Vicino a Lucca c’è una residenza d’artista da non perdere

Nella campagna lucchese, la Tenuta di Forci ospita residenze d’artista e mostre internazionali. Un progetto che unisce arte contemporanea, sostenibilità e storia in un territorio che vede già realtà come Tenuta dello Scompiglio e Villa Lena.

Nella quiete rigenerativa della campagna lucchese, la Tenuta di Forci – una storica proprietà di circa 360 ettari acquisita da una famiglia olandese – si anima grazie alla Forci Art Foundation, progetto iniziato nel 2023 da Melanie e Nina van Ogtrop, che promuove residenze d’artista in dialogo con un paesaggio intessuto di sostenibilità ambientale e memoria storica.

Ma Tenuta Forci non è l’unica residenza d’artista del territorio. Al contrario, la campagna lucchese, proprio perché costellata di residenze storiche di antichi commercianti e nobili, si presta ad essere trasformata in un’area in cui agricoltura e arte possano trovare comune linfa fertile. Un esempio di questa straordinaria complicità è la Tenuta dello Scompiglio con la sua programmazione legata soprattutto alle arti visive e performative. Villa Lena, con la sua nota residenza d’artista a Toiano, tra Pisa e Firenze, accoglie artisti internazionali operanti nei campi delle arti visive, di musica, letteratura, cinema, fashion.

Il complesso di Forci risale al XIV secolo e si trova nella zona di Pieve Santo Stefano nella Valtiberina, a pochi chilometri dal centro storico di Lucca. La Villa era stata pensata come residenza di caccia dalla famiglia Buonvisi, all’epoca banchieri di Enrico VIII e dei Tudor. Nel Cinquecento la famiglia riconfigura il casino di caccia, piantando vigneti e oliveti e trasformandola in una tenuta agricola. L’edificio principale viene ristrutturato da Vincenzo Civitali nello stile rinascimentale e diventa sede di un cenacolo culturale ed artistico. Raccontato dal letterato milanese Ortensio Lando nelle Forcianae quaestiones (1532) il cenacolo raggiunge una fama europea.

Il percorso espositivo che ho avuto il piacere di visitare Seamspell a cura di Melanie van Ogtrop e Nina van Ogtrop si snoda con grazia a partire dalla piccola chiesa, attraversa la galleria – un vecchio deposito di olive – culminando all’ingresso della villa, dove sono esposte le opere più imponenti e visivamente spettacolari, in un crescendo spaziale ed emozionale. La mostra Seamspell è stata un’occasione per conoscere il lavoro di tre artiste di talento che, nonostante i diversi percorsi e il diverso background, arrivano a instaurare un dialogo molto stretto. Alla base della loro poetica sono il corpo femminile che trova eco nel mondo naturale e l’identità come pluralità di voci (Beatrice Spadea), la riflessione sull’arazzo come texture che restituisce una società in cambiamento (Sophy Naess e Dörte Bundt), la sostenibilità ambientale.

La prossima mostra THE SHAPE OF PASSING di Moneyless inaugurerà il 21 settembre 2025.

SOPHY NAESS E IL TELAIO JACQUARD TRA ANALOGICO E DIGITALE

Forci Art Foundation, Residenza artistica 2025, Sophy Naess

Sophy Naess, artista originaria di New York, ha dialogato con il telaio Jacquard in una perfetta fusione di analogico e digitale. Si definisce innanzitutto pittrice, ma da circa dieci anni ha iniziato a interessarsi alla tessitura, portandovi una sensibilità visiva e compositiva tipica della pittura.

Le sue tecniche spaziano dal macramè fino all’impiego del software open‑source AdaCAD – omaggio ad Ada Lovelace – che tramuta disegni digitali nella trama di un arazzo, secondo una logica quasi algoritmica e computazionale. Sophy racconta come il telaio Jacquard, inventato alla fine del Settecento, sia l’antenato dell’informatica: «Con la tecnica Jacquard, ogni filo può sollevarsi in modo diverso, individualmente. Ciò avviene perché c’è una specie di scheda perforata che indica al telaio quali fili sollevare… Una sequenza di schede è inserita sopra il telaio, è come eseguire un algoritmo».

