Fare acqua da tutte le parti (e trovare senso nelle crepe)

Alla Galleria Michela Rizzo di Venezia, la mostra curata da Alberto Villa Fare acqua da tutte le parti scava nelle crepe e nelle fragilità, trasformando l’acqua in metafora di sogni, crisi ecologiche e rinascite possibili.

Ho visto più mostre di quante riesca a ricordare. Tremila, forse. Un numero che mi sfugge, che si gonfia e si sgonfia come un salvagente bucato. Mostra più, mostra meno, non importa. Quello che importa è che dentro questo mare di vernissage, cataloghi e bicchieri di vino tiepido, quelle che mi hanno toccato davvero non erano le mostre dei musei istituzionali. Non erano quelle col biglietto da venti euro, la fila all’ingresso e il logo di una banca stampato ovunque.

No. Quelle mostre non mi hanno mai fatto tremare. Le mostre che ricordo, quelle che mi hanno lasciato addosso una scossa elettrica, erano piccole, fragili, quasi improvvisate. Giovani curatori che puntavano su giovani artisti. Un azzardo, una scommessa. Niente budget, niente luci perfette. Solo la voglia di dire: eccoci, guardateci, stiamo provando.

Enzo e Barbara, "Depuratore 2", 2025. Installation view, Galleria Michela Rizzo, Venezia, 2025. Photo Elisa Panisson. Courtesy Galleria Michela Rizzo

I VIDEO DI FRANCESCO COCCOLO E LE INSTALLAZIONI DI ENZO E BARBARA

E così ieri, tornando dalla Galleria Michela Rizzo, mi sono trovato con la stessa sensazione addosso. La mostra si chiama Fare acqua da tutte le parti. Già il titolo è una confessione, un avvertimento: non vi daremo la solidità del marmo, ma la fluidità dell’acqua che scappa tra le mani. Curata da Alberto Villa, e devo dirlo, con precisione chirurgica, senza sbavature.
Da un lato c’è Francesco Coccolo, nato a Udine nel 2001, che con i suoi video Mimoidi guarda la laguna di Venezia e ci trova dentro specchi, riflessi, sogni, glitch digitali. Guardi le sue opere e ti perdi, come quando fissi l’acqua troppo a lungo e improvvisamente non sai più se sei tu a guardare lei o lei a guardare te. Nessuna post-produzione spettacolare, nessun filtro, nessun artificio. Solo acqua e luce, immediatezza assoluta. Dall’altro lato ci sono Enzo e Barbara, cioè Greta Fabrizio e Riccardo Lodi, che invece guardano l’acqua come un campo minato. Non specchio ma veleno, non poesia ma cronaca. Il loro lavoro parte dal disastro del Veneto avvelenato dai PFAS, gli “inquinanti eterni” che hanno corrotto le falde acquifere. E da lì immaginano soluzioni possibili, organismi che potrebbero depurare, ripulire, ridare vita. Insieme a Marco Selmin hanno creato i Depuratori, prototipi, visioni speculative, tra scienza e arte.

Francesco Coccolo, Diari, 2025. Installation view, Galleria Michela Rizzo, Venezia, 2025. Photo Elisa Panisson. Courtesy Galleria Michela Rizzo

E mentre ti muovi tra i video di Coccolo e le installazioni di Enzo e Barbara, capisci che in realtà stanno parlando della stessa cosa. L’acqua come specchio interiore, come bene comune, come dramma personale e collettivo. L’acqua che ti entra nei sogni e l’acqua che ti avvelena. L’acqua che si insinua in tutto, che connette tutto, che rivela le crepe. Fare acqua da tutte le parti vuol dire proprio questo: ammettere le perdite, le fragilità, i fallimenti. Riconoscere che l’identità non è solida ma fluida, che il comportamento ecologico non è perfetto ma tentativo, inciampo, caduta. E accettare che da quelle crepe, da quelle infiltrazioni, nasce la possibilità di un nuovo inizio.

IL SISTEMA DELL’ARTE E LA DIFFICOLTÀ AD EMERGERE

Eppure, tornando a casa, mi è tornata la domanda che mi porto dietro da anni: perché in Italia i giovani artisti fanno così fatica a emergere? Le risposte sono sempre le stesse, ma ogni volta fanno male. Il sistema è pavido, non rischia. I musei preferiscono il blockbuster senz’anima che porta pubblico facile. I curatori, troppi, non distinguono “moderno” da “contemporaneo” ma sanno piazzarsi nelle foto giuste. E poi ci sono gli stessi artisti, che spesso scelgono di copiare invece di rischiare, di lamentarsi invece di costruire.
Negli ultimi anni avrò visto tre, massimo quattro giovani con una voce autentica, senza stampelle, senza imitazioni. Gli altri erano cloni, copie carbone. E allora capisci che non basta accusare il sistema. Gli artisti devono smettere di piangersi addosso, devono imparare a valorizzarsi, a sbattere i pugni sul tavolo, a prendersi lo spazio che nessuno regalerà loro.
Ecco perché mostre come questa sono vitali. Perché non cercano la perfezione ma la verità. Non lucido vetro, ma acqua che scappa. Ti ricordano che l’arte non serve a rassicurare, ma a mostrare le incrinature.

Sì, questa mostra fa acqua da tutte le parti. Ed è proprio per questo che funziona.

Perché è nell’acqua che si annega, ma è nell’acqua che si rinasce.

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Francesco Liggieri
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