Un’intervista al Plurale

Un confronto sulla possibilità di ripensare l’arte come spazio condiviso e non-singolare. Tra corpo politico, pratiche editoriali e processi collettivi, un dialogo che indaga come l’essere “insieme-aperto” possa diventare un gesto radicale di libertà, relazione e trasformazione. Alessio Vigni intervista il collettivo plurale, oggi semplicemente “plurale”.

Prosegue questo mio percorso personale – che ho scelto di condividere con voi lettori – attraverso una serie di interviste ad artisti e protagonisti del mondo dell’arte italiano.
 
Un viaggio simbolico che intende portare alla luce quelli che considero i veri professionisti di questo settore, per raccontarne le esperienze e i loro punti di vista. Un modo per costruire una piattaforma di dialogo su ciò che sta accadendo oggi nel mondo, e di fronte alla quale il sistema dell’arte sembra spesso non reagire.
 
Oggi dialogheremo con plurale, per esplorare la loro visione, la loro ricerca artistico-culturale e quei processi – che considero perfettamente contemporanei – che attivano attraverso il loro lavoro.
plurale, Wargame (2021), Stampa Fine Art su carta baritata montata su Dibond, 50 x 105 cm
Partiamo dall’inizio raccontando cos’è plurale. Nel 2020 eravate “Collettivo Plurale”, nel 2022 avete scelto di ridefinirvi semplicemente come plurale. Cosa rappresenta per voi questa trasformazione?
plurale è prima di tutto un concetto. Nasce nel 2020 e si presenta come collettivo artistico osmotico, i cui attivatori di base sono Leo Sophia (Verona, 1997) e Chiara Ventura (Verona, 1997). In origine, si esponeva come Collettivo Plurale e dal 2022, non sentendo più l’esigenza di presentarsi come autore, con un Nome e un Cognome, si ridefinisce, diventando semplice nome comune nel discorso. plurale è una forma collettiva di presenza nel mondo in cui la non-singolarità costituisce un atteggiamento che non intende distruggere l’individuo, bensì percepire e mostrare l’essere insieme-aperto. Non è il numero preciso degli elementi a definire il sistema, ma la consapevolezza e la convinzione che l’insieme superi la somma delle singole parti (1+1=3).
Inoltre mi interessa proprio indagare “plurale” come concetto e cosa significa per voi. Parlate di “non-singolarità” e di “essere insieme-aperto”, ma come si traduce questa visione nella vostra pratica artistica e oggi anche in quella editoriale?

Per noi “plurale” non è semplicemente la somma di più voci, ma la possibilità di far convivere differenze senza forzarle dentro un confine chiuso e definitivo. plurale sfugge di per sé alla definizione, perchè oggettivamente non è proprio un collettivo, ma neanche un duo, ma neanche una piattaforma: è un’idea. Quando parliamo di non-singolarità, intendiamo un modo di pensare e di agire che rifiuta la centralità di un unico punto di vista o di un’unica fonte creativa. L’essere insieme-aperto è piuttosto un processo: uno spazio del fare in cui le idee si incontrano, scontrano e contaminano. Nella pratica artistica questo significa lavorare con formati che permettono la coesistenza e il contatto: installazioni, performance e dispositivi che accolgono molteplici livelli di lettura, che non cercano una voce finale, autoritaria, ma che si lasciano attraversare dai contesti, dai corpi, dall’Altro. Significa anche lavorare con la congiunzione, plurale E…

Nell’attività editoriale, la stessa logica prende forma nella curatela/nel networking: testi e immagini non vengono organizzati per chiudere un discorso, ma per attivare connessioni. Ogni pubblicazione diventa un terreno di sperimentazione collettiva, dove chi legge è parte del processo tanto quanto chi scrive, e dove la forma stessa del libro, della zine, della rivista è pensata come organismo potenzialmente sempre in divenire, mai concluso per davvero.

In altre parole, “plurale” per noi significa accettare la vulnerabilità del non-controllo e fare della pratica – artistica o editoriale – un luogo che resta sempre attraversabile e trasformabile.

