Daniela Di Maro: l’arte per educare all’empatia e all’antispecismo

Dentroterra è il titolo dell’ultima mostra personale di Daniela Di Maro: un progetto che accompagna il pubblico a riflettere sui delicati, ma non invisibili, equilibri che legano l’essere umano alla natura che lo circonda. L’arte come veicolo di educazione all’empatia e all’antispecismo.

In un tempo dominato da dinamiche fortemente capitaliste atte ad allontanarci sempre più dalla vita nuda e concreta, c’è ancora chi per fortuna preferisce rimanere nel presente utilizzando l’arte per parlare di tematiche urgenti. È questo il caso di Daniela Di Maro (Napoli, 1977), artista interdisciplinare da sempre attenta a stimolare quelle connessioni, fra noi e la natura, che non sempre ci appaiono così palesi.

Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, Daniela Di Maro dimostra già dagli esordi un certo interesse nei confronti della potenzialità umana e del suo impiego per avvicinarsi tanto al regno vegetale quanto a quello animale: una attitudine che la porterà inevitabilmente ad includere i concetti di etica, e sostenibili, sia nella sfera privata sia in quella professionale.

Avvalendosi di molteplici linguaggi, dalla poesia alle installazioni interattive – passando per il disegno, le azioni partecipate, e il video –, Di Maro si fa strada verso territori sottili nei quali viene chiesto di mettere da parte la propria visione antropocentrica per riaccendere, o addirittura scoprire, determinate sensibilità.   

Un esempio tangibile del suo particolarissimo approccio lo si può trovare alla Galleria Gallerati di Roma, dove l’artista è in mostra – fino al 7 ottobre – con la personale Dentroterra.

Foto frontale della mostra Dentroterra

LA MOSTRA DENTROTERRA DI DANIELA DI MARO

Curata da Serena De Dominicis, l’esposizione si presenta come un viaggio polisensoriale nelle viscere della Terra: un’esperienza relazionale finalizzata allo sviluppo di una consapevolezza maggiore. Caratterizzata da opere che spronano all’interazione fisica, Dentroterra suggerisce allo spettatore di prendere coscienza di ciò che vede, osservando il tutto con un’ottica differente. Tra i lavori esposti si fanno strada un disegno a parete, delle misteriose rocce interattive, e cinque scrigni, ciascuno dei quali destinato alla contemplazione di un regno specifico. Proprio questi ultimi – concepiti in seguito alla lettura del saggio di Elizabeth Kolbert La sesta estinzione –, fungono da cuore pulsante della mostra agendo tanto sul presente quanto nell’avvenire.

Immaginate per essere seppellite e preservate, nel caso di una catastrofe apocalittica, le scatole della serie Bury me alive!,rivelano mondi spesso ignorati che incarnano il messaggio di una speranza che riguarda non solo la figura dell’artista, con tutte le sue responsabilità, ma soprattutto quella di ogni singolo essere umano.

Foto mostra Dentroterra

L’INTERVISTA A DANIELA DI MARO

Tra i vari medium che fanno parte della tua pratica artistica vi è anche la parola, e questo lo si avverte esplicitamente dal titolo della tua nuova mostra personale: Dentroterra. Ci parli delle suggestioni che ti hanno portato a questo termine, e delle connessioni che lo legano ai lavori esposti?

Il titolo della mostra suggerisce un po’ i temi trattati poiché si parla sia degli elementi alla base della vita sul pianeta, e delle relazioni tra mondo organico e inorganico, sia di ciò che un domani si potrebbe riportare alla luce scavando in profondità nella terra. Difatti, le opere principali sono veri e propri contenitori di speranza e conoscenza da tramandare ai posteri, scrigni da esplorare, toccare e preservare. Chi ne entrerà in possesso si impegnerà a seppellirli, qualora un giorno la sopravvivenza umana fosse in pericolo.

Effettivamente, le opere esposte invitano lo spettatore a entrare dentro ecosistemi e mondi che ci appaiano estremamente lontani nonostante facciano parte della nostra esperienza su questo pianeta. A cosa si deve, secondo te, questa disconnessione collettiva nei confronti della natura e delle sue dinamiche?

