Per quattro giorni Londra è tornata a essere la capitale mondiale dell’arte contemporanea grazie a Frieze London, Frieze Masters e tante altre mostre e fiere in città. Da Regent’s Park a Soho passando per Mayfair, ecco una selezione di quello che ci ha colpito.
Il calendario autunnale dell’arte è sempre ricco di appuntamenti imperdibili grazie ai colossi Frieze e Art Basel, che per due settimane consecutive accolgono gli addetti ai lavori nelle capitali europee dell’arte contemporanea, Londra e Parigi. Dal 15 al 19 ottobre la tappa obbligata di questo grand tour è stata Frieze London con la sorella Frieze Masters, due fiere riunite sotto lo stesso nome ma con ambizioni e identità differenti. A fare da cornice ai due eventi principali, una costellazione di mostre, fiere, opening ed eventi di grande qualità, tra cui PAD, l’elegante fiera dedicata al design, ed Echo Soho, progetto piccolo, mirato, con un taglio curatoriale e una missione specifica.
FRIEZE LONDON & FRIEZE MASTERS: LA GRANDE PIATTAFORMA MONDIALE
Ogni anno, Frieze London (insieme a Frieze Masters) conferma la sua rilevanza come una delle fiere d’arte contemporanea di riferimento: con oltre 280 gallerie provenienti da circa 45 paesi, Regent’s Park si è dimostrato ancora una volta il place to be per i collezionisti. Nella prima giornata (su invito) ricchissima di pubblico, saltavano all’occhio la moltitudine di stand, linguaggi artistici, correnti geografiche e proposte di mercato per tutti i gusti. Come ogni fiera che si rispetti, è stato fondamentale pianificare la visita con mappa alla mano per non perdersi tra le sezioni “classiche” con gli stand dei big; “Echoes in the Present”, che esplorava le connessioni tra artisti del Brasile, dell’Africa e delle loro diaspore; “Artist-to-Artist”, con sei artisti affermati che hanno presentato i progetti di altrettanti artisti emergenti; e “Focus”, dedicata alle gallerie emergenti.
FRIEZE LONDON: LE GALLERIE CHE CI HANNO COLPITO
Tanta pittura e qualche scultura in questa edizione di Frieze, che mai come quest’anno ha presentato una ricca commistione di lavori, con proposte convincenti accanto a quelle più divertenti. Partendo dai grandi, Gagosian ha presentato le opere (tutte vendute) di Lauren Halsey che esplorano i temi della comunità, dell’identità e dell’impegno civile. Oltre alle grandi pareti esterne e al totem centrale all’interno dello stand, ci ha colpito la serie di lavori a incisione su gesso appesi alle pareti, che si potevano leggere solo da vicino.
A fianco, spiccava il grande arazzo Cadence – While We Wait and Watch (2025) di Otobong Nkanga proposto da Lisson Gallery e presentato qui per la prima volta. Terra, risorse e sfruttamento sono i temi di Nkanga, che evoca i modelli ciclici dell’estrazione mineraria, dei viaggi migratori e della rigenerazione: i suoi lavori sono meditazioni poetiche sulla resilienza e sulla vulnerabilità degli ecosistemi.
D’impatto anche lo stand di Timothy Taylor che ha portato nuovi lavori (quasi tutti venduti) di Daniel Crews-Chubb tra pittura e scultura. In particolare, i suoi dipinti sono il risultato di un processo che coinvolge pittura, disegno e collage: l’artista versa, lancia e spruzza inchiostro e pigmento sulla tela prima di ricavare una figura che si forma spontaneamente. Le tre imponenti figure che si ergono da basi in legno di recupero pesantemente lavorato ricordano invece divinità mitologiche, totem cerimoniali e sentinelle sacre.
ECHO SOHO: LA FIERA “ALTERNATIVA” E RICERCATA
Tra le novità della settimana londinese spiccava Echo Soho, un’elegante fiera allestita negli spazi di Artists House nata con l’obiettivo di dar voce alle gallerie guidate da donne (Alice Black, Alice Amati, AWITA, Berntson Bhattacharjee, Gillian Jason Gallery, House of Bandits, LAMB, Liminal Gallery, Lizzie Glendinning, Pipeline, Wilder, Wondering People) e agli artisti meno rappresentati nel circuito principale. Ideata da India Rose James (fondatrice della galleria Soho Revue), questa “boutique art fair” è stata un’occasione di incontro e di riflessione sul tema delle voci femminili e dello spazio che occupano nell’arte contemporanea.
Il contesto intimo e rilassato ha offerto la possibilità di parlare con i galleristi e di farsi raccontare il loro interesse verso nuovi talenti, creando così una narrativa alternativa alle fiere mainstream.
Tra i progetti si segnala quello di Berntson Bhattacharjee che ha trasformato la cappella dell’Artist’s House con un’installazione site-specific dell’artista polacca Alicja Biala (1993), creata in situ un mese prima della fiera. La terra desolata di Biala riflette un mondo in cui le piante hanno assorbito i metalli dalla terra contaminata, diventando esse stesse metallo. Sculture in bronzo crescono dalle pareti e dal terreno roccioso, facendoci riflettere sulla capacità della natura di rinnovare la terra, di pulirla e di riparare i nostri errori.
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