Un confronto sulla possibilità di ripensare l’arte come spazio condiviso e non-singolare. Tra corpo politico, pratiche editoriali e processi collettivi, un dialogo che indaga come l’essere “insieme-aperto” possa diventare un gesto radicale di libertà, relazione e trasformazione. Alessio Vigni intervista il collettivo plurale, oggi semplicemente “plurale”.
Partiamo dall’inizio raccontando cos’è plurale. Nel 2020 eravate “Collettivo Plurale”, nel 2022 avete scelto di ridefinirvi semplicemente come plurale. Cosa rappresenta per voi questa trasformazione?
Inoltre mi interessa proprio indagare “plurale” come concetto e cosa significa per voi. Parlate di “non-singolarità” e di “essere insieme-aperto”, ma come si traduce questa visione nella vostra pratica artistica e oggi anche in quella editoriale?
Per noi “plurale” non è semplicemente la somma di più voci, ma la possibilità di far convivere differenze senza forzarle dentro un confine chiuso e definitivo. plurale sfugge di per sé alla definizione, perchè oggettivamente non è proprio un collettivo, ma neanche un duo, ma neanche una piattaforma: è un’idea. Quando parliamo di non-singolarità, intendiamo un modo di pensare e di agire che rifiuta la centralità di un unico punto di vista o di un’unica fonte creativa. L’essere insieme-aperto è piuttosto un processo: uno spazio del fare in cui le idee si incontrano, scontrano e contaminano. Nella pratica artistica questo significa lavorare con formati che permettono la coesistenza e il contatto: installazioni, performance e dispositivi che accolgono molteplici livelli di lettura, che non cercano una voce finale, autoritaria, ma che si lasciano attraversare dai contesti, dai corpi, dall’Altro. Significa anche lavorare con la congiunzione, plurale E…
Nell’attività editoriale, la stessa logica prende forma nella curatela/nel networking: testi e immagini non vengono organizzati per chiudere un discorso, ma per attivare connessioni. Ogni pubblicazione diventa un terreno di sperimentazione collettiva, dove chi legge è parte del processo tanto quanto chi scrive, e dove la forma stessa del libro, della zine, della rivista è pensata come organismo potenzialmente sempre in divenire, mai concluso per davvero.
In altre parole, “plurale” per noi significa accettare la vulnerabilità del non-controllo e fare della pratica – artistica o editoriale – un luogo che resta sempre attraversabile e trasformabile.
Il vostro lavoro ha come soggetto anche il corpo come spazio politico. Oggi si parla moltissimo di corpi, identità, generi, ma spesso c’è il rischio di cadere in una retorica sterile, quando si affrontano questi argomenti. Come si evita che i progetti possano cadere in questa trappola?
Inoltre, mi interessa capire come si coniuga la vostra ricerca e la vostra pratica in una situazione sociale e politica totalmente polarizzata. Percepite anche voi questa situazione? Mancano forse spazi di vero approfondimento, dove il dialogo sia il mezzo per entrare nel cuore delle varie questioni? Oppure non è così?
Agiamo sicuramente anche in risposta a questa polarizzazione, cercando di praticare il coraggio di andare al nocciolo del discorso senza aggrapparci all’avere ragione. C’è spesso il rischio che il dialogo si trasformi in una sequenza di posizionamenti contrapposti, piuttosto che in uno spazio evolutivo, di comprensione reale. In questo senso, mancano nella quotidianità “luoghi”, dentro e fuori di Noi (Noi inteso come “collettività”) di sincera messa in discussione di sé e quindi del Mondo, dove si metta a disposizione un tempo, il proprio tempo, per fermarsi e ascoltare l’altro senza la pressione/frustrazione di dover difendere immediatamente una posizione. Quando questi spazi emergono – dimensioni comunitarie, pratiche, incontri in cui la parola non è subordinata alla logica della contrapposizione – ciò che fa la differenza è proprio il tempo dedicato alla
costruzione di un linguaggio comune…
Arriviamo, adesso, a quella che è la vostra più recente declinazione della vostra ricerca artistica: la Fanzine. In un mondo dominato da algoritmi e comunicazione istantanea, qual è il motivo di questa scelta? Mi sembra che sia un gesto fortemente politico e di militanza radicale, mi sbaglio?
Volevamo sperimentare nuove forme d’Insieme, usiamo la zine come un aggregante…
Tra le più recenti fanzine c’è horizontal movement. suturing actions, nata dalla collaborazione con HORIZONT di Vienna. Raccontateci qual è il progetto che c’è dietro.
Abbiamo incontrato il collettivo HORIZONT nel 2023 presso Galerie Utopia/4lthangrund a Vienna, visitando la loro mostra Kunst von unten e lo spazio stesso, insieme al fondatore e curatore Marko Markovic. L’anno successivo, Marko ci ha coinvolti in TR4NSFORMA – Festival for Transformance Art, dove abbiamo avuto ulteriori scambi con alcuni membri del collettivo e nell’aria c’era già l’idea di collaborare. È stato tutto molto umano, fluido e quasi fisiologico: le nostre pratiche condividono una tensione verso il fare-insieme, siamo forme di decentralizzazione dell’ego che smantellano l’individualismo favorendo e cercando relazioni plurali. La spinta a documentare e testimoniare questo incontro, questi punti contatto, queste forme di relazione, ci ha portati a scegliere la fanzine come strumento agile per mappare e trasferire le nostre sensibilità. Entrambi abbiamo sentito che i nostri approcci, metodi e pratiche risuonano tra loro ed i contenuti della zine mettono in relazione le nostre interpretazioni e modalità di avvicinarci al lavoro collettivo e attivista. Ci riconosciamo in un’intersezione tra lavoro artistico e gesto politico – un terreno in cui Marko Markovic è tra l’altro attivo da anni, bilanciando progetti pubblici con un forte sostegno e coinvolgimento nella scena underground. Per ciò la zine, pubblicata a giugno 2025, include anche un’intervista a Markovic come artista, con un focus su Galerie Utopia e la sua pratica curatoriale. Volevamo che precisasse soprattutto quest’ultima, che emergesse come curare, nel suo caso, implichi attivare dialoghi creando spazi di relazione tra arte, attivismo e comunità, con un approccio orizzontale e partecipativo. Spesso sembra porsi come un facilitatore di processi collettivi e per questo lo abbiamo collocato esattamente a metà pubblicazione, tra noi e HORIZONT. Nel lavoro di Marko sembra che l’artista scelga di diventare un medium piuttosto che essere chiaramente identificato come “autore”… è un comportamento questo che volevamo evidenziare.
Alla fine del processo, è stato interessante notare come i dialoghi sviluppati per l’editoriale sarebbero stati gli stessi necessari per costruire una mostra: cambia solo la forma che abbiamo dato al nostro incontro, al convergere delle nostre idee, cambiano lo spazio e il tempo in cui abbiamo fissato e posizionato le opere.
L’ultima pubblicata è echo VOL. 1 dove avete scelto di concentrarvi su techno, clubbing e corpo come spazio politico. Perché avete deciso di partire proprio da queste tematiche?
Progetti per il futuro?
Chiudiamo con un’ultima domanda. Pensate ci sia davvero spazio nel mondo dell’arte contemporanea per gli artisti emergenti?
Si e no, ma quello che conta è farsi spazio, creare spazi di relazione, empatia e reciprocità… e non alimentare il sistema tossico di cui tutti e tutte ci lamentiamo ogni giorno, che è poi l’anti-arte.
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