Tropical Studio #13. Gervane de Paula: l’arte nel cuore dell’America del Sud

Gervane de Paula é uno dei più originali artisti brasiliani contemporanei, che ha scelto di vivere nella sua Cuiabá, nello stato di Mato Grosso. Proprio qui lo abbiamo incontrato, mentre preparava la sua partecipazione alla prossima Biennale di San Paolo.

La conversazione con Gervane de Paula (1961) prosegue da tempo, ma solo lo scorso luglio sono riuscito ad arrivare a Cuiabá (centro geodetico del Sud America, nello stato di Mato Grosso) per registrare questa intervista, ricca di dettagli e, forse, non del tutto lineare.

Iniziata in un delizioso ristorante della città (lo Choppão, le cui pareti sono state decorate da Adir Sodré, 1962-2020, un altro dei più grandi artisti matogrossensi degli ultimi decenni, ndr), insieme al collezionista Lêo Pedrosa – socio con Margareth Telles di MT Projetos, galleria di Rio de Janeiro che rappresenta Gervane da cinque anni, abbiamo continuato la conversazione negli atelier dell’artista e a casa della collezionista Marta Regina Torezan.

Con una partecipazione all’ultima Biennale del Mercosul, “Estalo” (a Porto Alegre, da marzo a giugno 2025), incluso nel percorso itinerante della Bienal das Amazônias, “Bubuia” (a Medellín, in Colombia, fino a febbraio 2026), Gervane è anche uno dei protagonisti della fiera Rotas – SP Arte, nello stand di MT e, soprattutto, della 36esima Biennale di San Paolo – Nem todo viandante anda estradas – Da humanidade como prática, la cui inaugurazione è il prossimo 6 settembre, al Padiglione della Biennale di Oscar Niemeyer, nel Parco Ibirapuera…

Gervane de Paula, “Floresta”, 2020, olio e collage su fibra di vetro, 100x102x30 cm. Opera presente alla 36.ma Biennale di San Paolo
Gervane, hai spesso detto che sviluppare il tuo lavoro qui non è stato facile, ma hai scelto di restare. Qual è una delle maggiori sfide che un artista deve affrontare in quest'area del Centro-Ovest?

Ah, la logistica, per esempio; le compagnie si rifiutano di trasportare opere d’arte: tutto deve uscire da qui come prodotto artigianale o come un oggetto qualsiasi. Anche se hai stipulato un’assicurazione, nessuno accetta di caricare arte. Non abbiamo mano d’opera in grado di imballare; molte delle mie opere che sono fuori Cuiabá sono state spostate con semplici camion per traslochi.

Accidenti, mai avrei pensato a questa peculiarità...

È ben ridicolo: al giorno d’oggi qualsiasi merce ha il monitoraggio satellitare per garantire maggiore sicurezza, ma con l’arte non funziona. Eppure, dal Mato Grosso va e viene di tutto: prodotti costosissimi del settore medico, minerali, carne, soia. Inoltre, siamo a trecento chilometri dal confine con la Bolivia e tutti riescono a entrare, anche dal Paraguay. Qui si vendono stock di sigarette del Paraguay, nonostante il confine sia con il Mato Grosso do Sul. Ma, in fin dei conti, siamo lo stesso stato; quello del Sud è stato creato solo nel 1979. Ci sono gruppi dell’industria dell’agro che hanno aeroporti privati e apriranno addirittura un Museo dedicato all’Agro, per farti capire quanto potere abbia questo settore in questa regione! Ci credi? Non abbiamo un Museo d’Arte, né una galleria, ma avremo un Museo Agrozootecnico!

Oggi credo che la tua scelta di vivere a Cuiabá faccia parte della tua forza creativa, persino poetica. Non hai mai pensato di trasferirti?

Ci ho pensato in un altro periodo, ora non ci penso più. Mi sarei trasferito a Rio de Janeiro, in caso.

Voi (Lêo Pedrosa e Gervane de Paula, ndr), come mi avete raccontato, vi conoscete da molti anni: da prima che iniziassi la tua collezione, Lêo?

Lêo Pedrosa: Da molto prima; ho conosciuto Gervane a tredici anni! Quando fu invitato a partecipare a “Como vai você, Geração ’80”, al Parque Lage nel 1984, preparò un grande opera ad aquilone che doveva essere esposta. Lavorò a casa mia, visto che avevo uno spazio ampio, che si prestava all’occasione.

Gervane de Paula: Nessuno mi ha mai restituito quell’opera, è rimasta appesa lì [ride, ndr]. Quella mostra fu un bel caos, molto divertente: l’epoca era fantastica. Gli stessi artisti montavano le proprie opere: c’erano Leonilson, Daniel Senise, Leda Catunda… fu una gran bella festa!

Gervane de Paula, “ Desbaratamento de quadrilha ”, 2016, mixed media
In quel periodo partecipavi ancora all'Ateliê Livre?

No, l’esperienza dell’Ateliê Livre era finita nel 1982. Provarono a continuare con altri artisti, ma non funzionò. Alla fine aprirono un altro spazio all’interno dell’Università, che ebbe risultati un po’ migliori.

