Fino al 2 novembre, la Laguna ospita la Biennale del Design a cura di Luca Berta e Francesca Giubilei. Il titolo evoca l’arte di sopravvivere in tempi incerti: una mostra diffusa che abita quindi il confine tra fine e rinascita, trasformando oggetti, case e città in mappe fragili di sopravvivenza.
Ci sono due modi per affrontare il futuro. Uno è sedersi, incrociare le braccia e pensare che siamo spacciati. L’altro è alzarsi, scrollarsi la polvere di dosso e immaginare che ci sia ancora una possibilità. La Venice Design Biennial 2025, che prende vita fino al 2 novembre, ha deciso di abitare entrambi i modi. Non scegliere, non farsi intrappolare in un’unica narrativa, ma oscillare tra i poli di estinzione e salvezza. E allora eccoci qui: in una Venezia che in autunno sa di acqua alta e tappeti rossi, di gondole che ondeggiano mentre fuori piove e di architetti che arrivano da ogni angolo del pianeta con le loro mappe e i loro rendering. La Biennale del Design si infila in questo scenario come un manuale di sopravvivenza che non hai mai chiesto, ma che ti ritrovi tra le mani e pensi: forse era quello che mi serviva.
LA VENICE DESIGN BIENNIAL INDAGA IL TEMA DELL’ESTINZIONE
I curatori Luca Berta e Francesca Giubilei non girano intorno alle parole. Scrivono: “Ci estingueremo tutti. Con riluttanza oppure con gioia. O forse, al contrario, ci salveremo tutti.” È un incipit che sembra un proclama, o l’inizio di un romanzo distopico. Ma è anche il cuore del discorso: viviamo in un tempo saturo di annunci apocalittici, di grafici che puntano verso il basso, di discorsi sul collasso. E allora il design che fa? Si ferma? Smette di produrre? Si auto-annulla? In teoria sì, in pratica no. Perché dietro ogni oggetto continua a pulsare un bisogno di senso. Ed è qui che entra in gioco quella frase di Emanuele Coccia: “casa è lo spazio in cui tutti gli oggetti esistono come soggetti.” È quasi animismo contemporaneo, un invito a guardare la sedia non come sedia, ma come compagna silenziosa, a pensare alla tazza non come recipiente, ma come testimone di mattine storte e sere calme.
GLASS: LA MOSTRA DA SPARC*
La mostra principale di questa edizione si divide in due anime. La prima, Glass, prende forma a SPARC – Spazio Arte Contemporanea*, un appartamento veneziano riconvertito che conserva ancora le proporzioni intime delle case di un tempo. Qui il vetro non è materia neutra, ma metafora liquida: fragile e potente, trasparente e opaco. Tra i nomi in mostra ci sono Anna Jožová, Maria Koshenkova, Lucia Massari, Jessica Rimondi. Ognuno di loro usa il vetro come lente deformante per osservare il presente, come se fosse il futuro a guardarci attraverso.
“COLLETTIBLE”, LA COLLETTIVA NEGLI SPAZI DI SPUMA
La seconda, Collectible, si apre negli spazi industriali di SPUMA – Space for the Arts alla Giudecca. Ex magazzini di birra, oggi tempio del design che guarda avanti. Qui ci sono Dejana Kabiljo, Marco Guazzini, Sofia Artemeva, Tadeáš Podracký con Sarah Myerscough Gallery, e molti altri. Circa quaranta in totale. Non basta chiamarli designer, perché i loro oggetti sono mappe di possibilità: tavoli che sembrano foreste, lampade che ti guardano indietro, sedute che ti costringono a pensare a come ti siedi. E poi c’è un progetto site-specific firmato Victor Miklos Andersen, come un’appendice narrativa che rende chiaro un concetto: il design non si limita a rispondere, ma interroga.
La Biennale non si ferma alle due sedi principali. È diffusa, rizomatica, come una costellazione di punti che ti costringono a spostarti per capirne il senso. Alla 193 Gallery trovi la prima personale veneziana di Aldo Chaparro, con opere che sembrano urlare: “smettiamo di fingere che non sia su di noi.” La Galerie Negropontes porta invece il progetto Architectural and Design Landscapes, dove Maison Matisse dialoga con gioielli d’artista, e il surrealismo entra nelle case con la leggerezza di un disegno lasciato a metà. ERLANDS & BAI BAI portano un esperimento performativo intitolato Revival in Stillness, che già nel titolo sembra un ossimoro, un invito a fermarsi e rinascere nello stesso gesto. Rug Stories ci trascina nei tappeti di João Lacerda Moreira, insieme a Mohsen Chavoshbaran, storie intrecciate con fili che sanno di viaggi e memorie.
E poi c’è The Shape of What Remains, progetto di Aea: Culture Initiative curato da Nata Tatunashvili: sei gesti di riparazione attraverso geografie frantumate, come se il design fosse colla universale. Ma la sorpresa vera è la possibilità di visitare per due giorni alcune case private progettate da Carlo Scarpa, Ettore Sottsass e Valeriano Pastor. Non musei, non set fotografici: case vere, abitate, custodite dai loro proprietari. Entrarci sarà come guardare il Novecento respirare ancora, tra scale che sembrano fiumi e stanze che parlano sottovoce. Venezia, in quei mesi, è un palcoscenico totale: la Biennale di Architettura, la Mostra del Cinema, The Venice Glass Week, workshop universitari. Una città che non dorme, ma che si reinventa a ogni angolo. Cammini per calli e campi e ti imbatti in designer, registi, studenti, collezionisti, in un flusso continuo che mescola lingue e accenti, e ti sembra che Venezia sia diventata, per un attimo, il centro del mondo.
IL FUTURO OSCILLANTE DEL DESIGN: SOPRAVVIVERE TRA FINE E RINASCITA
Alla fine, la Venice Design Biennial non ti dice cosa accadrà. Non promette salvezza, non firma condanne. Ti mette davanti un manuale incompleto, che va riscritto continuamente. Ti chiede di guardare agli oggetti come compagni, alle case come organismi vivi, al design come gesto fragile ma necessario. Extinction / Salvation non è solo un tema: è un invito a oscillare, a non irrigidirsi. A saltare da una parte all’altra, sapendo che la verità non sta in un singolo filtro, ma nella capacità di cambiare prospettiva.
E Venezia, ancora una volta, si offre come città-simbolo. Un luogo fragile, che rischia di estinguersi ogni giorno sotto il peso delle maree, ma che continua a salvarsi reinventandosi. Un promemoria che vale per tutti noi: la fine e l’inizio possono coesistere nello stesso istante.
LINK
- Quattro mostre da Pinault (ma io ve ne racconto una e mezza) - Aprile 10, 2026
- Facce sul muro. Chi guarda i manifesti elettorali? - Aprile 3, 2026
- Lezione veneziana sulla leggerezza degli studi d’artista - Marzo 13, 2026




