Intervista a Massimo Sirelli

Tra asfalto, gallerie e incursioni nel mondo dei brand, Massimo Sirelli porta avanti una ricerca artistica che intreccia linguaggio pop, capacità di dialogo con il pubblico e con le realtà di altri settori.

Pochi giorni fa stavo leggendo un articolo che osservava come il problema dell’arte italiana fosse la difficoltà di riconoscerne l’aspetto professionale, poiché è spesso considerata un hobby alla portata di tutti. Questo rende difficile riconoscere anche la professionalità di chi lavora in questo settore. Ho pensato di darmi un nuovo obiettivo: invitare i professionisti di questo settore a raccontare le proprie esperienze e il loro punto di vista.

Come primo ospite ho deciso di partire con Massimo Sirelli. Inizio da lui perché, oltre a essere un artista che stimo per i progetti che porta avanti, Sirelli incarna lo spirito che credo un artista oggi debba avere: la capacità di aprire il mondo dell’arte al dialogo e alla collaborazione con altri settori, portando la propria ricerca fuori dagli spazi tradizionali, pur mantenendo il coraggio di sperimentare nel contesto pubblico.

Nato a Catanzaro nel 1981, Massimo Sirelli si avvicina alle arti visive durante l’adolescenza, affascinato dalla graffiti art. Da allora il suo immaginario ha costruito un linguaggio personale, in cui strumenti e supporti si scambiano di ruolo e si contaminano, generando opere che hanno trovato spazio in importanti pubblicazioni internazionali di grafica e design.

Docente allo IED di Torino e professionista della comunicazione crossmediale, si muove tra arte, pubblicità e collaborazioni con brand e istituzioni di grande rilievo – da American Express a Fondazione Prada, da Lavazza a Montblanc, fino al Giro d’Italia. Oggi è riconosciuto come uno degli artisti più interessanti della scena pop e urban italiana.

Vive e lavora tra Torino e Catanzaro, mantenendo sempre aperto quel confine fertile tra ricerca artistica e mondo reale.

Massimo Sirelli, Sedia artigianale di Serrastretta, 2025
Partiamo dall’inizio. Tu nasci come artista del mondo della street art. Da quella fase come siamo arrivati al Massimo Sirelli che conosciamo oggi?
Sono nato per strada, artisticamente parlando. La strada ti insegna due cose fondamentali: il coraggio e l’immediatezza. Non hai tempo per troppi ragionamenti, non hai cornici, non hai permessi, ma hai un muro e la notte che avanza. Da lì ho imparato la libertà e l’urgenza di dire. Poi, con il tempo, quell’energia si è spostata su altri supporti, su altri linguaggi, ma non è mai sparita. Dentro i miei “robot”, nelle installazioni, anche in un’opera in galleria, c’è sempre “un pò di asfalto”.
Come artista, in questo momento storico, qual è il segreto per mantenere un equilibrio tra la tua identità artistica e le esigenze del mercato?
Il segreto? Forse è non avere segreti. Io cerco di essere fedele a me stesso. Certo, il mercato a volte ti seduce con la sua voce melliflua, ma se lo ascolti troppo rischi di diventare l’eco di qualcun altro. L’equilibrio lo trovo ricordandomi perché ho iniziato: per bisogno, non per mestiere. Poi sì, ci sono compromessi, ma li vivo più come sfide creative. E quando acquisisci un mio lavoro… beh, è come se stessi adottando un pezzo della mia vita.
Molti dei tuoi lavori vivono nello spazio pubblico o in contesti non convenzionali. Cosa cambia per te creare un’opera destinata a un museo o a un contesto interno rispetto a quelle che realizzi in ambito urbano?
Lo spazio cambia tutto, ma allo stesso tempo non cambia niente. In strada interagisci con il vento, con il sole che scolorisce, con la pioggia e con il tempo, ma anche con la gente che ti osserva distratta o che magari cancella il tuo lavoro il giorno dopo. In un museo, invece, il tempo rallenta: l’opera resta lì, protetta, e può sussurrare più a lungo. La differenza sta nell’intenzione: fuori cerco il dialogo con la città, dentro cerco la riflessione con lo spettatore. Ma sempre, ovunque, c’è l’idea di lasciare una traccia capace di creare un dialogo tra me e l’altro. Tutto il mio progetto creativo nasce dal desiderio di far entrare il mondo nella mia vita.
Stimo molto il tuo lavoro perché hai da sempre compreso che il mondo degli artisti doveva legarsi a quello dei brand e delle realtà di altri settori. Ci racconti qualche collaborazione che ha segnato la tua carriera?
Grazie. Io ho sempre pensato che l’arte non dovesse essere un pianeta isolato, ma un satellite che si diverte a fare orbite intorno a mondi diversi. Collaborare con i brand significa portare poesia dove non te l’aspetti: in una lattina, in una macchina, in una pubblicità. Una delle esperienze più belle? Forse la prima volta che un’azienda importante mi disse: “Fai quello che vuoi Tu, ci piace la tua poetica!”. Lì ho capito che il confine tra arte e comunicazione può essere fertile, non sterile.
Massimo Sirelli, Dioniso è qui, 2025
Dioniso è qui è la tua nuova mostra a Locri, in Calabria. È un progetto molto attuale che sta riscuotendo molto successo. Ci racconti qualcosa in più, dalla sua nascita al progetto finale?
Dioniso è qui nasce da una visione: volevo trattare il tema come se questo Dio vivesse tra noi. Il Dio dell’ebbrezza, del caos e di tanto altro che incontra le verità più segrete degli esseri umani. Mi sono divertito tantissimo e, con ironia e sacralità, ho cercato di unire il mito al mio linguaggio pop. Alla fine il progetto è diventato una festa che fa riflettere e sorridere: un carnevale sospeso tra il sacro e il pop.
Progetti futuri? Cosa ci dobbiamo aspettare prossimamente?
Non lo so mai davvero, e questo è il bello. Io progetto come chi semina: metto giù idee e poi vedo cosa cresce. Sicuramente ci saranno nuove mostre, nuovi “robot” pronti a prendere vita e nuove incursioni in spazi non convenzionali. Diciamo che potete aspettarvi l’imprevisto. Dico sempre che devo prendermi una pausa e invece finisco per riempire il calendario di nuovi eventi.
Massimo Sirelli, Dioniso è qui, 2025
Domanda bonus. Quale consiglio daresti a un giovane artista oggi, a qualcuno che sta provando a sopravvivere solo lavorando con la sua arte?
Direi: resisti. Non smettere mai di fare, anche quando nessuno ti guarda. Non inseguire il like, l’approvazione facile, la viralità sterile, ma segui il tuo istinto più sincero. E ricordati che “sopravvivere” con l’arte non significa solo pagare le bollette: significa restare vivi dentro. Se fai questo, il resto – forse – arriva.
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Alessio Vigni
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