Per chi non conosce la storia, ci potresti raccontare cos'è stato l'Ateliê Livre e cosa ha rappresentato per la scena mato-grossense?

Nacque quasi in contrapposizione alla scena artistica di Campo Grande, che era già ben sviluppata grazie alla presenza di Humberto Espíndola. Fu proprio lui, insieme ad Aline Figueiredo, a fondare l’Associação Mato-Grossense de Arte nel 1967. A Cuiabá non c’era assolutamente nulla, e nulla esisteva nel raggio di centinaia e centinaia di chilometri. L’Ateliê Livre, completamente pubblico, fu creato da un gruppo di donne: la pittrice Dalva de Barros, Maria Lygia de Borges Garcia (moglie dell’allora governatore dello Stato) e la stessa Aline. Per alcuni anni, dal 1976 ai primi anni ’80, operò al piano terra del Palácio da Instrução, nel centro della città, in modo gratuito e aperto; gli iscritti ricevevano persino il materiale per dipingere e disegnare. Tra i docenti ci furono lo stesso Espíndola e il pittore João Sebastião.

Prima di entrare nell'Atelier, cos'è che ti aveva illuminato il cammino dell'arte?

Adoravo i manifesti cinematografici realizzati dall’artista e amico Victor Hugo, un mineiro che vive a Cuiabá dall’infanzia. Penso che quello sia stato il mio primo contatto con la magia dell’arte.

Tornando a Cuiabá, dopo esserti affermato come artista, come hai continuato a confrontarti con questo territorio difficile per la cultura visiva contemporanea?

Cuiabá è sempre stata una città difficile per costruire una carriera; manca terribilmente un mercato, ma per fortuna la scena locale è stata valorizzata da grandi collezionisti. Prendi Gilberto Chateaubriand [figlio di Assis Chateaubriand, fondatore del MASP di San Paolo, ndr], che dagli anni ’90 ha incluso le nostre opere nella collezione del Museo d’Arte Moderna di Rio, innamorandosi dell’arte di qui. Chateaubriand in più occasioni comprò molti miei lavori e di altri artisti della “Generazione ’80”: Adriana Varejão, Beatriz Milhazes, Caetano de Almeida, Cristina Canale, oltre agli stessi Senise, Catunda, Leonilson, Luiz Zerbini… Anche critici come Frederico Moraes, Ferreira Gullar e Paulo Herkenhoff venivano qui per scoprire questo ambiente. Alla fine, l’assenza del mercato è stata una libertà, sai? È difficile per un artista immerso nella scena di Rio o di San Paolo criticare le falle del sistema. E soprattutto, io mi sono concesso il lusso di sperimentare.

Nel frattempo, ci spostiamo in uno degli atelier di Gervane: entrambi si trovano a breve distanza, nel quartiere di Araes, dove l'artista è nato e ha vissuto fino a poco tempo fa. In questo primo spazio è custodita la maggior parte della sua produzione scultorea: centinaia e centinaia di pezzi, compresi quelli che saranno esposti alla prossima Biennale di San Paolo, "Nem todo viandante anda estradas" [curata da Bonaventure Soh Bejeng Ndikung con il team di co-curatori Alya Sebti, Anna Roberta Goetz e Thiago de Paula Souza, oltre alla co-curatrice at large Keyna Eleison e alla consulente di comunicazione Henriette Gallus, ndr].

Questa casa l’ha costruita lo stesso muratore che l’ha abitata. È una buona casa, di adobe (terra battuta, ndr), ma nessuno voleva comprarla perché la leggenda narra che lo spirito del muratore, morto qui, sia rimasto tra queste pareti. E accenderebbe il gas di notte, lascerebbe scorrere l’acqua del rubinetto… ma io non ho mai visto nulla [ride, ndr]. Infine, nessuno ha mai più voluto viverci, ed è rimasta abbandonata e in vendita. Quando l’hanno messa a un buon prezzo, l’ho comprata per farne l’atelier.

Gervane de Paula, “ Mundo Animal ”, 2019, scultura in legno, fibra di vetro e altri materiali
È molto tempo che sei qui?

Molto tempo. Tra l’altro, ho anche dipinto di notte, senza fantasmi in giro. Dei rumori ci sono, certo, ma niente che mi abbia mai fatto scappare.

Il fantasma non ha resistito al contatto con la tua arte!

[Ride, ndr] C’erano però altre “spiriti”, qui attorno: sul cancello ho messo una grande scritta “Boca de Arte”, perché accanto c’era un’area di spaccio e, per evitare confusioni, ho preferito demarcare il territorio! [in brasiliano una zona di spaccio è comunemente definita “Boca de fumo”, ndr]

Gervane, attraversare le stanze di questo atelier è come ripercorrere anni e anni della tua produzione! È una retrospettiva completa! Ci sono anche dipinti antichi, giusto?

