Chen Xi e il coniglio in fuga

La pittura di Chen Xi racconta la condizione dell’artista donna nella Cina contemporanea. Al MUSEC di Lugano la sua prima retrospettiva europea svela la poesia inquieta di una voce radicale e inafferrabile.

Quando Chen Xi dipinge un coniglio in fuga non sta semplicemente rappresentando un animale. Sta tracciando un autoritratto esistenziale, un manifesto di resistenza silenziosa, una dichiarazione poetica sulla condizione dell’artista donna nella Cina contemporanea. E in questo gesto apparentemente semplice si condensa tutta la complessità di una delle voci più autentiche e radicali dell’arte cinese post-1978.

A Rabbit’s Tale, al MUSEC – Museo delle Culture di Lugano fino al 25 gennaio 2026, è la prima grande mostra personale di Chen Xi in Europa. Con oltre sessanta opere che attraversano l’intera carriera dell’artista, l’esposizione offre un’occasione unica per comprendere la sua traiettoria e la sua evoluzione stilistica: dagli espressionismi carichi degli anni Ottanta-Novanta, al realismo fotografico glaciale degli anni Duemila, fino alle opere recenti dominate dalla figura del coniglio. 

Chen Xi in her studio in Beijing

I CONIGLI DI CHEN XI IN MOSTRA A LUGANO

Nata nel 1968 nello Xinjiang, Chen Xi appartiene a quella generazione di artisti cresciuti all’ombra della Rivoluzione Culturale e formati nel clima delle riforme di Deng Xiaoping. Ma a differenza di molti suoi colleghi maschi, che hanno cavalcato l’onda del cinismo politico o dell’estetismo concettuale, Chen Xi ha scelto una strada diversa: quella dell’intimità critica, dello sguardo femminile che penetra la superficie della vita quotidiana per rivelare le crepe del presente.

La sua carriera è stata un atto continuo di sovversione: non tanto verso il sistema politico (troppo ovvio, troppo scontato), quanto verso se stessa. Come sottolinea il critico Zhou Xujun, Chen Xi ha praticato una “decostruzione attiva” del proprio linguaggio pittorico, rifiutandosi di cristallizzarsi in uno stile riconoscibile e commerciabile. Dagli espressionismi carichi di pathos degli anni Ottanta e Novanta – pennellate violente, colori esagerati, una catarsi quasi fisica sulla tela – è passata al realismo fotografico glaciale degli anni Duemila, per poi abbracciare la pittura concettuale e documentaria del ciclo Chinese Memories (2006-2011), dove immagini televisive diventavano il tessuto visivo della memoria collettiva.

L’ARTE DI CHEN XI E LA POESIA DELLA VITA COMUNE

Chen Xi dipinge la vita comune – il lavoro, la famiglia, i gesti ripetitivi del quotidiano – ma con una forza formale che trasforma questi soggetti in campi di battaglia esistenziali.

È proprio in questa tensione che si manifesta la sua prospettiva femminile sulla Cina contemporanea. Non sceglie i grandi temi della storia o della politica (territorio tradizionalmente maschile), ma la sfera privata, lo spazio domestico, le pressioni silenziose che plasmano le vite delle donne cinesi. Il suo è uno sguardo lucido e critico che non denuncia esplicitamente, ma mostra. E nel mostrare, smonta l’ideologia del progresso senza sacrifici, della modernizzazione senza costi umani.

IL SIGNIFICATO SIMBOLICO DEL CONIGLIO SECONDO CHEN XI

Dal 2013, questo sguardo ha trovato la sua incarnazione perfetta nel coniglio. Figura ricorrente ossessivamente nelle sue opere recenti, il coniglio è diventato per Chen Xi ciò che il cappello da feltro era per Joseph Beuys o le Brillo box per Andy Warhol: un simbolo personale che diventa universale. Ma mentre Beuys spiegava i quadri a una lepre morta (celebre performance che Chen Xi esplicitamente cita), Chen Xi si identifica con il coniglio vivo, inquieto, perennemente in fuga.

