La provincia che ribalta il tavolo

Sono un boomer. Lo dico con una certa felicità, perché mentre ero un giovane che cercava di emergere nel fantastico e luccicante mondo delle arti visive, nel periodo in cui studiavo sono successe parecchie cose. Essere oggi un boomer mi permette di raccontarle a quelli come me, ma soprattutto a chi allora non c’era ancora o, se c’era, indossava ancora il pannolino.
Cosa è accaduto nei primi dieci, quindici anni del nuovo millennio? Molto, davvero molto.
E così, scrivo per art-frame quella che potrebbe essere una rubrica dal titolo: La provincia veneta. Sì, avete letto bene. Perché mentre nel resto del Paese, nei primi anni Duemila, le cose scorrevano tutto sommato normali, nel “motore d’Italia” prendevano forma realtà destinate a fare la differenza.
Ed eccoci al primo articolo, che proverà a riassumere quei progetti che la differenza l’hanno fatta, eccome.


Iniziamo.

C’è un momento, negli anni Duemila, in cui la provincia veneta smette di chiedere il permesso. Non bussa più alla porta delle città, non chiede un badge per entrare al party, non si siede in fondo alla sala aspettando che qualcuno le faccia cenno di parlare. No. La provincia prende il tavolo e lo ribalta. E lo fa con la grazia e la violenza di chi non ha niente da perdere e molto da dimostrare. Nel 2005 nasce Fuori Biennale. Non era un festival, non era una mostra, non era nemmeno un “evento collaterale”. Era più simile a un virus benigno che si infilava nei margini della grande macchina veneziana. Mentre la Biennale lucidava i riflettori e distribuiva premi a Thomas Schütte e Barbara Kruger, un gruppo di visionari decideva che l’arte poteva abitare altrove: in una casa lungo una statale vicentina (quella di Stefano Scheda, che la trasformò in scultura invisibile grazie agli specchi), in vecchie stazioni ferroviarie, in palazzi industriali dimenticati. Non più centro e periferia, ma una costellazione di luoghi imprevisti, vivi, scomodi. L’arte non più come cornice, ma come corpo estraneo che ridefinisce lo spazio. Era la prima off-site biennale, prima ancora che la parola avesse cittadinanza.

IN INFART WE TRUST - pics by Lisa Boccaccio

Due anni dopo, nel 2007, la provincia non solo ribalta il tavolo, ma ci balla sopra con le scarpe sporche di vernice spray. Succede a Bassano del Grappa, e si chiama INFART. Inizia in una casa privata, con una quarantina di ragazzi che ridipingono tutto: muri, cucine, corridoi. È un happening inconsapevole, un delirio creativo che nel giro di poche edizioni diventa uno dei festival di street art più potenti d’Europa. Da Roa a C215, da Kenor a Zosen, da 108 a Sonda, i muri della città diventano campo di battaglia e tela insieme. Il Garage Nardini, con la sua architettura brutalista sospesa tra abbandono e possibilità, si trasforma in icona. E Bassano, per un weekend, sembra Berlino. Solo che c’è la grappa. E la gente balla nei party elettronici fino al mattino, con DJ Spiller e Pink Is Punk a far vibrare le montagne. INFART non è solo street art: è comunità, è musica, è collettivo. È il contrario del museo che ti chiede di fare silenzio.

Lago Film Fest 2019

E sempre nel 2005, mentre Bassano stava ancora scaldando i motori, a Revine Lago succedeva un’altra rivoluzione. Non con le bombolette spray, ma con un proiettore puntato sull’acqua. Nasce il Lago Film Fest, in provincia di Treviso. Qui niente tappeti rossi, niente limousine, niente glamour. Solo piedi scalzi sull’erba, zanzare testarde e lo sguardo perso tra le colline riflesse nel lago. Il cinema non è più solo da guardare: è da vivere. I registi si siedono accanto al pubblico, i bambini corrono tra le proiezioni, le rane fanno da colonna sonora. Subito il festival si distingue: da un lato i giovani talenti del Triveneto, dall’altro autori internazionali che scivolano tra le vie del borgo come vecchi amici. Nasce anche la sezione Girini, per avvicinare i più piccoli al linguaggio cinematografico. Negli anni, Revine Lago ospita figure come Lav Diaz, maestro del cinema “slow”, e altri registi che intrecciano documentario, videoarte e visioni oniriche. Ma il vero segreto del Lago Film Fest è l’atmosfera: una comunità che mangia, cammina, discute e guarda insieme. Le proiezioni si intrecciano a installazioni, concerti, performance di danza. Revine Lago diventa un laboratorio a cielo aperto. Per qualche giorno, un borgo che nessuno avrebbe mai cerchiato sulla mappa diventa centro del mondo.

E poi arriva Schio. È il 2011, la città è ancora ingrigita dal ricordo delle fabbriche tessili. E all’improvviso esplode Pulsart. Un nome che è già manifesto: pulsazione, battito, sussulto. L’esordio si intitola “America lato A / lato B” e mette insieme writing, videoarte, performance, installazioni sonore e persino un silent rave in piazza. Avete capito bene: gente che balla in cuffia sotto le stelle, in un silenzio coreografico che sembra una scena di Wes Anderson in trasferta veneta. Alla call rispondono in 350, ne vengono selezionati 75. E ogni spazio è buono: ex lanifici, cappelle sconsacrate, appartamenti disabitati, cortili e vetrine vuote. La città intera diventa opera. Pulsart si allarga, cresce, diventa Restart. Nascono residenze, laboratori, persino Artimprendo, in collaborazione con Ca’ Foscari, dove l’artista non è più solo creatore ma catalizzatore di idee, imprese, sostenibilità.

Quattro progetti, Quattro città, Quattro storie che hanno un filo comune: la provincia non più come periferia muta, ma come centro imprevisto. Non più “non succede mai niente”, ma “succede tutto, e succede qui”. Non a Milano, non a Roma, non a Venezia. A Bassano, a Schio, a Vicenza, a Revine Lago. Luoghi che nessuno avrebbe mai immaginato protagonisti, e che invece hanno riscritto le regole. E oggi, guardandoli in retrospettiva, ci accorgiamo che non erano fuochi di paglia. Fuori Biennale ha anticipato i discorsi sulle pratiche site-specific e sull’attivazione territoriale. INFART ha dimostrato che la street art non è un vezzo urbano, ma può radicarsi ovunque. Pulsart ha insegnato che un festival non è solo intrattenimento, ma anche incubatore, scuola, esperienza collettiva. Il Lago Film Festival è oggi tra le realtà migliori nel panorama dei festival sui film indipendenti in Europa e forse nel mondo.
La provincia, quella che qualcuno chiama ancora “margine”, in realtà è stata la miccia. È stata laboratorio, semenzaio, detonatore. Ha avuto il coraggio di sbagliare, di esagerare, di rischiare. E proprio per questo ha fatto scuola.

Ma adesso la provincia?
Non ha smesso, ma continuo a raccontarvela nel prossimo numero di art-frame.

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Francesco Liggieri
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