Ce ne sono molti. È che lavoro molto in fretta, sai? Forse per finire ci metto un po’, ma non disegno mai un’opera, non faccio schizzi. Anzi, all’ultima Biennale del Mercosul, a Porto Alegre, ero arrivato con un progetto e ho finito per fare tutt’altro. Cambio sempre all’ultimo momento.

Gervane de Paula, “ Artista negro, curadoras brancas ”, 2018, pittura e collage su tela e legno, 200 x 220 cm
Questo quartiere si chiama Araes: ne parli sempre, come se fosse la culla stessa che dà forma a tutto ciò che crei...

Esatto, è proprio così. Araes era un quartiere storico e, secondo alcuni studi, il suo nome deriva da un antico popolo indigeno ormai estinto. Quando sono nato, qui era ancora molto rurale, c’erano campi, aree verdi; poi hanno iniziato a costruire case lungo questo ruscello che scorre fino al fiume Cuiabá.

Però conserva ancora un'aria un po' bucolica...

Sì. Ho dipinto spesso questi paesaggi.

A proposito di paesaggi: tu ritrai, mischiandoli, aspetti naturali, sociali, culturali. Inserisci nelle opere elementi religiosi, dell'industria, del mondo dell'agro, della televisione, della violenza quotidiana, simboli legati al traffico, parole, oggetti; il tuo lavoro diventa un universo multiforme di materiali che germogliano in dipinti, sculture e installazioni persino monumentali...

Mi interessano anche le storie popolari: anni fa ho creato una rivincita della figura del Saci-Pererê: dopo aver letto O Sacidi Monteiro Lobato (parte delle opere appartenenti alla serie del Sítio do Pica-Pau Amarelo, ndr) e i fumetti di Ziraldo, ho deciso di dare forma al mio Saci, recuperando l’immagine di questo personaggio che appare sempre malvagio! Con la figura del Saci-Pererê, visto che appartiene al bioma del Mato Grosso, sono entrate nelle opere immagini di giaguari, scarafaggi, tuyuyús [un uccello tipico di questa area, ndr]…

Parlando di opere, sei uno degli artisti che parteciperanno alla Biennale di San Paolo, la cui inaugurazione è tra poche settimane [precisiamo che questa conversazione è stata registrata all'inizio di luglio 2025, ndr]. Quale selezione della tua produzione vedremo?

Avrò un grande spazio! Molte opere sono state selezionate tra lavori già realizzati, mentre altre sono state create appositamente per la mostra. Penso che avrà grande impatto, anche perché esporrò un numero di pezzi simile a quello della mia personale alla Pinacoteca di San Paolo nel 2023 [“Como é bom viver em Mato Grosso”, curata da Thierry Freitas, ndr], e lo spazio occupato al padiglione della Biennale avrà più o meno la stessa superficie delle sale della Pina. Ora, il problema di alcune mie opere è che non possono essere trasportate in aereo, come ad esempio questi cuori ripieni di proiettili…

Gervane de Paula, “ Estamos em guerra “, 2025, Plastica, filo in tessuto e fibra di vetro
Davvero? Anche se i proiettili sono repliche?

Sì, comunque non passano.

Parliamo del fatto che le tue opere solitamente scombussolano la percezione di chi le guarda? Sono sempre anti-convenzionali: non importa se usi colori vivaci, brillanti, creando forme che ricordano i giocattoli: arrivano sempre a un livello potente, con un'impronta fortemente sociale. Per interrogare le questioni ambientali metti uccelli nativi in un enorme tritacarne; riveli il lato amaro del mondo dell'arte con le serie di opere che dichiarano “L'artista è bravo ma il curatore non vale niente” o, ancora, mettendo il dito nella piaga della condizione dell'artista nero con il gallerista bianco, toccando temi sessuali e persino il narcotraffico. Cose che disturbano, anche se tutti le conoscono...

Eh già, ma il narcotraffico è arrivato ovunque, non serve fingere! Questa scultura, per esempio, si intitola Comando Papo Vermelho, un gioco di parole tra la fazione criminale e gli uccelli. Ma ce n’è un’altra con il PCC, l’antagonista del Comando Vermelho. E visto che siamo in guerra, ho creato anche una bomba a forma di cuore, tenuta da una mano, avvolta come fosse un ordigno…Che dire, nella mia vita ho sempre incontrato resistenze nei confronti della mia arte, per i temi che affronta! È difficile venderla qui a Cuiabá, anzi, è complicato ovunque. Però ho collezionisti sinceri, persino qui in città. Chi compra le mie opere lo fa perché gli piacciono davvero, non per il mio nome; la mia produzione è senz’altro più forte della mia reputazione.

Trattando tutto ciò che è politicamente scorretto, quello che trovo straordinario nella tua poetica è che, con questo approccio – possiamo dire "spudorato"? – riesci a tracciare una radiografia a 360 gradi della nostra contemporaneità...

Gioco con cose serie…

Hai una vastissima produzione di opere in legno: credo che – anche se forse non l'hai mai esplicitato, abbia tutto a che fare con il tuo paesaggio d'origine. Lo recuperi dall'ambiente circostante?

