Alla Galleria Civica la mostra personale di Nebojša Despotović Tutte le nostre vite a cura di Daniele Capra e Gabriele Lorenzoni, ci costringe a guardare noi stessi, riflessi nella sua pittura poetica e spietata.
Arrivare a Trento in piena estate è come dover affrontare due forme di calore che litigano tra loro. Il primo è quello della pianura, umido e insistente, che ti si appiccica addosso come un vestito che non puoi toglierti. L’altro è quello delle valli, secco, diretto, quasi insolente, che ti colpisce non appena varchi la porta della stazione. Qualunque sia il mezzo che scegli per arrivare – treno, auto, autobus che ha fatto troppe fermate in mezzo a campi di mais e capannoni mezzi costruiti e mezzi dimenticati – la sensazione è la stessa: le montagne ti si chiudono attorno come sipari lenti e inevitabili. E il fiume che attraversa la città scorre largo e silenzioso, come un vecchio amico che sa già tutto di te e non ha bisogno di dirtelo.
LA MOSTRA DI NEBOJŠA DESPOTOVIĆ ALLA GALLERIA CIVICA DI TRENTO
La Galleria Civica ti aspetta lì, nel cuore della città, con la compostezza di chi non deve dimostrare nulla. È elegante senza ostentazioni, silenziosa senza essere muta. Dentro, fino al 5 ottobre, ospita la mostra Tutte le nostre vite di Nebojša Despotović. Quattordici opere nuove e un polittico che domina la sala come un parente ingombrante, quello che non vedi da anni e che ti costringe a ricordare.
TUTTE LE NOSTRE VITE, E TUTTI I “FORSE” DI NEBOJŠA DESPOTOVIĆ
Il titolo, Tutte le nostre vite, sembra preso da una telefonata non destinata a noi. Una di quelle conversazioni in cui qualcuno abbassa la guardia, dice più del necessario, e improvvisamente si rivela. È un titolo che parla delle vite che abbiamo vissuto, ma anche di quelle che non abbiamo avuto il coraggio o la fortuna di vivere. Le deviazioni, i “se” che ci inseguono, i “ma” che ci tormentano. E nei quadri di Nebojša tutto questo prende forma: volti che ci guardano, stanze che sembrano reali e insieme inventate, storie che non sappiamo se appartengono alla memoria o all’immaginazione. Parlare con lui di pittura è rischioso. È come camminare su un campo minato. Se conosci la materia, puoi seguirlo. Se non conosci, rischi di sembrare l’ennesimo che annuisce a vuoto. Perchè per Nebojša la pittura non è un mestiere, è la sua grammatica interiore. Quando parla delle sue tele, sta parlando di se stesso, delle fondamenta che lo hanno costruito da ragazzino. È come se dicesse: questo sono io, questo è quello che vedete. E sorprende il fatto che tu non ti senta mai ingannato da questa confessione.
Il polittico, pensato per questa occasione, è la parte più destabilizzante della mostra. È un insieme di immagini che dialogano e litigano, che si smentiscono a vicenda, come se ognuna volesse raccontare la stessa storia ma da un punto di vista diverso. È un esercizio crudele: ti costringe a rivedere ciò che avevi appena capito, a ricominciare daccapo. E alla fine non sai se hai più risposte o più domande. Ma forse è questo il punto. Non è così che funziona il nostro presente? Una contraddizione continua, una notizia che cancella la precedente, una verità che dura un istante e poi sparisce.
A TRENTO SCOPRIAMO LA PITTURA “CON LA MAIUSCOLA”
Camminando tra le opere si ha la sensazione di trovarsi davanti a la pittura contemporanea. Quella vera, quella che non puoi liquidare con due aggettivi presi in prestito dal vocabolario del marketing culturale. È una pittura che ti obbliga a fermarti, a dare del lei. E mentre lo fai, ti accorgi che anche la tua vita, nel frattempo, ha compiuto uno spostamento sottile. Non sai esattamente quando, ma sei cambiato. Come quando scendi da un treno e non sei sicuro se stai tornando o partendo. Fuori, la città ti riassorbe con la calma di chi non ha fretta. Puoi fermarti in piazza Duomo a bere un bicchiere di bianco freddo, oppure affrontare la salita verso il Castello del Buonconsiglio. Qualunque cosa tu faccia, però, c’è qualcosa della mostra che rimane con te. È come l’odore di una stanza in cui sei stato bene: ti accompagna, anche quando sei già altrove.
E allora ti rendi conto che Tutte le nostre vite non è solo un titolo poetico. È un promemoria, una confessione e un invito insieme. Perché in quelle tele non c’è solo Nebojša. Ci siamo anche noi, con le nostre deviazioni, i nostri rimpianti, i nostri tentativi. Non puoi far finta di niente.
Questa è, senza alcun dubbio, la mostra più poetica ed emozionante che vi capiterà di vedere quest’estate. E forse, per un attimo, vi farà pensare a tutte le vostre vite – quelle che avete vissuto e quelle che avete perso per strada.
LINK
- Quattro mostre da Pinault (ma io ve ne racconto una e mezza) - Aprile 10, 2026
- Facce sul muro. Chi guarda i manifesti elettorali? - Aprile 3, 2026
- Lezione veneziana sulla leggerezza degli studi d’artista - Marzo 13, 2026