Il vostro lavoro ha come soggetto anche il corpo come spazio politico. Oggi si parla moltissimo di corpi, identità, generi, ma spesso c’è il rischio di cadere in una retorica sterile, quando si affrontano questi argomenti. Come si evita che i progetti possano cadere in questa trappola?
Forse evitando semplificazioni e slogan. Noi sappiamo di ““““non sbagliare mai”””” perchè partiamo sempre da una verità, da un’esperienza concreta vissuta in prima persona, e spesso da una posizione scomoda, da una vergogna. Indaghiamo questo disagio dentro di noi, prima di affidarci ai teorici, scappando dalla performatività malsana, a cui adesso si inizia a dare nome, vedi il maschio performativo, l’attivismo performativo ecc.
Inoltre, mi interessa capire come si coniuga la vostra ricerca e la vostra pratica in una situazione sociale e politica totalmente polarizzata. Percepite anche voi questa situazione? Mancano forse spazi di vero approfondimento, dove il dialogo sia il mezzo per entrare nel cuore delle varie questioni? Oppure non è così?

Agiamo sicuramente anche in risposta a questa polarizzazione, cercando di praticare il coraggio di andare al nocciolo del discorso senza aggrapparci all’avere ragione. C’è spesso il rischio che il dialogo si trasformi in una sequenza di posizionamenti contrapposti, piuttosto che in uno spazio evolutivo, di comprensione reale. In questo senso, mancano nella quotidianità “luoghi”, dentro e fuori di Noi (Noi inteso come “collettività”) di sincera messa in discussione di sé e quindi del Mondo, dove si metta a disposizione un tempo, il proprio tempo, per fermarsi e ascoltare l’altro senza la pressione/frustrazione di dover difendere immediatamente una posizione. Quando questi spazi emergono – dimensioni comunitarie, pratiche, incontri in cui la parola non è subordinata alla logica della contrapposizione – ciò che fa la differenza è proprio il tempo dedicato alla
costruzione di un linguaggio comune…

plurale, Corpo che desidera (2023), Video (colore, suono, HD), 12' 25'', still da video
Arriviamo, adesso, a quella che è la vostra più recente declinazione della vostra ricerca artistica: la Fanzine. In un mondo dominato da algoritmi e comunicazione istantanea, qual è il motivo di questa scelta? Mi sembra che sia un gesto fortemente politico e di militanza radicale, mi sbaglio?
Più che la fanzine a circuito chiuso siamo interessati all’editoria in generale, sempre come continuum del nostro lavoro visivo, performativo ecc. È un altro strumento di cui ci serviamo per dire le cose. Raccogliamo (e archiviamo?) relazioni, dialoghi e realtà che per noi sono rilevanti ai fini di mappare e testimoniare l’oggi, un’urgenza, un senso comune. Con questo formato usciamo dalle logiche e dai codici dell’arte; c’è una sorta di ricerca di libertà, espressiva e formale…c’è la ricerca di un’alternativa, di più margine per ri-pensare, ri-ordinare…
Volevamo sperimentare nuove forme d
’Insieme, usiamo la zine come un aggregante…
plurale & HORIZONT, horizontal movement suturing actions
Tra le più recenti fanzine c’è horizontal movement. suturing actions, nata dalla collaborazione con HORIZONT di Vienna. Raccontateci qual è il progetto che c’è dietro.

Abbiamo incontrato il collettivo HORIZONT nel 2023 presso Galerie Utopia/4lthangrund a Vienna, visitando la loro mostra Kunst von unten e lo spazio stesso, insieme al fondatore e curatore Marko Markovic. L’anno successivo, Marko ci ha coinvolti in TR4NSFORMA – Festival for Transformance Art, dove abbiamo avuto ulteriori scambi con alcuni membri del collettivo e nell’aria c’era già l’idea di collaborare. È stato tutto molto umano, fluido e quasi fisiologico: le nostre pratiche condividono una tensione verso il fare-insieme, siamo forme di decentralizzazione dell’ego che smantellano l’individualismo favorendo e cercando relazioni plurali. La spinta a documentare e testimoniare questo incontro, questi punti contatto, queste forme di relazione, ci ha portati a scegliere la fanzine come strumento agile per mappare e trasferire le nostre sensibilità. Entrambi abbiamo sentito che i nostri approcci, metodi e pratiche risuonano tra loro ed i contenuti della zine mettono in relazione le nostre interpretazioni e modalità di avvicinarci al lavoro collettivo e attivista. Ci riconosciamo in un’intersezione tra lavoro artistico e gesto politico – un terreno in cui Marko Markovic è tra l’altro attivo da anni, bilanciando progetti pubblici con un forte sostegno e coinvolgimento nella scena underground. Per ciò la zine, pubblicata a giugno 2025, include anche un’intervista a Markovic come artista, con un focus su Galerie Utopia e la sua pratica curatoriale. Volevamo che precisasse soprattutto quest’ultima, che emergesse come curare, nel suo caso, implichi attivare dialoghi creando spazi di relazione tra arte, attivismo e comunità, con un approccio orizzontale e partecipativo. Spesso sembra porsi come un facilitatore di processi collettivi e per questo lo abbiamo collocato esattamente a metà pubblicazione, tra noi e HORIZONT. Nel lavoro di Marko sembra che l’artista scelga di diventare un medium piuttosto che essere chiaramente identificato come “autore”… è un comportamento questo che volevamo evidenziare.