È la mia materia. Raccolgo tutta quella che cade qui in giro, cerco di arrivare prima, ma a volte ci metto tempo: devo anticipare la municipalità che, dopo aver tagliato o raccolto il legno, lo vende alle pizzerie. Un altro mercato che gira da queste parti.

Parlando di collezioni, hai notato un avvicinamento delle istituzioni al tuo lavoro, almeno negli ultimi anni?

Gervane de Paula: Come ti dicevo, molte mie opere sono nella collezione del MAM di Rio, grazie a Gilberto Chateaubriand, e la maggior parte sono inedite perché non sono mai state esposte: le hanno acquisite, archiviate e basta. Ora sembra che lo stesso museo stia preparando una mia sala personale. Vedremo. Gilberto è stato un grande sostenitore della mia arte: veniva spesso a Cuiabá, comprava i miei quadri e li distribuiva ai collezionisti di Rio…

Lêo Pedrosa: Io stesso ho conosciuto Gervane attraverso la collezione Chateaubriand. Cioè, lo conoscevo già, ma non nella sua interezza, in profondità. Chateaubriand aveva una passione speciale per Gervane e per Adir Sodré. Dopo l’esperienza al Parque Lage, Gervane ha lavorato anche con Thomas Cohn, che all’epoca aveva una galleria a Rio – prima di trasferirsi a San Paolo, e con cui hanno iniziato la carriera anche molti altri, come Milhazes, Catunda, Senise…

Sono arrivati molti curatori a Cuiabá per visitare il tuo atelier?

Molti, sì, ma avrebbero potuto essere di più. Ora, tra le persone di Cuiabá, entrano nel mio atelier solo amici intimi che già conoscono il mio lavoro. Ho anche buoni vicini che mi aiutano: una sarta, un falegname, un fabbro, visto che c’è molta lavorazione del ferro nella mia produzione, ma è una parte che non padroneggio. Una volta è venuta a trovarmi anche la polizia: sono entrati nello studio, hanno guardato e di notte sono tornati. Un mio nipote che fa il poliziotto mi ha detto che hanno confuso l’area di spaccio con la “boca de arte” [ride, ndr].

Nel frattempo, con Gervane, percorriamo qualche centinaio di metri per raggiungere il secondo atelier dell'artista, una casa dove viveva lui stesso, oggi traboccante di dipinti. Il più imponente, però, non è all'interno, ma un murale dipinto sul muro di fronte: un ritratto dell'unione-separazione tra Mato Grosso e Bolivia, con i suoi simboli caratteristici - caimano, serpente, formichiere e “polvere bianca” distribuita da entrambe le parti...
Gervane de Paula, “ Bom dia caramelo ”, murale site specific per la 14.ma Biennale del Mercosul, 2025, Fondazione Ling, Porto Alegre. Foto: Thiele Elissa
Entrando qui ciò che immediatamente cattura lo sguardo è una parete sulla quale sono appesi numerosi omaggi, peraltro assai ironici, ai protagonisti della "Geração '80", tuoi colleghi scomparsi...

Questo dipinto che riproduce una delle scritte più celebri di Leonilson [“Leo não consegue mudar o mundo”, ndr] l’ho realizzato su richiesta di Marcos Lontra, che avrebbe dovuto curare una mostra sulla “Geração 80”, poi mai realizzata: è un tributo al pittore. Qui c’è un altro riconoscimento: sono le scarpe di Jorge Guinle, il più astratto della scena di Rio in quegli anni. Chiunque mettesse piede nel suo atelier si imbrattava di colore, così ho voluto omaggiarlo esponendo le sue scarpe chiazzate di vernice…

Tu possiedi ogni diritto per giocare con questi nomi, avendoli conosciuti e frequentati, ma oggi non sarebbe altrettanto semplice farlo con altri colleghi, no? Tutti finirebbero per denunciarti...

Non saprei. Io opero fuori dalle mappe [ride, ndr]. Ad ogni modo, si tratta di riconoscere l’importanza di queste figure. Ho realizzato anche questa scatola di teschietti, ciascuno rappresentante un pittore della “Geração 80”: “Il Brasile sente la vostra mancanza!”

Proseguendo la visita all'atelier, si scorgono opere di periodi diversi, sempre incisive, ironiche, attuali: c'è la riproduzione di un cartellone stradale che annuncia la vendita di un trilocale nel quartiere Ipiranga per 100mila reais poiché il proprietario è “con la corda al collo" - una presa in giro della condizione economica di tanti artisti; c'è un ritratto della vita scolastica dello stesso Gervane, con i suoi riferimenti: Mondrian, Matisse, la letteratura di Kafka e di uno dei suoi autori preferiti, l'austriaco Thomas Bernhard; nel cortile, una dichiarazione d'amore all'italiano Giorgio Morandi e alle sue bottiglie, solo che qui - in quest'opera a cavallo tra pittura e scultura - l'oggetto-cardine delle indagini del pittore bolognese, note per le tonalità terrose, verdi e grigie, sfoggia i colori vivaci dell'arcobaleno. Non manca una critica all'istituzione cattolica e a tutti i crimini commessi nei secoli, con un San Benedetto (patrono di Cuiabá, ndr) che percuote un angelo-bambino; c'è pure un rimando al Poema Sujo di Ferreira Gullar, i cui versi "Azul era o gato/Azul era o galo/Azul o cavalo/Azul teu cu" compaiono in una piccola scultura di pietre dipinte del colore del cielo del Centro-Ovest...