Chen Xi, First Encounter, 2021, Copperplate print

L’ispirazione viene da John Updike, dai suoi romanzi Rabbit che seguono le inquietudini di un uomo comune americano intrappolato tra aspirazioni e mediocrità. Ma Chen Xi ribalta la prospettiva: il suo coniglio non è maschile, non è occidentale, non è passivo. È una presenza enigmatica, fragile ma ostinata, piena di domande sull’esistenza, la sofferenza, la gioia e il ciclo perpetuo tra tragedia e commedia. È, come scrive lei stessa, un “ritratto poetico dell’artista che viaggia attraverso la storia e il tempo senza mai trovare risposte definitive”.

UNA PITTURA CHE TRASMETTE “L’ESPERIENZA FEMMINILE DELLA CREATIVITÀ”

C’è chi legge questa ricorrenza non come fuga regressiva ma come proiezione verso il futuro, rifiuto della ripetizione, movimento perpetuo. È una lettura che coincide profondamente con l’esperienza femminile della creatività: non la stabilità del genio nel suo studio, ma la necessità costante di negoziare spazi, di sfuggire alle definizioni, di rimanere in movimento per non essere catturate.

Tecnicamente, Chen Xi ha raggiunto una maestria straordinaria nel suo linguaggio simbolico attuale. Le sue opere recenti giustappongono elementi apparentemente inconciliabili – il coniglio fluttua in spazi indefiniti, circondato da frammenti di memoria, oggetti quotidiani trasfigurati, riferimenti culturali stratificati. Ha anche espanso la sua pratica alla scultura e all’installazione, sempre mantenendo quella qualità sfuggente, quell’impossibilità di fermare il significato in una sola interpretazione.

Chen Xi, China Memories -Better to Have Just One, 2010Oil on canvas

L’EQUILIBRIO TRA LA TRADIZIONE E LO SGUARDO GLOBALE

Ciò che rende Chen Xi particolarmente rilevante oggi è la sua capacità di parlare simultaneamente di Cina e di mondo, di storia personale e di condizione globale. In un’epoca in cui l’arte contemporanea cinese rischia spesso di ridursi a esotismo per il mercato occidentale o a propaganda soft per il regime, lei mantiene una posizione di autentica complessità. Non dà risposte semplici, non offre l’Oriente come spettacolo. Invece, propone una visione dell’arte come ricerca perpetua, come questione sempre aperta.

La sua presenza alla Biennale di Venezia del 2013 e alla Biennale di Chengdu del 2021 (accanto a nomi come Anish Kapoor e Olafur Eliasson) ne hanno confermato lo status internazionale. Ma Chen Xi rimane, fondamentalmente, un’artista che lavora nei margini, che resiste alla celebrità facile, che continua a insegnare, a sperimentare, a mettere in discussione le proprie certezze.

Questa progressione non è lineare né tranquillizzante: ogni fase mostra una rottura, un rifiuto di consolidare conquiste formali, una volontà quasi violenta di rimettere tutto in discussione. Vedere queste opere insieme significa assistere a una lotta continua tra l’artista e il proprio linguaggio, tra la necessità di esprimere e il sospetto verso ogni forma di espressione cristallizzata.

Chen Xi, Lost, 2021, Wood sculptures

LE SCULTURE IN MOSTRA A LUGANO

La mostra include anche opere scultoree e installazioni, testimonianza dell’espansione recente della sua pratica oltre i confini della pittura. Il coniglio, qui, non è solo immagine dipinta ma presenza tridimensionale, oggetto che occupa lo spazio reale, che sfugge ancora più letteralmente allo sguardo dello spettatore. È significativo che questa retrospettiva arrivi proprio ora, in un momento in cui il dibattito sull’arte contemporanea cinese rischia di appiattirsi su letture geopolitiche semplificate. Chen Xi ci ricorda che l’arte è prima di tutto una questione individuale, esistenziale, che attraversa le culture senza dissolversi in generalizzazioni. Lugano diventa così non solo la cornice per una mostra, ma il luogo di un incontro necessario con un’opera che continua a interrogare, a sfuggire, a cercare.

LINK
Lucia Antista
Torna in alto