Credo che il distacco sia iniziato quando l’uomo ha addomesticato il mondo vegetale e animale, ponendosi in una posizione di superiorità. Poi, con la rivoluzione industriale, la frattura si è ampliata dando vita ad una società sempre più improntata al consumo e a un capitalismo predatorio nei confronti dell’ambiente, cosa che ha reso quest’ultimo un mero supermercato di risorse. Oggi viviamo su quella scia tossica che nel tempo si è sedimentata e normalizzata, e che non offre molte occasioni di una reale riconciliazione con la natura. E, senza dubbio, ne stiamo pagando le conseguenze.

Foto mostra Dentroterra
Al pari di piccole Wunderkammern portatili, la serie degli Scrigni postapocalittici ci parla di tesori da preservare e da custodire con cura. Ci racconti la loro genesi? Qual è la loro funzione?

Queste opere nascono con l’intento di conservare una porzione di memoria e di meraviglia verso la Terra, così com’è oggi. Ho realizzato il primo scrigno intitolato Bury me alive! nel 2018 e già allora, ma direi da sempre, mi interrogavo su che forma avrà il futuro. La mia visione in prospettiva era e continua a non essere molto rosea visti gli sconvolgimenti sempre più intensi che stiamo vivendo, e ho ragionato su come raccontare, a chi verrà dopo, l’incanto degli ecosistemi. Così, ho messo insieme una sintesi dei regni naturali (vegetale, animale, minerale, fungino, e sottomarino) in una sorta di cinque time capsules, nella speranza che i messaggi arrivino a distanza nel tempo, preservati dal sottosuolo.

Oltre a esse, in mostra vi sono anche delle curiose rocce interattive. Ci spieghi qual è il loro ruolo e come si azionano?

Questa serie è nata dopo aver elaborato dei contenuti degli scrigni. Avevo inglobato piccoli minerali nel filo di rame per Mineralia e da lì, sono passata ad avvolgere rocce sempre più grandi, intrise di storie lunghe migliaia di anni e dalle conformazioni più strane. Ad esempio, Wolf è un geode di calcite con cristalli simili ai denti di un canide dietro i quali ho inserito un piccolo LED che illumina questa sorta di bocca dall’interno grazie a un pannellino solare. Questi lavori sono un’evoluzione di Cuprum, opere di alcuni anni fa dove ricamavo sagome di piante col filo di rame nel quale passava energia a bassa tensione, producendo suoni simili a versi di cicale, grazie a micro circuiti e pannelli solari. Ho definito questo processo “fotosintesi artificiale”, e nelle rocce il concetto è simile: intrecciando il filo di rame ai minerali questi divengono dei sistemi in grado di autogestirsi e interagire con la luminosità dell’ambiente producendo sonorità e luci. Continuerò a cercare altre suggestioni nelle rocce, mondo che di solito percepiamo come inanimato ma che invece può raccontare molto, a patto che si voglia ascoltare…

Quanto tempo impieghi per la realizzazione di un’opera, tra concepimento, ricerca e produzione?

In genere, il tempo dipende dalla complessità delle opere. Per la mostra ho impiegato circa cinque mesi, sia perché non è stato facile trovare ciò di cui avevo bisogno sia perché – a parte le scatole di legno, quasi tutte vintage – ho realizzato ogni singolo pezzo a mano, sperimentando molte tecniche. Anche progettare l’incastro degli elementi da inserire in spazi ridotti è stato lungo. Ad esempio Animalia ha richiesto più tempo perché, oltre all’ardua selezione di animali estratti da antiche enciclopedie, è stata pensata con un doppio fondo dove riporre tutto, con dei binari estensibili e uno specchio sul quale è incisa la parola NOI (per sottolineare che siamo tutti animali) che si piega su sé stesso, riducendo gli ingombri.

La questione del rapporto tra natura e tecnologia ti accompagna da sempre. In un momento storico così tecnologicamente avanzato quali sono le tue riflessioni in merito?

La tecnologia è un potentissimo aiuto alla conoscenza, quando usata bene. Mi affascina per le possibilità di sviluppare determinati sistemi, e senza la quale non avrei potuto dare corpo a certe opere. Ma negli ultimi tempi aleggia, in me, una sensazione disorientante relativa alle intelligenze artificiali. Diventa sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è e questo è preoccupante, senza contare l’enorme impiego di energia per alimentarle.