Per me è molto difficile mettere tutto a posto, sistemare l’atelier, sai? Ci sono sempre opere incompiute che prendo e abbandono, ma che hanno già un nome prima di essere ultimate. Il bello è sfidare se stessi, no? A volte credi di aver avuto un’idea straordinaria e quando la concludi non vedi che difetti. Quest’installazione di tubi che formano una svastica, per esempio, si intitolerà Instalação Branca. Ma per ora non riesco a terminarla. Non so cosa ci farò, né se la venderò. Il processo creativo è estenuante, ma il lato positivo è che ci divertiamo, no?

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Tropical Studio #13. Gervane de Paula: a arte no coração da América do Sul

A conversa com Gervane de Paula (1961) dura há tempo, mas só no passado mês de julho consegui viajar para Cuiabá (centro geodésico da América do Sul, no estado de Mato Grosso) para gravar essa entrevista, rica em detalhes e, talvez, não completamente linear. 

Começamos logo num delicioso restaurante da cidade (o Choppão, cujas paredes foram decoradas por Adir Sodré (1962-2020), mais um dos maiores artistas mato-grossenses das últimas décadas, ndr), junto com o colecionador Lêo Pedrosa — sócio com Margareth Telles de MT Projetos, galeria do Rio de Janeiro que representa Gervane há cinco anos, itinerando – seguidamente, pelos ateliês do artista e prosseguindo também nos dias seguintes, na casa da colecionadora Marta Regina Torezan. 

Com uma participação na última Bienal do Mercosul, “Estalo” (em Porto Alegre, de março a junho de 2025), integrando a itinerância da Bienal das Amazônias, “Bubuia” (em Medellín, na Colômbia, até fevereiro de 2026), Gervane será também um dos protagonistas da feira Rotas – SP Arte, no estande da MT e, mais do que tudo, da 36ª Bienal de São Paulo – “Nem todo viandante anda estradas. Da humanidade como prática”, cuja abertura é marcada no próximo dia 6 de setembro, no Pavilhão da Bienal de Oscar Niemeyer, no Parque Ibirapuera…

Gervane, muitas vezes você disse que desenvolver o seu trabalho aqui não foi fácil, mas você escolheu ficar. Qual é um dos maiores desafios que um artista tem que enfrentar nessa área do Centro-Oeste?

Ah, as transportadoras, por exemplo; elas se recusam a carregar obras de arte: tudo tem que sair daqui como artesanato ou como objeto qualquer. Mesmo que você tenha feito um seguro, ninguém aceita transportar arte. Nós não temos gente com capacidade de embalar; muitas das minhas obras que estão fora de Cuiabá foram deslocadas por simples caminhões de mudança.

Caramba, nunca teria pensado nessa peculiaridade…

É muito engraçado, já que hoje em dia qualquer carga tem o monitoramento via satélite para garantir mais segurança, mas com a arte não funciona. Mesmo assim, de Mato Grosso vai e vem de tudo: produtos caríssimos da área da medicina, minério, carne, soja. Além disso, ficamos a trezentos quilômetros da fronteira com a Bolívia e todo mundo consegue entrar, também do Paraguai. Vende-se muito cigarro do Paraguai aqui, mesmo a fronteira seja – de fato, com o Mato Grosso do Sul. Mas, afinal de contas, somos o mesmo estado; o do Sul foi criado só em 1979. Há grupos do agronegócio que têm aeroportos particulares e até abrirão um Museu do Agro, para você entender quão poder tem esse setor nessa região! Acredita? Não temos um Museu de Arte, nem uma galeria, mas teremos um Museu do Agro!

Hoje em dia acho que a sua escolha de viver em Cuiabá faz parte da sua força criativa, até poética. Nunca pensou em se mudar?

Já pensei nisso em uma outra época, agora não o penso mais. No caso, teria-me mudado para o Rio de Janeiro.

Vocês (Lêo Pedrosa e Gervane de Paula, ndr), conforme me contaram, conhecem-se faz muitos anos: foi antes de começar a sua coleção, Lêo?

– Lêo Pedrosa: Foi bem antes; conheci o Gervane com treze anos de idade! Quando ele foi convidado para participar a “Como vai você, Geração ’80”, no Parque Lage, em 1984, preparou uma grande pipa que ia para a exposição na casa onde eu morava, já que tinha um grande espaço apto para trabalhar.
– Gervane de Paula: Ninguém mais me devolveu aquele trabalho, ficou pendurado lá [risos, ndr]. Aquela mostra foi uma bagunça boa, muito divertida: a época era muito legal. Os mesmos artistas iam montando as próprias obras: o Leonilson estava lá, Daniel Senise, Leda Catunda… foi uma festa muito boa!

