Lo sguardo che inchioda. Su Teresa Antignani

Per la prima puntata della nuova rubrica PRE-TESTI, Penzo+Fiore hanno incontrato Teresa Antignani durante la residenza Corpi sul palco®” al MACC di Calasetta, in Sardegna. Il suo lavoro non consola ma interroga, accoglie il conflitto e lo restituisce come materia viva, ricordandoci che lo sguardo può ancora trasformare.

A volte le opere parlano più del mondo che dell’artista che le ha create. Altre volte è l’artista stesso a diventare un varco, un’interferenza nella quiete apparente del reale. Altre volte ancora sono figure diverse del mondo dell’arte e della vita a permettere la schiusa. Pre-testi nasce da questa consapevolezza: ogni incontro è un’occasione per spostare il fuoco, per aprire fessure nel linguaggio, nel senso comune, nelle geografie del possibile. Non cerchiamo dichiarazioni d’intenti né biografie esatte, ma traiettorie oblique, slittamenti, domande che resistono alla sintesi.

Ogni intervista è un dispositivo poetico e politico. Una conversazione che inizia da un dettaglio – un gesto, un’immagine, una scelta – e si lascia attraversare da ciò che pulsa intorno: le condizioni di lavoro, i confini, i desideri, le lacerazioni. Il margine come centro. L’opera come sintomo. Il parlare come pratica del disvelamento.

Non si tratta di spiegare l’arte, ma di camminarci dentro. Di stare in ascolto finché qualcosa, anche di piccolo, si incrina. I Pre-testi non sono allora solo spunti per far viaggiare il pensiero, ma anche la registrazione di tutto quello che precede il gesto scritto: l’incontro, il caffè al bar, l’invito a cena, l’aperitivo nel salotto di casa… quel momento di innesco che presuppone la conoscenza.

La rubrica inaugura con una conversazione con Teresa Antignani (Isernia, 1991), artista, ricercatrice e attivista che con il suo lavoro intreccia corpo, comunità e paesaggio nei territori segnati da speculazione edilizia e sfruttamento ambientale.

L’INCONTRO CON TERESA ANTIGNANI

Abbiamo conosciuto Teresa Antignani lo scorso anno in Sardegna. Eravamo entrambi coinvolti nella residenza di Corpi sul palco®, a cura di Andrea Contin, nell’ambito del programma di residenza artistica Laboratorio Mediterraneo, a cura di Claude Corongiu, al Museo MACC di Calasetta diretto da Efisio Carbone. Un progetto che ci ha permesso di abitare per giorni lo spazio poroso tra pratica artistica e pratica politica, tra il gesto e la parola. In un contesto dove l’ascolto non è un atto di cortesia ma una scelta etica, Teresa si è imposta fin dal principio con la forza del suo sguardo. Non uno sguardo pacificato o indulgente, non il compiacimento estetico che tante volte segna la distanza di sicurezza tra arte e realtà, ma uno sguardo che interroga, scava, inchioda.

Teresa Antignani, Martyrion, Corpi sul palco, Calasetta 2024

GLI SCATTI DI TERESA ANTIGNANI

Perché il lavoro di Teresa non elude il conflitto, lo accoglie, lo attraversa, lo restituisce come materia viva. È un lavoro che non si può semplicemente contemplare, pretende di essere letto, affrontato, fatto proprio, respinto o assimilato. Indipendentemente dall’atto artistico, ciò che muove la sua pratica è sempre la medesima urgenza, ovvero dare corpo a ciò che il linguaggio del potere cerca di neutralizzare, mettere in figura ciò che viene sistematicamente cancellato dalla superficie patinata del discorso pubblico.

Siamo di fronte a un’arte della denuncia, ma non retorica. Il rischio di ogni arte militante è l’illustratività, la riduzione a slogan, la prevedibilità della presa di posizione. Teresa invece compone drammaturgie complesse, in cui il dato biografico e quello sociale, l’intimo e il collettivo, il gesto e la parola si stringono in un nodo irriducibile. Una denuncia che non è spettacolo ma azione, non è terapia ma responsabilità. Le immagini che produce non servono a consolare, servono a disturbare. E questa, per noi, è la prima funzione politica dell’arte.

Manifestazione a Caserta, Teresa Antignani, 2020

QUANDO L’ARTE È DALLA PARTE DEI CORPI FERITI

In un sistema artistico sempre più tentato dall’estetica della neutralità, dal feticismo dell’oggetto e dalla complicità con il mercato, la sua ricerca si colloca altrove, dalla parte dei margini, dalla parte dei corpi feriti, dalla parte delle domande che nessuno vuole formulare. Sappiamo bene quanto sia difficile rimanere lì, senza scappare. L’abbiamo osservata nel lavoro quotidiano durante la residenza, con il nostro solito approccio, prima critico e solo poi, in rari casi, accogliente. In lei ogni gesto era accompagnato da uno sforzo di onestà che raramente abbiamo visto altrove. Non c’è orpello decorativo né anestesia formale, nel suo linguaggio. Solo una ferita che resta aperta finché non trova cura.

IL TRAUMA E LA RESPONSABILITÀ DI CHI RESTA A GUARDARE

Per noi, come artisti e come spettatori, è stata una lezione. Non basta produrre “qualcosa da dire”, bisogna anche avere il coraggio di assumerne il peso. Teresa fa questo, mette in scena il trauma e lo scacco, certo, ma mette in scena anche la responsabilità di chi guarda. E lo fa con una poetica plurale, che spazia dalla fotografia alla performance, dalla relazionalità alla pittura, senza gerarchie, senza feticismi disciplinari, come se ogni mezzo fosse solo un altro modo per non smettere di interrogare la realtà.

C’è, in lei, la consapevolezza che la verità non è mai comoda. Che il compito dell’arte non è pacificare, ma aprire, ferire, spingere a guardare. Ci siamo riconosciuti in questa etica. E abbiamo trovato nella sua ricerca la conferma che l’arte può ancora essere ciò che deve, una pratica esistenziale, una presa di parola, un atto politico.

In un tempo in cui troppi lavori si rifugiano nella metafora innocua e nell’allusione inoffensiva, il lavoro di Teresa Antignani è presenza disturbante e necessaria. È per questo che continuiamo a pensare che vada visto, ascoltato, affrontato. Perché ci ricorda che lo sguardo, quando è davvero onesto, non si limita a raccontare: trasforma. E noi, di questo, abbiamo ancora bisogno.

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Penzo Fiore
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