Foto mostra Dentroterra
La tutela delle biodiversità è un altro tema centrale all’interno della tua ricerca. Oltre che da artista, in quali altri modi porti avanti questa attenzione nel tuo quotidiano?

Il mio quotidiano è fatto di piccole cose. Cerco di limitare i consumi e sono attenta a quel poco che compro e che mangio (sono stata vegetariana per quasi venti anni, ed ora ne sono sette che non mangio più derivati animali), mi muovo perlopiù in bicicletta e osservo, proteggo e amo tutto ciò che è biodiversità. Mi batto per la causa animale e tento di sensibilizzare con gentilezza, affinché qualcosa cambi nel nostro modo di pensare. Credo sia necessario ribaltare il punto di vista antropocentrico per dare spazio ad una visione più ampia, che tenti di passare anche e soprattutto attraverso altri occhi.  

Che responsabilità hanno – o dovrebbero avere – gli artisti a riguardo?

Credo che la questione ambientale, nonché quella animale, siano urgenze strettamente collegate che dovrebbero accomunarci tutti: prenderne coscienza ed attivarsi in ogni modo possibile, aldilà dell’arte, è nell’interesse di ognuno di noi, nessuno escluso.

Guardando alla condizione attuale (da un punto di vista sociale, politico, e ambientale), credi che l’arte sia davvero in grado di apportare cambiamenti utili e radicali?

L’arte funziona quando innesca ragionamenti. Altrimenti serve soltanto come valvola di sfogo per chi la fa. Non so se oggi abbia la forza di portare cambiamento, ma in alcuni casi riesce a tracciare nuove strade. Per quanto mi riguarda, soprattutto guardando all’esperienza di quest’ultima mostra, anche essere riuscita a far riflettere una sola persona, o meglio ancora, un bambino, mi pare un piccolo miracolo.

Insieme all’intrinseca carica poetica, ciò che più apprezzo del tuo modus operandi è la capacità di realizzare progetti capaci di suscitare un tipo di curiosità propedeutico alla diffusione di empatia. Quanto è importante educare all’empatia e all’antispecismo?

Dare il mio contributo ai temi di cui parli è diventata una missione, perché una volta che vieni a conoscenza e ti rapporti con certe cose (cose che di solito vengono ignorate perché troppo scomode), non si torna più indietro e ti batti affinché ingiustizie e soprusi non trovino più terreno fertile. Tentare di educare all’empatia è il primo passo verso una realtà migliore, ed è ciò che ognuno di noi dovrebbe fare dimostrando finalmente che in questa strana specie di sapiens (che tanto sapiente non è perché ancora uccide e fa la guerra), risiedono un cuore e un’intelligenza. Sull’antispecismo credo ci sia ancora tanta strada da fare perché iniziare a comprendere che l’essere umano non ha diritto alcuno di sentirsi superiore agli altri viventi è cosa difficile da scardinare. Ma prima o poi ci riusciremo!   

Che timori, e quali speranze, nutri verso il futuro?

Sai, io soffro di eco-ansia, un disagio generato dai cambiamenti che stiamo vivendo. C’è chi li avverte di più e chi meno, ma non sono un’invenzione e la scienza lo conferma. Come dicevo, non vedo un futuro molto roseo se non rivoluzioniamo il nostro modo di pensare e di agire prima che sia troppo tardi. Ma non posso smettere di avere la speranza negli occhi. Ecco perché ho bisogno di raccontare e di ricordare la meraviglia che possiede ancora questo pianeta.

Stai lavorando a qualcos’altro in questo periodo? Altri progetti in cantiere?

Sì, sto ragionando su progetti che prevedono nuove modalità di immedesimazione e spostamento del punto di vista tra l’umano e gli altri animali. Inoltre, uno dei grossi progetti futuri è di dar vita ad uno spazio che metta in relazione arte ed ecologia, in collaborazione con bellissime persone che, come me, hanno a cuore il presente e il futuro della vita sulla Terra.

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Valerio Veneruso
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