Naquela época você estava ainda no Ateliê Livre?

Não, o Ateliê Livre já tinha acabado… parou em 1982. Tentaram continuar com outros artistas, mas não deu certo. Afinal, abriram um outro espaço dentro da Universidade e teve um pouco mais de resultados.

Para quem não conhece a história, poderia contar o que foi o Ateliê Livre e o que representou para a cena mato-grossense?

Nasceu quase em contrapartida à cena artística de Campo Grande, que estava bem desenvolvida, já que lá tinha Humberto Espíndola. Inclusive, foi ele que – com a Aline Figueiredo, fundou a Associação Mato-Grossense de Arte, já em 1967. Em Cuiabá não havia absolutamente nada, e nada havia nos arredores de centenas e centenas de quilômetros. O Ateliê Livre, completamente público, foi criado por um grupo de mulheres: a pintora Dalva de Barros, a esposa do governador do estado de outrora, Maria Lygia de Borges Garcia, e pela mesma Aline. Por alguns anos, de 1976 aos primeiros da década de 1980, funcionou no andar térreo do Palácio da Instrução, bem no centro da cidade, de forma gratuita e aberta; os inscritos até recebiam material para pintar e desenhar. Entre os orientadores teve o próprio Espíndola e o pintor João Sebastião.

Antes de entrar no ateliê, o que foi que te iluminou o caminho da arte?

Adorava os cartazes de cinema que realizava o artista e amigo Victor Hugo, um mineiro que vive em Cuiabá desde a infância. Acho que foi esse o primeiro contato com a fabulação da arte.

Voltando a Cuiabá, após de você se assumir como artista, como continuou a lidar com esse território difícil para a cultura visual contemporânea?

Com certeza, Cuiabá sempre foi uma cidade difícil para desenvolver uma carreira; o mercado faz muita falta, mas, por sorte, a cena local foi muito prestigiada por ótimos colecionadores. A exemplo, Gilberto Chateaubriand [filho do Assis Chateaubriand, fundador do MASP de São Paulo, ndr] que desde os anos de 1990 integrou com as suas obras o acervo do Museu de Arte Moderna do Rio, encantou-se com a arte daqui. Ele comprou muitos meus trabalhos e dos demais artistas que formaram a “Geração ’80”: Adriana Varejão e Beatriz Milhazes, Caetano de Almeida e Cristina Canale, além dos próprios Senise, Catunda, Leonilson, Luiz Zerbini… Também os críticos Frederico Moraes, Ferreira Gullar e Paulo Herkenhoff vinham aqui para conhecer o ambiente. Afinal, eu acho que a ausência do mercado foi até uma liberdade, sabe? É difícil para um artista que vive envolvido na cena do Rio ou de São Paulo criticar as falhas do sistema. E mais do que isso, eu me dei o luxo de poder experimentar.

No entanto, deslocamo-nos para um dos ateliês de Gervane, aliás, os dois encontram-se a pouca distância um do outro, no bairro de Araes, onde o artista nasceu e viveu até recentemente. Nesse primeiro espaço está guardada a maioria da produção escultórica: um conjunto de centenas e centenas de peças, incluindo as que serão expostas na próxima Bienal de São Paulo, “Nem todo viandante anda estradas” [curada por Bonaventure Soh Bejeng Ndikung com sua equipe de co-curadores composta por Alya Sebti, Anna Roberta Goetz e Thiago de Paula Souza, além da co-curadora at large Keyna Eleison e da consultora de comunicação e estratégia Henriette Gallus, ndr]

Essa casa é um pedreiro que fez. É uma casa boa, de adobe (barro socado), mas ninguém queria comprá-la porque parece que tenha uma assombração: reza a lenda que o espírito do mesmo pedreiro, morto aqui, ficou em casa. Ele acenderia o fogão de madrugada, deixaria aberta a torneira, mas na verdade eu nunca vi nada [risos, ndr]. Assim, ninguém quis mais morar aqui e a casa ficou abandonada e à venda. Quando colocaram um preço barato, comprei-a para transformá-la no ateliê.

Faz tempo que você está aqui?

Muito tempo. Inclusive, já pintei à noite, sem ter assombrações por perto. Barulhos têm, sim, mas nada que chegou a me afugentar daqui.

O fantasma não resistiu ao contato com a sua arte!

[Risos, ndr] Tinha outro tipo de sombras, por perto: no portão coloquei uma grande escrita “Boca de Arte”, pois aqui do lado havia uma boca de fumo e, para que ninguém confundisse as atividades, resolvi demarcar o território!

Gervane, percorrer as salas desse ateliê é enxergar anos e anos da sua produção! É uma retrospectiva completa! Têm pinturas antigas, também, é isso?

Têm muitas. É que eu trabalho muito rápido, sabe? Talvez para acabar demoro um pouco, mas eu nunca desenho uma obra, não faço esboços. Aliás, na última Bienal do Mercosul, em Porto Alegre, eu fui com um projeto, mas acabei fazendo outra coisa. Eu sempre mudo na hora.

