Alla galleria Erica Ravenna, nel cuore del ghetto ebraico di Roma, tre generazioni di artisti raccontano l’evoluzione del concetto di “estetica relazionale”, teorizzato da Nicolas Bourriaud nel 1998.
Ne L’Estetica relazionale (1998), Nicolas Bourriaud rifletteva sull’opera d’arte intesa come punto di incontro attivo tra artista (autore) e pubblico (lettore). Luogo di scambio e dialogo vivo, in cui la “forma” non risiede più nel mero aspetto visivo, bensì nelle trasformazioni cui l’opera stessa va incontro, grazie alla contaminazione con i suoi fruitori: noi.
L’ARTISTA COME “MEDIATORE CULTURALE”
Un terreno aperto, uno spiazzo assolato di possibilità che, per forza di cose, escono dal controllo di chi l’opera l’ha generata. Si incrina così il concetto di paternità (o maternità) artistica e l’artista stesso diventa un “mediatore culturale”, citando Vincenzo Agnetti.
Gli otto nomi in mostra alla galleria Erica Ravenna sono così chiamati a rappresentare tre generazioni di “mediatori culturali” che hanno sperimentato nuove strade, aperto la propria ricerca a suggestioni esterne, sfidato l’immobilismo intellettuale.
RICERCHE ETEROGENEE NELLA SFERA DEI RAPPORTI UMANI
Dalle riflessioni sul linguaggio dello stesso Agnetti e Tomaso Binga, passando per il principio di delega a terzi alla base degli Arazzi di Alighiero Boetti, fino alle indagini sulla distinzione tra pubblico e privato nell’opera video Fresh Acconcidi Mike Kelley e Paul McCarthy: l’eterogeneità delle ricerche sfocia in un solo, ampio e capiente orizzonte comune, all’interno del quale tutte possono abbracciarsi, compenetrarsi e coesistere comodamente: quello dei rapporti umani.
L’apertura al dato puramente emotivo — propria del duo Mocellin/Pellegrini — o l’attenzione riservata allo sguardo e alla percezione dell’ambiente che abitiamo — fulcro della ricerca di Céline Condorelli — raccontano l’emergenza di una società contemporanea dilaniata dagli schermi, massacrata dalla sovrabbondanza di contenuti e inasprita dalle distanze sentimentali.
NESSUN VINCOLO FORMALE
L’Arte Relazionale, così come teorizzata da Bourriaud a fine millennio, si svincola dalle ricerche formali più definite degli anni Sessanta e Ottanta — i primi segnati dal rifiuto dell’oggetto, i secondi da un ritorno all’immagine —, per sfociare in un più ampio e inclusivo racconto, tutto incentrato sulla partecipazione sociale, sui fenomeni collettivi, sui processi di trasformazione. In altre parole: politica.
L’ARTE CHE CI SOMIGLIA È QUELLA CHE CI SALVA
In un mondo affollato da solitudini che sfilano in processione sotto gli occhi della storia, di fronte al susseguirsi di bandiere con su scritto “progresso” — il boom economico, l’era digitale e, adesso, l’intelligenza artificiale —, un’arte che muove da rapporti autentici costituisce un’alternativa salvifica, forte del suo muoversi e respirare con noi. Ciò che la rende viva, attraente, elettrizzante ai nostri occhi di organismi in perpetua evoluzione, è proprio questo suo somigliarci: la possibilità — anzi, la certezza — che essa cambierà con noi.
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