Il collettivo inaugura un nuovo spazio artistico a Roma con la mostra WYMAM – When You Move Around Me. Abbiamo parlato con loro di questo progetto che fonde ricerca artistica e neuroscienze e del loro approccio non antropocentrico e interdisciplinare.
Nato a Roma nel 2011 e fondato da Dionigi Mattia Gagliardi, Numero Cromatico è un collettivo composto oggi da circa venti collaboratori, tra artisti, designer e studiosi. Da oltre un decennio porta avanti una ricerca indipendente e interdisciplinare che intreccia arti visive, neuroscienze e poesia visiva, proponendo un’idea di intelligenza collettiva, non antropocentrica.
Tra i progetti più significativi degli ultimi anni si ricordano le sperimentazioni di poesia visiva con intelligenza artificiale, le installazioni immersive presentate in contesti pubblici e privati in Italia e all’estero — tra cui il MAXXI, la Fondazione Pescheria di Pesaro, il Museo Nazionale Romano, Videocittà — e le collaborazioni con università internazionali e brand come ETRO. Numero Cromatico è inoltre editore di Nodes, l’unica rivista italiana dedicata alla neuroestetica.
Il 18 giugno scorso, con l’apertura del nuovo spazio in Piazzale del Verano, il gruppo ha inaugurato la mostra WYMAM – When You Move Around Me, visitabile fino al 30 settembre. Due grandi installazioni che incarnano alcuni dei concetti alla base della loro ricerca, tra cui i concetti di aniconico, non antropocentrico e iniziatico, punto di partenza per una riflessione più ampia sull’esperienza estetica come processo cognitivo e percettivo complesso.
Ne abbiamo parlato con loro, che ci hanno raccontato come è nata la mostra e in che modo questo approccio stia ridefinendo il rapporto tra autore, opera e pubblico.
La mostra WYMAM – When You Move Around Me è presentata come un compendio delle vostre ricerche più recenti. Potete raccontarci come sono strutturate le due installazioni e in che modo incarnano i concetti di aniconico, non antropocentrico e iniziatico?
Le installazioni sono state ideate, come sempre nei nostri progetti, in relazione allo spazio architettonico, con lo scopo di creare un ambiente esteticamente attivante e immersivo.
Nella prima sala una “foresta” di tende bianche attraversabili su cui compaiono forme antropomorfe. Attraversando lo spazio, tra le fessure delle tende, si notano sulle pareti degli arazzi di diverse dimensioni su cui sono riportati dei testi.
Nella seconda sala, l’osservatore si trova in un ribaltamento di questi due elementi: i testi sono diventati una pittura murale e le forme le ritroviamo nelle pitture a vernice allestite sulle pareti.
Tutte le opere sono “aniconiche” perché mancano di rappresentazioni esplicite. Invece di volti o oggetti riconoscibili, le installazioni si presentano come superfici dai colori primari, forme geometriche e spazi immersivi. L’assenza di immagini figurative sposta l’attenzione dalla vista all’esperienza percettiva pura, costringendo il visitatore a concentrarsi su ciò che sente e prova, piuttosto che su ciò che vede. Le installazioni non pongono l’artista al centro, ma sono concepite come strumenti aperti, stimoli percettivi che invitano i visitatori a vivere un percorso esperienziale. Questo approccio si allontana dall’idea classica di autorialità, promuovendo invece un’idea di intelligenza distribuita in cui l’opera prende significato attraverso l’interazione e la percezione del fruitore, chiunque esso sia. Ci piace l’idea che tali opere, grazie alle loro caratteristiche formali, possano essere fruite sia da esseri umani, sia anche da altri esseri viventi diversi da noi.
Infine, le installazioni sono “iniziatiche” in quanto non sono semplici oggetti da ammirare, ma dispositivi aperti che noi offriamo ai fruitori per interrogare sé stessi, il proprio ruolo e l’interazione nello spazio e nel mondo, un processo di rimodulazione percettiva e cognitiva. Tutta la mostra è un percorso che, come nei riti antichi, sospende i riferimenti abituali, costringendo il visitatore a guardarsi dentro. L’esperienza non è passiva, ma richiede una partecipazione attiva che può portare a una nuova consapevolezza, anche se solo per un istante. “Quando ti muovi intorno a me” dice la mostra al pubblico, lasciando aperta la porta di cosa potrà accadere nell’interazione con essa.