Este bairro, chama-se Araes: você sempre fala muito desse lugar, quase que fosse o próprio berço que dá forma a tudo o que você cria…

De fato, é assim mesmo. Araes era um bairro histórico e, conforme estudos, o seu nome vem de um antigo povo indígena que foi extinto. Quando eu nasci, aqui ainda era muito rural, tinha campos, áreas verdes; depois vieram construindo casas nas margens desse córrego que vai até ao rio Cuiabá.

Mas ainda tem uma cara um pouco bucólica…

Tem. Eu pintei muito a paisagem daqui. 

A propósito de paisagens, você as retrata, misturando-as: naturais, sociais, culturais. Inclui nelas elementos religiosos, da indústria, do mundo do agro, da televisão, da violência cotidiana, símbolos que remetem ao tráfico, palavras, objetos; isto é, o seu trabalho torna-se um universo multiforme de materiais que brotam por pinturas, esculturas e instalações até monumentais…

Interessam-me também as histórias populares: anos atrás fiz uma vingança da figura do Saci-Pererê: depois de ter lido o Saci de Monteiro Lobato (parte das obras do conjunto literário Sítio do Pica-Pau Amarelo, ndr) e os quadrinhos de Ziraldo, resolvi dar forma ao meu próprio Saci, resgatando a imagem dessa figura que sempre aparece má! Com a figura do Saci-Pererê, já que ele pertence ao bioma do Mato Grosso, entraram nas obras as imagens de onças, de baratas, dos tuiuiús…

Falando em trabalhos, você é um dos artistas que integrará a Bienal de São Paulo, cuja abertura é daqui a poucas semanas (ressaltamos que esta conversa foi gravada no começo de julho de 2025, ndr). Que recorte teremos da sua produção?

Terei um grande espaço! Muitas obras foram selecionadas entre trabalhos já realizados, enquanto outras foram criadas exatamente para a mostra. Eu acho que impactará, mesmo porque terei um número de peças expostas parecido com aquilo que teve na Pinacoteca de São Paulo em 2023 [na individual “Como é bom viver em Mato Grosso”, curada por Thierry Freitas, ndr], e também o espaço ocupado no pavilhão da Bienal terá mais ou menos a mesma superfície da Pina. Agora, o problema de algumas das minhas obras é que não podem ser transportadas por avião, como a exemplo esses corações recheados de balas…

Mesmo as balas sendo somente réplicas de balas?

Mesmo assim, não passam.

Então, vamos falar do fato que as suas obras, geralmente, sempre mexem com a percepção do observador? Realmente, elas são anti-convencionais: não adianta você empregar cores vivas, brilhantes, criando formas que remetem aos brinquedos. Elas, sempre, alcançam um patamar bem potente, com uma pegada muito social: para questionar questões ambientais você coloca aves nativas em um grande moedor; revela o lado azedo do mundo da arte com as séries de obras que declaram que o artista é bom mas o curador não presta ou, também, a condição do artista negro com o galerista branco, incluindo questões sexuais e até o tráfico. Coisas que incomodam, embora todo mundo as conheça…

Pois é, mas o tráfico chegou em todos os lugares, nem adianta disfarçar! Essa escultura, a exemplo, chama-se Comando Papo Vermelho, uma brincadeira entre a facção e as aves. Mas tem também outra com o PCC, o antagonista. E já que estamos em guerra, eu criei também uma bomba no coração, segurada por uma mão, embrulhada como se fosse uma grande bomba… Mas enfim, na minha vida sempre encontrei resistência com a minha arte, devido aos temas com os quais ela mexe! É difícil vender isso aqui em Cuiabá, aliás, é complicado em qualquer lugar. Porém, tenho colecionadores sinceros, inclusive aqui na cidade. Os que compram as minhas obras é porque gostam de verdade, não é pelo meu nome; a minha produção com certeza é mais forte do que o meu nome.

Você mexe com tudo o que é politicamente incorreto. O que eu acho maravilhoso na sua poética é que você, com esse jeito – podemos dizer “descarado”?, consegue fazer um raio-X da nossa atualidade a 360 graus…

Brinco com coisas sérias.

Você tem uma vastíssima produção de peças em madeira: acho que – embora não sei se você nunca o explicitou, tenha tudo a ver com a sua “paisagem” de origem. Vem recuperada do entorno?

É a minha matéria. Eu pego toda aquela que cai por aqui, tento encontrá-la, mas às vezes demoro: tem que chegar antes da prefeitura que, depois de cortá-la ou recolhê-la, vende-a para as pizzarias. Mais um mercado que se desenrola aqui.

Falando em coleções, você percebeu uma aproximação das instituições ao seu trabalho, pelo menos nos últimos anos?

