Cosa accade quando proviamo a vedere il mondo con gli occhi di un’ape? Ce lo spiega Andrea Abbatangelo, che con “BeeVision / BioViscous” – progetto selezionato da Alias Studio x Serpentine Future Art Ecosystems – esplora la percezione non umana tra AI e biotecnologia.
Come vedono le api il mondo? E cosa succede quando la loro percezione viene alterata dai pesticidi? Da queste domande nasce BeeVision / BioViscous, il nuovo progetto di Andrea Abbatangelo, artista italiano con base a Londra, selezionato per il programma Alias Studio x Serpentine Future Art Ecosystems: Open Call. Presentato all’interno dell’iniziativa curata da Serpentine Galleries in collaborazione con Alias Studio, il progetto esplora il rapporto tra intelligenza artificiale e percezione non umana, aprendo un dialogo tra biotecnologia, design speculativo e immaginazione ecologica.
Attraverso l’addestramento di un modello generativo personale, Abbatangelo ha ricreato una simulazione visiva del mondo così come potrebbe apparire agli occhi di un’ape: una costellazione di sfumature ultraviolette, frammenti luminosi e sensazioni disorientanti, soprattutto quando l’ambiente è contaminato da sostanze chimiche. Per provare a contrastare gli effetti nocivi dei pesticidi su questi animali, l’artista ha sviluppato bio-materiali protettivi, come membrane a base di alghe e composti minerali, capaci di evocare nuove forme di cura interspecie.
La sua ricerca – iniziata anni fa con la serie New Observations on the History of Bees e proseguita con Inkblot for Bees – ha trovato in questa collaborazione con Alias e Serpentine una svolta tecnologica e poetica insieme. L’AI diventa qui non un fine, ma un mezzo per scardinare la centralità umana e immaginare un futuro in cui arte, scienza e natura coesistono come parti di un unico ecosistema cognitivo.
Il progetto nasce da una domanda radicale: come percepiscono le api il mondo e in che modo i pesticidi alterano i loro sensi. Come hai tradotto questa riflessione in un’esperienza visiva e immersiva grazie all’intelligenza artificiale generativa?
Il mio obiettivo per questa residenza con Alias x Serpentine Future Art Ecosystems era proprio quello di generare un mio modello di AI che potesse simulare la visione delle api: ho usato la texture del campo stellato, che corrisponde alla composizione sfaccettata dei lori occhi, unita alla gamma dei colori ultravioletti, visibili alle api. In un secondo momento ho prodotto il modello che simula l’esposizione ai pesticidi; credo infatti che questo di “BeeVision Fragmenta” sia un territorio fino ad ora inesplorato.
Durante la residenza hai utilizzato l’AI per simulare visioni non umane e per sviluppare biomateriali speculativi. Puoi raccontarci come si intrecciano questi due filoni – quello digitale e quello materico – nella tua pratica?
Prima di Alias, gran parte della mia ricerca sui bio-materiali, come membrane a base di alghe o composti minerali, consisteva solo in inserti nelle mie opere in puntasecca o in piccoli esperimenti materici. Per riprodurli con Alias, ho usato microscopi digitali e campioni di ambra con enhydro (bolle d’acqua e aria intrappolate nella resina prima che si fossilizzasse). L’ambra era perfetta perché un tempo era viscosa, quasi fluida, e ora è cristallizzata.
Alias Studio ti ha permesso di addestrare un modello generativo personale, il tuo “Alias”. In che modo questo strumento ha ridefinito la tua metodologia artistica e la tua idea di “autorialità”?
Il mio obiettivo era sfidare la mentalità estrattiva che noi umani abbiamo con altre forme di intelligenza. Nello sviluppo dei bio-materiali, ho incoraggiato l’imprevedibilità nel processo di prompting, riducendo il mio controllo.
Ho anche iniziato a sperimentare con la scrittura dei prompt come forma di collage, usando la tecnica del cut-up: tagliavo frammenti da vecchi libri di biologia e chimica. Questo ha creato risposte visive inaspettate e spesso significative. Alias ha contribuito con forme che sembravano co-scoperte piuttosto che completamente create da me. Per ciascuno dei due modelli che alla fine ho utilizzato, ne ho addestrati sei o sette.
Nel progetto il visitatore regola il livello di esposizione ai pesticidi, trasformandosi in parte attiva dell’opera. Quanto è importante per te che l’esperienza estetica diventi anche un gesto etico e partecipativo?
È centrale. La mia pratica si basa sull’arte pubblica e sul coinvolgimento sociale. Volevo che il visitatore non fosse solo spettatore, ma che potesse prendere decisioni in grado di influenzare direttamente l’opera. Regolare il livello di esposizione ai pesticidi significa confrontarsi con una responsabilità: quanto siamo disposti a compromettere la percezione e la sopravvivenza di altre specie? Questo gesto partecipativo trasforma l’esperienza estetica in qualcosa di più: diventa un momento di riflessione sulla nostra relazione con l’ecosistema e sulle conseguenze delle nostre scelte.
La tua ricerca sulle api e sulla percezione non umana attraversa diversi lavori precedenti — da New Observations on the History of Bees a Inkblot for Bees. Come si è evoluto nel tempo il tuo modo di affrontare il tema della coscienza e della comunicazione interspecie?
All’inizio ero molto concentrato sull’anatomia e sulla biologia delle api, usando microscopi e tecniche di incisione tradizionali. Con Inkblot for Bees ho iniziato a chiedermi: cosa vedono? Come interpretano il mondo? Con BeeVision e BioViscous Mask ho immaginato non solo come vedono, ma come potremmo supportarle materialmente, sviluppando bio-materiali che potrebbero proteggerle dai pesticidi. Ora, con il progetto Náttura per la Science Gallery Monterrey, sto esplorando come la vita microbica possa influenzare cognizione e percezione, suggerendo che la coscienza potrebbe emergere da intrecci inter-specie piuttosto che dal solo sistema nervoso centrale.
Hai una lunga relazione con istituzioni come la Serpentine e Central Saint Martins, dove hai studiato e partecipato a progetti ispirati da artisti come Gustav Metzger. In che modo queste esperienze hanno influenzato la tua sensibilità ecologica e il tuo approccio post-antropocentrico?
Gustav Metzger è stato fondamentale. Il suo lavoro sull’auto-distruzione e sul rapporto tra arte, tecnologia e crisi ambientale mi ha insegnato che l’arte può essere un atto di resistenza. Alla Central Saint Martins dal 2021, grazie alla generosa scholarship della UAL, ho potuto portare a termine un MA in Fine Art Digital. Infatti ho avuto sia il tempo che le risorse per condurre ricerche sperimentali sull’impatto dei pesticidi su sistemi cognitivi complessi, come quelli delle api. Ho iniziato anche a mappare tutta la conoscenza prodotta su ciò che consideriamo “consciousness”. Poi la Serpentine, con la residenza e con Alias, mi ha dato lo spazio per portare questa sensibilità ecologica in una dimensione più tecnologica e speculativa.
Il progetto BeeVision / BioViscous è ancora in corso. Quale direzione pensi prenderà ora la tua ricerca: continuerai a esplorare il dialogo tra AI e natura, o stai già immaginando nuovi territori di indagine?
Sto già lavorando con sensori connessi a un sistema generativo di dati come elemento centrale dell’installazione Náttura per la Science Gallery Monterrey. Voglio continuare a esplorare come l’intelligenza ecologica e i bias dell’AI si intrecciano, ma anche come possiamo rendere questi processi trasparenti e condivisibili, connettendo la ricerca ecologica con approcci aperti, partecipativi ed open-source.
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