per te dare nuova vita a questi oggetti?
Mi dispiace che tanti oggetti che hanno una carica emotiva e un valore estetico siano stati espulsi dal nostro mondo. Io cerco di accogliere la loro storia all’interno delle mie opere, immaginando di dare loro una nuova opportunità. Cerco in qualche modo di salvarli. È il mio tentativo di riscrivere in altra forma quello che invece sembrava un destino già segnato…
Francesca Giubilei, nel saggio pubblicato in catalogo, scrive che nella tua opera c’è della sofferenza e il “bisogno di ricucire ferite, placare l’inadeguatezza, sospendere il giudizio”. A suo avviso il tuo lavoro è una “ricomposizione” e una “salvezza”. Quali ferite senti ancora aperte?
Penso che ciascuno di noi abbia dei tagli non del tutto rimarginati, spesso senza aver capito da cosa siano originati, nemmeno dopo anni di psicoterapia… Forse il lavoro è effettivamente una forma di autoterapia, come lo sono per me le passeggiate tra i campi o sulle rive di un fiume alla ricerca di antiche presenze. Dopo quelle camminate mi sento risanata!
In che modo il catalogo stesso riesce a riflettere il concetto di “fuori posto”? E perché il pubblico dovrebbe comprarlo?
Il catalogo, progettato da Nico Covre che ha realizzato anche la documentazione, apre con le viste della mostra fornendo al lettore l’esperienza della visita. In quella parte si colgono le mie opere fuori posto rispetto al contesto espositivo. La sezione dei testi, che ha contributi della direttrice del MAN di Aquileia Marta Novello, di Daniele Capra e di Francesca Giubilei, dà una chiave di lettura del mio approccio. La parte finale ha un’analisi più puntuale delle opere della mostra. Sono di parte, ma il catalogo, che è rilegato con filo Singer, mi pare piccolo ma prezioso.
Che tipo di relazione speri che si crei tra il pubblico e le tue opere?
Confido che chi visita il Museo Archeologico e poi i depositi possa avvertire la continuità emotiva tra i reperti esposti e i miei lavori, ma anche cogliere visivamente l’elemento intrusivo delle opere. Spero che creino la curiosità di saperne di più su tutto ciò che è abbandonato.
Dopo Aquileia, hai in programma altri progetti? Puoi darci qualche anticipazione?
In questi mesi non ho mai smesso di stare in studio. Ho un desiderio che mi tengo da molto tempo. Mi piacerebbe poter realizzare un progetto nel Parco del Castello di Miramare a Trieste, all’interno della Serra Storica. Chissà se prima o poi sarà possibile…
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