– Gervane de Paula: Muitas obras minhas estão na coleção do MAM do Rio, graças ao Gilberto Chateaubriand, e a maioria delas são inéditas porque nunca foram expostas: adquiriram-nas e colocaram-nas no acervo e nunca mais saíram. Agora parece que o próprio Museu montará uma minha sala individual. Vamos ver. O Gilberto foi um grande torcedor da minha arte: ele veio para Cuiabá várias vezes, comprava os meus quadros e distribuía-os aos colecionadores do Rio…

– Lêo Pedrosa: Eu mesmo conheci Gervane pela coleção Chateaubriand. Aliás, já o conhecia, mas não na integralidade da obra dele, em profundidade. O Chateaubriand tinha uma paixão especial por Gervane e por Adir Sodré. Depois da experiência no Parque Lage, Gervane trabalhou também com Thomas Cohn, que na época tinha uma galeria no Rio – antes de se mudar para São Paulo, com o qual começaram a própria carreira também vários outros como Milhazes, Catunda, Senise…

Vieram muitos curadores para Cuiabá, para conhecer o ateliê?

Já vieram muitos, mas poderiam ter vindo mais. Agora, de Cuiabá, só entram aqui amigos bem íntimos que já conhecem o meu trabalho. Tenho também bons vizinhos que me ajudam: uma costureira, um carpinteiro, um serralheiro, já que tem muita coisa de serralheria na minha produção, mas é uma parte que eu não domino. Um dia também a polícia veio visitar-me: entraram no ateliê, olharam, e na madrugada voltaram. Um sobrinho meu que trabalha como policial me contou que confundiram a boca de fumo com a boca de arte [risos, ndr].

No entanto, com Gervane, percorremos algumas centenas de metros para chegar ao segundo ateliê do artista, uma casa onde ele mesmo morava, hoje repleta de pinturas. A maior delas é um mural, pintado no muro na frente de casa: um retrato da união-separação entre Mato Grosso e Bolívia, com os seus símbolos típicos: jacaré, cobra, tamanduá e pó branco distribuído ambos lados…

Entrando aqui, o que de repente cativa a atenção é uma parede na qual estão penduradas várias homenagens, também muito irônicas, aos protagonistas da “Geração ’80”, colegas de você, que já partiram…

Essa pintura que replica uma das escritas mais famosas do Leonilson [Leo não consegue mudar o mundo, ndr] eu fiz sob pedido de Marcos Lontra, que ia fazer uma exposição sobre a “Geração 80”, mas que afinal não chegou a ver à luz: é um tributo ao pintor. Aqui tem mais um reconhecimento: são os sapatos de Jorge Guingle, o pintor mais abstrato que tinha no Rio naquela época. Todo mundo que entrava no ateliê dele se sujava de pintura, por isso homenageei-o colocando os seus sapatos manchados à venda…

Você tem todas as cartas na manga para gracejar com esses nomes, por você tê-los conhecidos e frequentados, mas hoje em dia acho que não seria tão fácil fazê-lo com outros colegas, sabe? Todo mundo vai a processo…

Não sei. Eu trabalho fora do mapa. [risos, ndr] De qualquer forma, é reconhecer a importância dessas figuras. Realizei também essa caixa de crânios, cada um representando um pintor da “Geração 80”: o Brasil sente falta de vocês!

Continuando no ateliê, enxergam-se obras de várias épocas, cada uma trazendo uma imagem cortante, irônica, atual: há uma réplica de um cartaz de rua que anuncia a venda de um apartamento de três quartos na área de Ipiranga, por 100 mil reais, já que o dono está com a corda no pescoço – brincadeira com a condição econômica de tantos artistas; há um retrato da vida escolar do mesmo Gervane, com as próprias referências: Mondrian, Matisse, a literatura de Kafka e de um dos seus autores favoritos, o austríaco Thomas Bernhard; no pátio, uma declaração de amor ao italiano Giorgio Morandi e às suas garrafas, só que aqui – nessa obra cujo formato põe-se entre pintura e escultura, os objetos da investigação do pintor de Bolonha, famosos pelo uso de tons cor de terra, verde e cinza, têm as tonalidades vivas do arco-íris. Também, não falta uma crítica à instituição católica e a todos os crimes cometidos nos séculos, com um São Benedito (Padroeiro de Cuiabá) batendo em um menino-anjo; tem também um risco ao Poema Sujo de Ferreira Gullar, cujos versos Azul era o gato, Azul era o galo, Azul o cavalo, Azul teu cu, vêm dispostos em uma pequena escultura de pedras pintadas com a cor do céu do Centro-Oeste…

É muito difícil, para mim, arrumar todo direitinho, mexer na ordem do ateliê, sabe? Sempre tem obras inacabadas que eu pego e largo, mas que já tem nome antes de estar prontas. O que é bom é se desafiar, né? De vez em quando você acha que está com uma ideia incrível e quando a acaba só vê os defeitos. Esse conjunto de pequenos canos a formar uma suástica, por exemplo, vai se chamar Instalação Branca. Mas por enquanto não consigo terminá-la. Não sei o que farei, nem sequer se a venderei. O processo de trabalho é muito cansativo, mas a vantagem é que a gente se diverte, não é?

Matteo Bergamini
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