In Forci Toile (Fool’s journey) Sophy crea un collage digitale con silhouette nere. La figura del Matto dei Tarocchi è una sorta di autoritratto, gli altri elementi richiamano la vita campestre della tenuta agricola: trattori, cinghiali, lontre, rondini, foglie di vite, ulivo, quercia. Language of the Wall PRATO, un ordito di 1320 fili bianchi, rievoca le fotografie dei graffiti parigini di Brassaï ragionando sulla città di Prato, in cui la comunità cinese impiegata nell’industria tessile si mescola con la cultura italiana. L’opera è stata realizzata con il supporto dello sperimentale laboratorio tessile Lottozero, un’eccellenza di Prato.
Gli adesivi con numeri di telefono e pubblicità delle attività commerciali cinesi – vessilli di una mentalità pragmatica e dedita al lavoro – vanno a sovrapporsi alle scritte e ai graffiti di writer italiani – venate di romanticismo, scurrilità, nuances quotidiane, vita da strada. Così adesivi, testi e loghi creano un tutt’uno, una texture che racconta una società multietnica in cambiamento.

Un telaio antico diventa simbolo tangibile di memoria e rigenerazione in Poppies Garzato, Palazzo Mansi (1 e 2), due arazzi in lana di recupero (gli scampoli sono stati forniti dall’azienda fratelli Conforti). Ha avuto accesso al telaio storico di Palazzo Mansi a Lucca, assistita da due tessitrici, solo per alcune ore al giorno. Per questo, ha progettato disegni semplici, tessuti secondo una trama bilanciata, in cui si vedono ordito e trama. Il filato rosso utilizzato – un tipo chiamato garzato – è lanuginoso, pettinato, e nasconde l’ordito, generando un colore estremamente saturo. Il lavoro è diventato così un’indagine sulle qualità strutturali e visive delle fibre.

Il risultato ricorda un prato con degli sprazzi di colore rosso – l’artista è rimasta, infatti, affascinata dai campi di papaveri nella campagna lucchese. Ad attrarla anche il contrasto tra la precisione del telaio e l’apparente disordine filamentoso del fiore. Questo dualismo è alla base della sua pratica.

Fratelli Conforti made me hardcore è una composizione patchwork che troneggia appesa nel portico della Villa.

DÖRTE BUNDT E LA TECNICA BOJAGI TRA RICICLO E TRASPARENZA

Forci Art Foundation, Residenza artistica 2025, Dörte Bundt

Dörte Bundt, che vive a Berlino, ha strutturato la sua proposta attorno al bo jagi, l’antica tecnica coreana che enfatizza le giunzioni tra i tessuti e che viene usata per avvolgere i regali, in alternativa alla carta. Il bojagi mette in evidenza le giunzioni tra pezzi di stoffa, esaltando le cuciture come elementi estetici. Le pieghe, stirate e poi cucite, creano un motivo visivo che varia sul fronte e sul retro del lavoro. Il risultato è una superficie che, se retroilluminata, genera un effetto simile al vetro piombato, richiamando la luce filtrata attraverso vetri istoriati.

Nel suo lavoro Dörte ha sperimentato una personale versione del bojagi, mescolando fibre riciclate provenienti da fonti diverse: filati naturali tinti con rosmarino, erba di San Giovanni, camomilla, lino, juta vintage, sari indiani, e materiali recuperati a Prato. Gli arazzi sono sistemati come tende alle finestre, enfatizzando la trasparenza dei tessuti e ricordando le vetrate delle cattedrali.

Dei piccoli “arredi da parete” appesi con una canna di bambù nello spazio della galleria sono tessuti su juta vintage e cotone cerato, che ricorda la consistenza ruvida del crine di cavallo ma è una fibra naturale. È presente anche lana merino riciclata che ha trovato in Messico. La texture geometrica a triangoli e i colori di Diamond and Rust richiamano i pattern Bauhaus.