Nel comunicato si sottolinea che le opere non offrono risposte ma invitano a un’esperienza trasformativa. Qual è la reazione che più vi interessa sollecitare nello spettatore?
Quello che ci interessa è che ogni individuo possa vivere la propria esperienza personale “trasformativa”, caratterizzata dal proprio ventaglio di reazioni, sensazioni ed emozioni.
Le memorie, la cultura, le esperienze, lo stato d’animo di ogni persona permettono una eterogeneità delle esperienze estetiche e per noi questo aspetto è importantissimo.
Proprio per questo motivo le nostre opere non suggeriscono un messaggio precostituito, come molti progetti che vediamo oggi in giro. Il nostro è un approccio differente. Questo non significa che non abbiamo una nostra visione, anzi. Cerchiamo di promuovere la pluralità e di accompagnarla, fin troppa gente oggi ha la Sindrome di Aristotele e l’arte, dal nostro punto di vista, può invece stimolare il dibattito e il senso di comunità.
L’apertura del nuovo spazio a Roma, in Piazzale del Verano, segna una tappa importante per Numero Cromatico. Come immaginate che questo luogo diventi un punto di riferimento per la comunità artistica e scientifica?
Lo spazio di Piazzale del Verano è in primis una parte del nostro studio insieme a quello di via dei Volsci poco distante. Per noi era necessario “inaugurarlo” con una mostra per raccontare la nostra predisposizione a renderlo un luogo dinamico e aperto. Ci saranno, da qui al prossimo anno, diversi appuntamenti, con lo scopo di stimolare il pubblico a noi vicino, ma anche di allargare la partecipazione ad una comunità eterogenea.
Numero Cromatico non è solo un collettivo artistico, ma un progetto che unisce arte e neuroscienze. Come si traduce concretamente questa relazione nei vostri lavori?
La traduzione di questa relazione avviene, in primo luogo, nell’utilizzo delle neuroscienze come strumento per comprendere al meglio come percepiamo la realtà, come costruiamo il mondo che ci circonda e quindi come facciamo esperienza dell’opera d’arte. Questo ci fornisce spunti rilevanti per le nostre scelte estetiche, permettendoci di riflettere sul potenziale di alcune decisioni formali capaci di coinvolgere maggiormente l’osservatore. In secondo luogo, facciamo ricerca scientifica realizzando veri e propri esperimenti durante le mostre e non solo. Questo ci aiuta a ottenere informazioni sempre più precise e a raggiungere una comprensione più profonda dei fenomeni indagati. Infine, la conoscenza delle neuroscienze ci permette di usare l’arte come un vero e proprio strumento critico. Mettiamo in discussione alcuni processi cognitivi e percettivi, invitando lo spettatore a un’esperienza in cui la sua creatività assume un ruolo centrale e attivo.
Il vostro approccio sembra mettere in discussione l’idea tradizionale di autorialità. Che ruolo hanno i diversi membri del collettivo nella costruzione delle opere e quanto conta l’intelligenza collettiva nei vostri processi creativi?
Numero Cromatico è un vero e proprio organismo e come tale è costituito da una serie di “organi” coordinati per l’attivazione dei nostri processi creativi. Processi che poi si concentrano sotto un’unica identità che non collimano con l’idea tradizionale di autore singolo, di genio isolato ed ispirato.
Riteniamo che Numero Cromatico sia un tipo di intelligenza collettiva vera e propria, e che stia proponendo al mondo metodi e modelli ripetibili e applicabili d’ora in poi nel mondo dell’arte e non solo.
Avete sempre rivendicato l’indipendenza come valore fondativo. Quali sono le principali sfide e opportunità di portare avanti una realtà artistica che si muove fuori dai circuiti tradizionali?
La parola “indipendenza” negli ultimi anni è stata molto inflazionata e spesso utilizzata nei campi più disparati dell’arte, a volte anche senza dare una definizione o inserirla in un dominio specifico.