Alla fine del processo, è stato interessante notare come i dialoghi sviluppati per l’editoriale sarebbero stati gli stessi necessari per costruire una mostra: cambia solo la forma che abbiamo dato al nostro incontro, al convergere delle nostre idee, cambiano lo spazio e il tempo in cui abbiamo fissato e posizionato le opere.

L’ultima pubblicata è echo VOL. 1 dove avete scelto di concentrarvi su techno, clubbing e corpo come spazio politico. Perché avete deciso di partire proprio da queste tematiche?
Siamo ossessionati dalla musica e interessati a tutto ciò che una corrente musicale dice delle persone che la ascoltano, a tutto ciò che la musica, in un senso anche estetico, raggruppa, evidenzia e manifesta. Il progetto
echo nasce dunque proprio per esplorare l’intreccio tra suono e trasformazione, tra estetica e lotta, guardando la musica come narrazione politica, specchio della società e Manifesto. Le persone sono al centro della narrazione e la musica è un pretesto per parlare di altro.
 
Il primo volume, pubblicato ad agosto 2025 in due edizioni limitate 1/25, una in italiano e una in inglese, vede i contributi di Performing The Club, Projekt Gestalten, Chiara Ventura (come singola autrice), Ludovico Colombo, Tempio del Futuro *Perduto, TIDES e Your Club Is Not My Club. Volevamo offrire uno sguardo su techno, club culture, estetica e corpo come strumenti espressivi, generatori di un senso comune in grado di tracciare il presente.
 
Siamo partiti da qui per una questione esistenziale: le esperienze di vita degli ultimi anni ci hanno visto immergerci nella dimensione del clubbing (Projekt Gestalten l’abbiamo conosciut* al Berghain). L’intensità con cui è possibile fare esperienza della parola
‘libertà’ in questo spaccato della vita notturna è, a nostro avviso, disarmante. Proprio Projekt Gestalten, nell’intervista che puoi trovare all’interno del VOL. 1, scrive:
“Penso che sia una stronzata quando le persone dicono che la club culture non dovrebbe essere politica. Tutto è politico. Il modo in cui ti vesti, la musica, le persone. Devi trovare una via per esprimerti, in un modo o nell’altro. Questo non significa che non puoi divertirti e uscire solo per sfogarti. Ma, anche in quel caso, stai andando in un luogo nato da una necessità di resistenza politica, e questo va riconosciuto e rispettato.”
Progetti per il futuro?
Al momento stiamo preparando  echo VOL. 2 e una mostra collettiva, a proposito di musica, intitolata The New Orchestra. Dalle comunità montane alla comunità del futuro, a cura di Andrea Lerda e con la partecipazione di Sofia Baldi Pighi, Gabriele Lorenzoni, Alexandra Mihali, che inaugurerà il 30 ottobre a Torino al Museo Nazionale della Montagna. Si tratta di un progetto di natura artistica e sociale in cui presenteremo due opere inedite realizzate a seguito di un periodo di residenza presso San Martino in Badia in dialogo con il  MusLa – Museum Ladin e la comunità ladina.
Chiudiamo con un’ultima domanda. Pensate ci sia davvero spazio nel mondo dell’arte contemporanea per gli artisti emergenti?

Si e no, ma quello che conta è farsi spazio, creare spazi di relazione, empatia e reciprocità… e non alimentare il sistema tossico di cui tutti e tutte ci lamentiamo ogni giorno, che è poi l’anti-arte.

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Alessio Vigni
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