Forci Art Foundation, Residenza artistica 2025, Dörte Bundt

Dörte collabora con un fornitore catalano attivo dagli anni Cinquanta, che recupera il surplus tessile industriale, lo tritura per poi rigenerarlo come nuova materia prima. Per lei, la raccolta e selezione delle fibre è un gesto quasi rituale: ogni viaggio è l’occasione per arricchire la sua collezione privata di tessuti. Alcuni materiali provengono anche da Fratelli Conforti a Prato, un’azienda che gestisce eccedenze dell’industria della moda italiana (Versace, Gucci, ecc.). La scelta di utilizzare solo materiali recuperati o rigenerati è parte integrante della sua pratica artistica, in linea con l’idea di chiusura del ciclo produttivo e sostenibilità.

Nel porticato della facciata di Villa Forci, la sua opera più grande, eseguita con la tecnica bojagi, spicca per la sua forza visiva e “respira” al vento. Il tema del portale è emerso durante la residenza come forma simbolica ricorrente: attraversare un portale rappresenta l’idea di soglia, un passaggio da uno stato a un altro. Due opere principali – Portal in Blue e Portal in Yellow – esplorano questa immagine in relazione all’idea di inizio, transizione e trasformazione. Il grande portale esposto all’ingresso della villa diventa così simbolo di un nuovo cammino, non una conclusione. L’artista immagina in futuro una serie di portali da disporre come un tunnel attraversabile.

Dörte ha intitolato tre delle sue opere Fancy Ladies of Pietrasanta, ispirata a una visita a Villa Basiliana: la scena di donne eleganti che agitavano ventagli l’ha suggestionata, portandola a creare forme che evocano movimenti leggeri, quasi marini. Queste opere sono nate alla fine della residenza, come parte di un tempo “libero” e giocoso, successivo al lavoro più strutturato.

BEATRICE SPADEA TRA IDENTITÀ, NATURA E MEMORIA

Forci Art Foundation, Residenza artistica 2025, Beatrice Spadea

Le creazioni di Beatrice Spadea, originaria di Monza, intrecciano natura, memoria e immaginazione, evocando percezioni sensoriali e biodiversità. Lacerti di seta batik sono dipinti a mano con alcune forme che rispecchiano il corpo femminile.

Beatrice Spadea esplora il tema della identità come molteplicità, rifiutando l’idea di una voce unica e definita. I suoi lavori grafici consistono in disegni a matita sovrapposti – due fogli uno sull’altro – che creano immagini stratificate di foglie e rami, evocando l’intreccio della foresta. La foresta diventa metafora del percorso interiore, un luogo di smarrimento e ritrovamento, di esplorazione del sé.

Al centro della galleria, è sospesa una scultura in cartapesta con struttura in metallo, che rielabora in forma tridimensionale i motivi presenti nell’installazione di drappi di seta presente nella chiesetta. L’opera richiama forme del corpo femminile (ombelico, spina dorsale, busto), ma anche elementi vegetali (radici, foglie), ribadendo la fusione tra mondo umano e naturale. La cartapesta è realizzata con carta di recupero, originariamente usata per proteggere le sete durante la produzione: un gesto di riciclo interno allo stesso processo artistico.

Beatrice Spadea, ph. Giorgia Basili

È la prima volta che Beatrice lavora con la scultura e con il telaio. Ha solitamente un approccio pittorico e diretto sul tessuto, ma in questa occasione ha sperimentato la ricucitura e l’assemblaggio. I drappi in seta sono stati tagliati e poi ricomposti con un filo dorato, evocando il kintsugi giapponese: la riparazione che rende la crepa un punto di bellezza e unione. Il filo dorato, oltre a funzione estetica, ha un valore simbolico: non segna una rottura, ma un’opportunità di connessione, un’apertura alla profondità emotiva.

Le curatrici Melanie van Ogtrop e Nina van Ogtrop hanno orchestrato la mostra dando forma a un percorso suggestivo: guida lo spettatore dalla dimensione spirituale della chiesa, passa per la memoria contadina del deposito di olive, e culmina nella magnificenza evocativa della villa. Hanno costruito un percorso che fosse in dialogo con l’architettura e l’ambiente, in sintonia con la filosofia rigenerativa della residenza.

LINK
Giorgia Basili
Torna in alto