Streghe, medium, visionarie: le memorie dell’invisibile

Alla Fondazione Trussardi di Milano una mostra racconta le pratiche artistiche ispirate al mistero: da Hilma af Klint a Carol Rama, fino alle artiste contemporanee

La strega occupa, da secoli, un posto di rilievo nell’immaginario collettivo. Incarnazione della malvagità, del pericolo, di paure ancestrali, ha popolato fiabe, miti, leggende. In realtà, nella sua figura risuona l’eco di un antichissimo matriarcato che, una volta venuto meno, è stato sostituito da un potere maschile che temeva e rifiutava quella tradizione di donne sapienti, capaci di interpretare i segni del cielo e di dominare le forze della natura.

Già i testi greci e latini parlano delle “signore della notte” come esseri da temere e rispettare.  Con la fine del Medioevo e la Controriforma, per molte donne sospettate di stregoneria ebbe inizio poi un periodo di persecuzioni: l’accusa di commistione col demonio portò le cosiddette “streghe” a subire terribili conseguenze. La propaganda della Chiesa, cattolica e protestante, causò processi farsa e roghi pubblici.

Man RayGroupe Surréaliste (Séance d’écriture automatique), 1924-1980 Photograph, new print Printed by Pierre Gassmann 17 x 22 cm Collezione privataCourtesy Gió Marconi,MilanSIAE 2025

Arte e letteratura hanno tracciato un profilo della strega e ne hanno raccontato la storia, dalle miniature medievali a Dürer e Baldung Grien, da Salvator Rosa e Goya fino al simbolismo e alla contemporaneità, nel cinema e nel teatro, seguendo la graduale trasformazione culturale che nel Novecento ha fatto della strega un modello di ribellione accolto anche dal movimento femminista. 

La strega diventa allora simbolo di una conoscenza alternativa, di un sapere che si oppone al canone, di una voce che si rifiuta di essere silenziata. Guaritrice, erborista, ostetrica: quella che nel passato viene condannata come strega è spesso una donna che detiene competenze, che pratica un’autonomia inaccettabile, che sfida l’ordine costituito con la semplice affermazione della propria autorità.

Diego Marcon La Gola, 2024 [Still] digital video transferred from 35mm film CGI animation, color, sound Duration: 22 min 22 sec © Diego Marcon Courtesy the Artist; Sadie Coles HQ, London; Galerie Buchholz, Berlin/Cologne/New York; Kunstverein Hamburg; Kunsthalle Wien; and Centre d’Art Contemporain Genève for BIM 2’4

È in questo solco complesso, fatto di persecuzioni e resistenze, di saperi negati e memorie sopravvissute, che si inserisce Fata Morgana: memorie dall’invisibile, la mostra ideata e prodotta dalla Fondazione Trussardi e curata da Massimiliano Gioni, Daniel Birnbaum e Marta Papini a Palazzo Morando, a Milano. L’esposizione restituisce voce a quelle pratiche artistiche che hanno sfidato i confini della percezione razionale: l’automazione psichica, la trance, la visione estatica come strumenti di creazione.

Lo spazio stesso porta memoria di questi saperi occultati. Palazzo Morando fu residenza della contessa Lydia Caprara Morando Attendolo Bolognini (Alessandria d’Egitto, 1876 – Vedano al Lambro, Monza e Brianza, 1945) che, tra Otto e Novecento, aveva accumulato una vasta biblioteca su temi occulti, spiritici e alchemici, oggi custodita alla Trivulziana. In questo luogo di suggestioni e di memorie lasciate dall’invisibile prende forma il progetto: un viaggio in quelle pratiche artistiche che sfidano i limiti della percezione e della ragione, per portarci oltre il visibile.

Il titolo cita il poema del 1940 di André Breton che invita a esplorare il rapporto tra visibile e invisibile, tra realtà e sogno, tra espressione artistica e dimensioni mistiche. Qui, tra dipinti, fotografie, documenti, disegni e oggetti rituali, la mostra compone un grande mosaico di artiste e medium che hanno varcato le soglie dell’ignoto: mediatrici dell’occulto, mistiche, visionarie, artiste che hanno dato voce alle dimensioni sotterranee dell’interiorità, introducendo un linguaggio in qualche modo soprannaturale.

