Francesco Liggieri ci accompagna a Parigi, per visitare, un giorno prima della chiusura, la grande retrospettiva dedicata a David Hockney che si è tenuta alla Fondation Louis Vuitton. Un personale viaggio nell’universo del grande maestro.
Parigi, 29 agosto 2025. Sono arrivato in ritardo, e non per un treno perso ma per vedere una delle retrospettive più grosse mai dedicate a uno che ha passato la vita a inseguire la luce: David Hockney.
Fa un caldo da fermare i pensieri e, se non fosse per lui, non mi sarei mai imbarcato su un Ryanair in giornata per venire a cuocermi in una città che, ad agosto, sembra un forno acceso da ore. By the way come direbbero gli americani, basta imboccare l’avenue du Bois de Boulogne e vedi che qualcosa cambia.
UNA MOSTRA DEDICATA AGLI ULTIMI 25 ANNI DI CARRIERA DI DAVID HOCKNEY
Dentro la Fondation Louis Vuitton a Parigi, quel guscio trasparente e sinuoso che Frank Gehry ha piantato come un’astronave nel verde, oggi non si entra solo in un museo, ma negli ultimi 25 anni di David Hockney. Avete letto bene, 25 anni e lasciatemelo dire: che SPETTACOLO, le sue tele, i suoi iPad, i suoi schizzi febbrili occupano ogni piano con l’ostinazione di chi non vuole farsi archiviare. La mostra si chiama David Hockney 25, un titolo che sembra un appunto lasciato a metà, ma che in realtà raccoglie settant’anni di pittura, più di otto decenni di esistenza che hanno attraversato Bradford, Londra, Los Angeles, lo Yorkshire e la Normandia. È la più grande esposizione mai dedicata a lui, e già questo basterebbe per capire il mio volo in giornata. Chi ama la pittura come la amo io, è nel posto giusto. Ma diciamocelo Hockney non è tipo da mausolei anticipati. Ha ottantasette anni, sembra aver detto “È la mostra più grande che abbia mai avuto” o così mi riferisce la guardiania.
LE OPERE IN MOSTRA ALLA FONDATION LOUIS VUITTON
Le prime sale sono un viaggio indietro, ritratti degli anni Cinquanta, un padre dipinto a Bradford, poi Londra con la sua nebbia stretta come un cappotto usato, la sua adorata madre e infine la California, piscine abbaglianti, corpi che galleggiano nell’acqua, A Bigger Splash e Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) che sembrano urlare che la luce è sempre stata la sua vera ossessione. Poi arriva il cuore della mostra, un cuore che pulsa su pareti enormi: Do remember they can’t cancel the spring. Non dimenticatevi che non si può cancellare la primavera. È senza alcun dubbio un mantra, scritto come un titolo di giornale sopra le teste dei visitatori. E subito dopo si aprono paesaggi dello Yorkshire e giardini della Normandia, alberi che esplodono di fiori come se la tela fosse un campo elettrico, cieli che mutano da un quadro all’altro, stagioni che si inseguono senza mai finire. Non dipinge la natura, dipinge lo sguardo che la natura gli provoca dentro, e per questo sembra che a muoversi non siano solo i rami e le foglie, ma la sua stessa memoria.
NON SOLO PITTURA: I DIPINTI DIGITALI SU TABLET
A un certo punto della visita i pigmenti si fanno pixel, e non ti accorgi più di quando è successo: un iPad al posto della tavolozza, un iPhone che diventa campo di grano, narcisi disegnati su schermo eppure vivi come se fossero stati appena raccolti. Ha fatto tutto questo prima che altri lo facessero, spesso con le dita prima di strumenti precisi come i pennini per disegnare sui tablet. Genio. Non c’è differenza, perché Hockney riesce a piegare la tecnologia al gesto umano, a rendere il digitale una continuazione del pennello. Nei piani alti, l’arte si trasforma in teatro: scenografie d’opera immerse nella luce, Wagner che vibra nei muri, un autoritratto recente che ti fissa con fermezza come a dire “Sì, questo sono io, ancora dentro questo corpo che guarda”. C’è un dialogo con Munch e William Blake, a ricordare che la pittura è sempre una conversazione che attraversa secoli e non finisce mai.
NON SI PUO’ CANCELLARE LA PRIMAVERA
C’è da avere le lacrime agli occhi, e non sorprende: non succede spesso nel guardare una mostra, ma qui il tempo scorre più lento, le immagini chiedono respiro, chiedono corpo. Alla fine, uscendo, Parigi ti sembra diversa, più leggera, come se la primavera fosse rimasta incollata agli occhi. Non è una retrospettiva, non nel senso solito: è un manifesto sul vedere, sulla luce che cambia, sull’accettare che ogni stagione è un dono breve e necessario.
È pittura che respira digitale e digitale che si fa pittura, è la prova che anche all’ultimo atto l’arte può essere un inno alla gioia, feroce e gentile nello stesso tempo.
E se c’è una sola cosa che resta addosso, dopo aver attraversato tutte quelle stanze, è questa: che non si può cancellare la primavera.
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