Abbiamo intervistato Federico Poni, artista e programmatore del collettivo Habitat, per scoprire Habitat, un progetto che unisce arte e tecnologia in un laboratorio di idee e pratiche volte a immaginare forme di vita alternative, sostenibili e condivise.
Federico Poni, artista e programmatore, è membro del collettivo Habitat, un progetto sperimentale e multidisciplinare che non si limita a esplorare le pratiche artistiche o curatoriali, ma si propone di costruire un vero e proprio ecosistema alternativo. Habitat nasce come spazio di ricerca condivisa, dove arte, tecnologia e pensiero critico si intrecciano per immaginare nuovi modi di abitare il presente. Il collettivo lavora su esperienze immersive, installazioni interattive e piattaforme digitali che indagano il rapporto tra corpo, ambiente e rete, mettendo in discussione le logiche della produzione culturale tradizionale. In questo senso, il progetto non è soltanto un laboratorio creativo, ma anche un esperimento sociale che cerca di rendere concreto un mondo parallelo di vita possibile, fondato sulla collaborazione, la sostenibilità e la ridefinizione dei confini tra umano e artificiale.
Che cos’è Habitat, come nasce, per quali finalità e cosa propone?
Habitat nasce nel 2021 come residenza ultraterritoriale e laboratorio collettivo, esperimento che doveva inizialmente durare un mese, un primo tempo per vivere e così approfondire le aree più interne della Romagna toscana. Questo primo slancio permise di riaprire le porte del borghetto “Cà de Monti” sopra Tredozio, tra gli Appennini della Romagna e della Toscana invitando artiste e artisti, progettisti, realtà artigianali locali e altri collettivi informali per creare, in modo spontaneo e conviviale, situazioni e opere localmente contestualizzate.
Un modo di abitare questi luoghi remoti, immersi nel profondo degli Appennini e delle foreste della Romagna, comprimibile nel termine citato in precedenza, ultraterritoriale, aggettivo che indica una doppia tensione: “super” e “oltre al” locale; una tensione che si concentra (tutt’ora) nel microcosmo che si era formato a Cà de Monti, una tensione che tendeva verso l’esterno ascoltando le varie specificità territoriali adiacenti.
Dopo il primo mese di residenza, che doveva concludersi il 22 agosto 2021, venne esternata la volontà, un po’ scherzosa, molto seria, di voler rimanere lì. Ed eccoci ancora ad abitare Cà de Monti e a parlare di Habitat – un progetto, un collettivo, una macedonia di cose che varia e fermenta costantemente nel tempo.
È veramente difficile incapsulare in una definizione cosa combiniamo. Possiamo immaginare una lista non gerarchica: laboratori dentro e fuori casa, autocostruzione, camminate al gusto di sacro, progettazione di mobili, cucito, convivialità, rivelazione ai sali d’argento, rumore di seghe elettriche, orto, muretti a secco, creazione di cosmi, panificazione, ospitalità, rumore di decespugliatori, grafica per situazionismi tra di noi, grafica per tante altre cose, djing, yoga, combattimento, assemblee stampa, tante stampe, gingilli elettronici, flussi di codice, feste, montagne di cibo e ora ci fermiamo qua se no sforiamo i caratteri.
In questo momento il collettivo è formato da Chiara Prodi, Marco Pellegrino, Federico Poni, Enrico Tarò, Giuseppe Caracappa, Michele Ronchini, Jacopo Lega: quest’ordine di nomi è generato random dal nostro sito internet. A casa abitano con noi anche altri bipedi e quadrupedi.
“Siamo degli scappati di casa, tutti in un’altra casa”.
La vostra ricerca abbraccia “pratiche sostenibili di vita e di publishing”: cosa intendete con la prima?
La sostenibilità la intendiamo in vari modi: sostenibilità sociale (nel rapporto, per esempio, con comunità locali e ospiti), sostenibilità personale intesa come ricerca dell’equilibrio tra vita collettiva e individuale, sostenibilità come l’abbracciare il più possibile i limiti per tutte le discipline sopraelencate e applicate nel nostro contesto, sostenibilità come autosostentamento e, di conseguenza, sostenibilità ambientale.
Un’altra sostenibilità, decisamente meno tangibile, è quella dell’infrastruttura digitale. Il nostro approccio tende alla leggerezza computazionale.
Intendiamo il marasma sovra elencato come semplicemente vita.
Abbracciare una condizione rurale che mescola pratiche artistiche, approcci curatoriali e scelta di vita probabilmente non è solo una casualità dei vostri percorsi, ma una scelta cosciente che ha un risvolto direi quasi filosofico in termini esistenziali, mentre il mondo corre seguendo l’astrazione totalizzante del capitalismo high-tech. In quanto artista/programmatore, forse ti trovi a vivere tra due mondi simultaneamente (ad esempio, due temporalità completamente opposte: la velocità algoritmica dei codici e l’esatto orologio cronobiologico della natura attorno). Vivendo questa condizione, quali riflessioni emergono?
In questi quattro anni di esperienza Habitattiana abbiamo condiviso molte riflessioni sull’argomento, sin dal primo momento.