Per collegarci alla domanda è necessario precisare che la nostra è un’indipendenza culturale, di pensiero ed estetica. Cosa significa? Vuol dire che dal 2011 ad oggi abbiamo continuamente cercato, consapevolmente, di non piegarci ai trend, ai monopoli, alle simpatie, alle antipatie e così via. Abbiamo mantenuto una coerenza e un rigore estetico che si evince in tutto il nostro operato, a volte anche risultando antipatici. Ma non si può piacere a tutti. Forse l’indipendenza oggi è anche accogliere questa consapevolezza. Tuttavia, crediamo che essere indipendenti non significhi essere fuori dai “circuiti tradizionali”, come gallerie, musei, fiere, collaborazioni con brand, quindi “il mercato”. È banale e troppo semplice parlare di indipendenza come esclusione dal circuito e dai linguaggi della contemporaneità.
Abbiamo collaborato e collaboriamo con diverse realtà sia nazionali che internazionali, proprio perché la coerenza del nostro lavoro ci permette di scegliere e di relazionarci con queste organizzazioni senza smarrire o indebolire l’importanza che ha per noi l’arte. I nostri principi estetici agiscono all’interno di un sistema, cercando di portare una nuova visione e nuovi paradigmi, ma tutto ciò che facciamo è per difendere non l’arte di Numero Cromatico ma i valori e l’importanza dell’arte nella contemporaneità, con integrità e senza inseguire mode momentanee.
Per noi un sistema di valori ha bisogno di essere messo in crisi creando alternative dall’interno, e non con pratiche di eremitaggio o di snobismo culturale.
Guardando al futuro, quali obiettivi vi ponete come collettivo, sia sul piano della ricerca che su quello della diffusione culturale?
Sentiamo la responsabilità di agire come soggetto collettivo consapevole, capace di generare spazi di riflessione, confronto e trasformazione. Dal punto di vista della ricerca, vogliamo continuare a esplorare linguaggi, pratiche e narrazioni che mettano in discussione le gerarchie dominanti e i modelli culturali escludenti. Questo significa lavorare in modo interdisciplinare, aprirci a collaborazioni inattese e sperimentare nuove forme di produzione artistica. Per quanto riguarda la diffusione culturale, ci proponiamo di costruire una rete sempre più ricca e transdisciplinare. Vogliamo avvicinare pubblici diversi, creando occasioni in cui arte, pensiero critico e impegno sociale possano incontrarsi e contaminarsi. In un contesto segnato da polarizzazioni e chiusure, ribadiamo il valore del dialogo, della cura e della responsabilità condivisa. Il nostro orizzonte resta quello di una cultura viva, plurale e trasformativa.
Secondo il critico d’arte Boris Groys, l’IA agisce come specchio e amplificatore del presente culturale, togliendo centralità all’autore individuale e portando l’arte verso una dimensione più sistemica e collettiva, ma impersonale. Voi che da tempo lavorate su un’idea di intelligenza distribuita e non antropocentrica, come vi ponete rispetto a questa riflessione? Pensate che l’IA possa diventare un alleato nei vostri processi o un elemento di rottura?
L’affermazione di Groys è in parte condivisibile e in parte no. In un contesto in cui l’arte e l’artista vengono mortificati e sminuiti nel loro ruolo di orientamento delle società, è chiaro che le “gesta generative” di un’IA possano mettere in crisi l’idea dell’artista geniale, dell’individuo ispirato e isolato, quindi di “un’arte personale”. Perché? Perché vige ancora l’idea che l’artista abbia capacità tecniche che altri non hanno, che sia un genio, eclettico e fuori dagli schemi. Questa idea mal si relaziona con la velocità con cui un’IA generativa crea testi, o immagini fantasiose, senza una biografia sofferente o senza spremere le meningi della “creatività”. Il problema dell’euristica dello sforzo: non hai faticato per realizzare questo oggetto e allora mi piace meno rispetto ad uno che necessita di uno sforzo umano percepibile.
Dal nostro punto di vista bisogna recuperare il ruolo centrale dell’arte e dell’artista come visionario, quindi non un mero esecutore di questioni formali e tecniche, ma un esploratore verso direzioni inimmaginabili per l’umanità. In questo scenario, come abbiamo spesso affermato, l’IA, può essere uno strumento utile per l’artista, alla stregua di altri strumenti esistenti, se a monte esiste una teoria estetica, una poetica, un pensiero forte di riferimento. Quando l’IA potrà inventare – senza velleità anacronistiche – nuove teorie estetiche, nuovi paradigmi culturali che passeranno al vaglio della storia, allora parleremo di tutt’altro. Al momento questo non può ancora accadere.
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