A Roma una mostra sulla straordinaria arte di Niki Berlinguer – pioniera nel tradurre il linguaggio pittorico nel tessile – dialoga con lo stile liberty della Casina delle Civette. Un’occasione per apprezzare le reinterpretazioni dei grandi maestri della pittura del Novecento, tra cui Hans Hartung, Paul Klee, Afro, Giorgio De Chirico, Carlo Levi e Giulio Turcato.
Le sue mani parlano per lei. Mani anziane aggraziate da uno smalto centellinato con cura, le dita che danzano mentre stringono il filo che ravviva il canovaccio. In una storica videointervista a Niki Berlinguer, lo storico dell’arte e curatore Claudio Crescentini la ascolta raccontarsi mentre tesse nella sua casa, nel gennaio 1994, pochi mesi prima della fine avvenuta all’età di oltre novant’anni. “Vedi Claudio?” dice Niki mentre mostra un suo lavoro. “Non vedo l’ora di finirlo, e poi ne devo cominciare un altro” continua ridendo.
UNA RISCRITTURA DELL’ARTE CONTEMPORANEA
Corinna Adelaide Augusta Fidelia è stata eleganza. Non solo nel portamento e nel senso estetico, ma anche in quella sua volontà di elevare l’arazzo da tecnica artigianale a opera d’arte indipendente. La mostra alla Casina delle Civette di Roma – a cura dello stesso Crescentini e visitabile fino al 28 settembre – rende così omaggio alle sue opere imponenti, reinterpretazioni dei più grandi maestri della pittura del Novecento, tra cui Hans Hartung, Paul Klee, Afro, Giorgio De Chirico, Carlo Levi e Giulio Turcato. “Una vera e propria tranche dell’arte contemporanea italiana è passata sotto l’ago di Berlinguer”, ha spiegato il curatore, e l’artista ha trovato così il suo personale linguaggio, la cifra stilistica con cui sopravvivere in un mondo dell’arte dominato da uomini. Il suo sguardo reinventa e rilegge la cultura del suo tempo, rivendicando dignità per una pratica ritenuta accessoria, marginale, dunque femminile. Con grazia e stile ha dimostrato l’importanza di cambiare punto di vista, ipotizzando che lo stesso soggetto, se cucito piuttosto che dipinto, potesse avere altro da dire.
UN GESTO LENTO E RIPETUTO
Pioniera nel tradurre il linguaggio pittorico nel tessile, l’artista antepone all’immediatezza del pennello – istintivo o ragionato che sia – la placidità e la lentezza del gesto meccanico, un gesto che non perde calore e passione nonostante si ripeta ancora e ancora. Ed è forse proprio in quell’ossessione, in quell’accanimento reiterato, che risiede il fuoco di Berlinguer. La fame di forme e colori la porta infatti a dare vita a una produzione vastissima, all’interno della quale, in una fase più tarda, compaiono disegni personalissimi, opere poco note frutto di una sua intuizione, finalmente sganciata dai suoi contemporanei.
UN DIALOGO FONDATO SUL COLORE
Nella mostra domina il colore: quello trasparente delle vetrate infrante dal sole e quello denso e profondo della lana, del lino e della seta. Il dialogo è serrato, paragonabile a un’orchestra visiva che risuona nei corridoi del piccolo edificio in stile liberty, custode dell’esuberanza creativa di una figura dalla “personalità monumentale” – così la ricorda il nipote Marco. Personalità che nasce e si sviluppa come fisiologica risposta alle barriere che, per una donna (e artista) di inizio Novecento, erano superabili soltanto attraverso il carisma e l’originalità. Una necessità, dunque: quella di far emergere il proprio “Io” per non soccombere al silenzio che tante altre voci – brillanti, libere, creative – aveva inghiottito.
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