Figure storiche come Hilma af Klint, Carol Rama, Man Ray, Pierre Klossowski, Victorien Sardou, Augustine Lesage, Annie Besant e Wilhelmine Assmann dialogano con artiste e artisti contemporanei che hanno interrogato gli stessi temi attraverso nuovi media e nuovi linguaggi: Judy Chicago, Kerstin Brätsch, Marianna Simnett, Andra Ursuta, Diego Marcon, Chiara Fumai. In mostra anche alcuni testi dalla biblioteca della contessa Morando, in prestito dalla Biblioteca Trivulziana.

Guglielmo Castelli Cronaca di uno sfacelo, 2025 oil on canvas, 60 x 80 cm Courtesy the artist, Sylvia Kouvali, Mendes Wood DM

Tra le oltre 200 opere esposte e i 78 artisti presenti, emerge con forza la presenza femminile. Non è un caso. Le donne hanno spesso trovato nell’arte visionaria, nella pratica medianica, nella rappresentazione dell’invisibile uno spazio di espressione e di autorità negato altrove. Quando le istituzioni accademiche, le scuole d’arte, il mercato erano preclusi, quando il canone artistico escludeva sistematicamente le voci femminili, molte donne hanno trovato legittimazione come medium, come tramiti di forze altre, come interpreti di linguaggi che venivano dall’esterno della coscienza razionale.

Hilma af Klint, per esempio, comincia a dipingere le sue straordinarie composizioni astratte anni prima di Kandinsky, Mondrian o Malevič, ma lo fa sotto dettatura di entità spirituali che lei chiama “i Maestri”. Le sue opere, create tra il 1906 e il 1915, rimangono sconosciute fino agli anni Ottanta del Novecento, in parte perché lei stessa chiede che non vengano mostrate prima di vent’anni dalla sua morte, in parte perché la storia dell’arte non sa dove collocare una donna che dipinge astratto per ispirazione mistica. Carol Rama, l’artista torinese che attraversa tutto il Novecento restando ai margini del canone, crea opere inquietanti e visionarie che attingono a un immaginario erotico e morboso, mescolando corpo e materia in modi che solo decenni dopo verranno riconosciuti come precursori.

La mostra non propone una lettura univoca di queste pratiche. Non si tratta di celebrare acriticamente lo spiritismo o l’occultismo, né di ridurre queste esperienze artistiche a fenomeni di suggestione o a patologie. Si tratta piuttosto di riconoscere che l’arte ha sempre dialogato con con ciò che sta oltre il visibile immediato, e che molte artiste hanno usato il linguaggio del mistero, della visione, della trance per accedere a una libertà espressiva altrimenti negata.

Milly Canavero Untitled, 1985 Exhibition copy Pennarello su carta 46.5 x 65 cm Elmar R. Gruber Collection of Mediumistic Art

La mostra si inserisce in un momento particolarmente fertile di interesse verso questi temi, in cui l’arte e la saggistica, ma anche le serie tv, si focalizzano su di essi.  

Sarà forse l’incertezza dei tempi che nel mistero cerca una rassicurazione, sarà un’estetica contemporanea che guarda ai miti e agli spiriti come fonte di ispirazione, o sarà più semplicemente il potere femminile che emerge sempre di più. Qualunque sia la ragione, questo ritorno dell’occulto nell’arte contemporanea sembra interrogare il nostro rapporto con ciò che non comprendiamo, con ciò che ci spaventa, con ciò che vorremmo controllare ma che continua a sfuggirci.

La caccia alle streghe non fu soltanto un fenomeno medievale, come comunemente si crede. Il picco delle persecuzioni si registra tra il Cinquecento e il Seicento, in piena età moderna, quando il potere ecclesiastico e quello statale si alleano per reprimere ogni forma di dissenso e di devianza. Le donne accusate di stregoneria erano spesso vedove, anziane sole, levatrici, donne che vivevano ai margini della comunità o che semplicemente erano troppo indipendenti. La loro colpa non era tanto la pratica della magia, quanto piuttosto l’esistenza stessa al di fuori delle strutture di controllo patriarcale.

Le donne di Fata Morgana – streghe, medium, visionarie – hanno rivendicato il diritto di accedere a saperi proibiti, di varcare soglie interdette, di parlare lingue che la ragione non riconosce. Hanno trasformato l’accusa in risorsa, la marginalità in forza, il silenzio imposto in voce potente. Le loro opere, oggi esposte nelle sale di Palazzo Morando, testimoniano di una resistenza che attraversa i secoli: la resistenza di chi si rifiuta di essere definito, controllato, normalizzato.

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Lucia Antista
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