Io, Federico, vivevo ancora a Rotterdam nel 2021; Jacopo ed io stavamo ancora studiando presso il Piet Zwart Institute, e tornai a Cà de Monti solo dopo Natale. Non tornai solo, tornai con un computer di una quindicina di anni fa donatoci dal master.
Quel computer diventò il nostro server, un computer collegato alla nostra rete che vive in salotto. La volontà di avere una realtà digitale self-hosted in un’area di poca connettività è una scelta di cura verso l’ecosistema, verso il network per eccellenza, che è internet.
Abbiamo la possibilità di spegnere il server se lo vogliamo; abbiamo il dovere morale di non scusarci se i nostri siti, se consultati lontano dall’Italia, son lenti; abbiamo la possibilità di prendere il disco di memoria e lanciarlo fuori dalla finestra; demistifichiamo l’infrastruttura.
Spendemmo qualche serata a fare l’installation party: installammo un sistema operativo Linux; installammo poi il web-server, entrammo nelle impostazioni del router e attivammo il port-forwarding; sul nostro provider di dominio scrivemmo il nostro IP. Eravamo online da casa! Se si digita http://habitattt.it si crea di fatto una connessione che ti connette a Cà de Monti.
Questa piccolezza rende tangibile uno dei livelli della complessità che viviamo quotidianamente.
Nel server abbiamo installato diverse risorse opensource come il wiki (lo stesso software di wikipedia), un etherpad (un elaboratore di testo collaborativo), nextcloud (un’alternativa al cloud) e tanti esperimenti di codice, come “Mastermind”, un sistema di publishing creato durante la residenza Megastudio o il blog di Pongie.
E al di fuori del server?
Internet non arriva via cavo da noi, ma con una tecnologia Wi-Max – insomma un potente wifi che ci sputa internet via onde dall’altro monte. Quindi la nostra ontologia digitale si basa in primis su delle onde radio. Questo regno dell’invisibile è davvero affascinante.
Una scarica di diffrazione partì da questa (in)osservazione. Vorrei menzionare i Key Points di G. Simondon, che sono punti geografici – come la cima di una collina o un albero al centro di una foresta – che regolano quella che lui chiama una reticolazione di forze spirituali. Immaginiamoli elementi di un momento storico che lui chiama unità magica primitiva, una modalità di esistenza in cui gli artefatti non sono ancora presenti*.
Questi elementi che viviamo quasi quotidianamente nell’area che abitiamo hanno questo connotato di hotspotcomunitario, o Key Point. Vicinissimo a noi c’è una piana, la Piana del Cavallo, dove sono presenti un’antenna di telecomunicazioni e una roccia argillosa: quest’ultima è stata battezzata Montagna Sacra. Questi due punti sono due hotspot differenti, ma comunque hotspot. Una, l’ecomostro di ferro, trasmette onde modulate di frequenza che mandano dati in giro; l’altra, la roccia con il connotato metafisico, emana qualcosa di ineffabile: incalcolabili le serate passate a ridere, piangere, suonare, stare in silenzio, guardare le stelle, sentirsi vicino a quella sfera che possiamo definire sacra.
“La linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo spirito”, cantava il Maestro Battiato. In questi anni, la mia ricerca è incastrata sulla diagonale tra l’asse X e l’asse Y, irrazionale, come la radice quadrata per calcolarla nella geometria.
La computazione è quindi una disciplina che può descrivere molto più di un calcolo di una macchina o di uno sterile uso dei dispositivi contemporanei.
Il nostro approccio è basato su un framework di sviluppo digitale sostenibile, non deterministico, mescolando l’aura suggerita dal rurale con la funzionalità low-tech di strumenti che usiamo quotidianamente.**
Ci sono ispirazioni da vari mondi, a supporto di queste teorie e discipline: un testo fondamentale è Tecnica e Magia di F. Campagna, poi la wiki del Permacomputing***, che invito a scoprire, e infine un testo di qualche decennio fa, l’Arte della Memoria di F. Yates.
Se i dispositivi sono strumenti di supporto di memoria, come possiamo intendere la memoria geografica e ancestrale? Come possiamo avere una memoria digitale sostenibile che non vada a cadere nelle dinamiche di annichilimento dell’obsolescenza? Queste sono domande gigantesche che per ora non hanno risposta, ma possibilmente avranno un moto perpetuo di ricerca.
*Le risposte al singolare sono di Federico Poni, quelle al plurale sono del collettivo Habitat
** Barthélém, J.-H. (2012). Fifty Key Terms in the Works of Gilbert Simondon. https://monoskop.org/images/f/f6/Barthelemy_Jean-Hugues_2012_Glossary_Fifty_Key_Terms_in_the_Works_of_Gilbert_Simondon.pdf
*** Poni, F. (2022). Towards a Cosmology for Rural Computing https://project.xpub.nl/RuralComputing/pdf/thesis.pdf
LINK
- No Other Choice di Park Chan-wook – Parte II - Febbraio 13, 2026
- No Other Choice di Park Chan-wook – Parte I - Gennaio 30, 2026
- Bugonia: la teoria del complotto è restare umani - Dicembre 19, 2025




