L’arte non è volontariato

Un’analisi (di parte) del sistema culturale italiano, dove “passione” e “cura del patrimonio” diventano spesso il sinonimo elegante di un lavoro non pagato. Un tentativo di manifesto contro la retorica della gratuità culturale.

Sono nauseato quando sento la retorica della “cura del patrimonio”, payoff di un sistema volontaristico del mondo culturale che maschera un modello di sfruttamento istituzionalizzato.
Sono stanco di vedere generazioni di professionisti costrette a chiamare “passione” ciò che dovrebbe essere lavoro.
Sono abbattuto perché il volontariato nel sistema culturale è diventato la stampella di un settore pubblico che arranca e l’alibi per far risparmiare quello privato.

In Italia, amare ciò che fai sembra diventare una forma di ricatto per molti datori di lavoro.
Tu che leggi queste parole – non so se lavori nel mondo dell’arte o provieni da un altro settore – devi sapere che troppo spesso, per accedere a questa realtà, bisogna passare da esperienze non retribuite, dove “la passione” diventa l’unica moneta di scambio.

Io, che da anni “milito” in questo ambiente, mi sono sentito dire più volte che ciò che facevo era un privilegio, un’occasione unica. In realtà, i rapporti di lavoro non erano regolamentati da alcun contratto e il pagamento era basso o in nero.
“E allora perché lo accettavi?”
Perché non c’erano alternative e solo negli ultimi anni si è iniziato a porre attenzione ai diritti del lavoro di questo settore. È ancora poco, ma lentamente se ne comincia a parlare. E vi assicuro che è già una piccola vittoria contro i tabù che da sempre affossano il mondo dell’arte.

Musei, fondazioni e istituzioni pubbliche – costretti da un sistema politico che non lascia grandi alternative – sostituiscono personale pagato con “esperienze formative” che rappresentano ignobili toppe al posto di diritti.
Un meccanismo che porta un’intera generazione di professionisti della cultura a considerare lo sfruttamento come una prova di merito dopo anni di studio e specializzazione.

Ho avuto esperienze di insegnamento e formazione anche all’estero, in particolare in Spagna e in Francia, e vi posso assicurare che la preparazione teorica e culturale offerta dalle nostre università e dai nostri licei è imparagonabile.
Questo significa che ogni anno si laureano giovani con competenze altissime, ma con un deserto di possibilità lavorative all’orizzonte.

Protesta a Bologna per chiedere il riconoscimento economico del lavoro culturale

L’ultima indagine di Art Workers Italia – la prima associazione che si occupa in modo strutturato dei lavoratori del mondo dell’arte – mostra chiaramente che l’86% degli art workers nel nostro Paese possiede una laurea magistrale o un titolo superiore, e il 27,8% ha studiato all’estero.

Un capitale umano straordinario, costruito con anni di formazione, esperienze internazionali, borse di studio pubbliche e sacrifici economici da parte delle famiglie o degli stessi studenti.
Tuttavia, quando si entra nel mondo del lavoro, lo scenario è indecente: quasi un art worker su due dichiara un reddito annuo inferiore ai 10.000 euro (al di sotto della soglia di povertà), e il 36% non viene retribuito per la maggior parte degli incarichi.

In una situazione del genere, ça va sans dire, la precarietà diventa la condizione e la regola dell’intero sistema.
Il 58,5% degli art workers lavora più di 40 ore a settimana, e il 15% supera addirittura le 60. Nonostante ciò, il 55% dei lavori non è regolato da un contratto scritto e l’88% dei professionisti non è iscritto a un sindacato o a un’associazione di categoria.

Loro la chiamano “flessibilità”, ti raccontano la favola del “tanto hai una partita IVA, puoi trovarti nuovi clienti nel frattempo e sei libero di lavorare da dove vuoi”. Poi però devi essere sempre reperibile e sull’attenti, e soprattutto non si capisce quale sia questo tempo libero, forse la notte.
Dietro questa “grande possibilità”, che ogni datore di lavoro sembra elargire come un dono, si nasconde un’estrema fragilità e una mancanza di tutele enorme.

L’errore di fondo è considerare l’arte come un bene da custodire, e non come un ecosistema da sostenere e da regolamentare.
Da qui nasce la mia critica verso organizzazioni e istituzioni – anche locali – che usano i volontari come forza lavoro.
Un museo o un palazzo storico tenuto aperto grazie ai volontari non è un luogo vivo, ma un edificio che sopravvive grazie al lavoro gratuito, quindi allo sfruttamento.
Un processo pericoloso che ha portato il sistema del lavoro artistico a una situazione devastante.
Perché pagare qualcuno, quando ci sono pensionati, volontari, studenti e stagisti disposti a farlo gratis?

Questo atteggiamento, nel tempo, ha contribuito a svalutare figure professionali, titoli di studio, percorsi formativi ed esperienze lavorative pregresse, ponendo un ottimo professionista al di sotto di un volontario.
Lo stesso discorso vale per gli artisti, costretti a lottare con chi coltiva questa pratica come “hobby domenicale”, generando ulteriore caos in questo sistema del lavoro.

Un mondo del lavoro senza tutele, senza riconoscimenti ufficiali, né categorie formalmente definite, crea un sistema professionale caotico dove illegalità e sfruttamento possono agire indisturbati.

Forse il problema sta proprio nel concetto di cura del patrimonio, tanto caro al mondo dell’arte, che non dovrebbe essere interpretato come un sacrificio in nome di un bene comune, ma riconosciuto come un lavoro vero e proprio, fondato sul valore del tempo, delle competenze e degli anni di formazione necessari per arrivare a quel livello di esperienza.
Serve un cambiamento strutturale, che parta dal riconoscimento economico del lavoro culturale, con una regolamentazione chiara, contratti definiti e una lotta al precariato istituzionale.

Manifestazione contro il lavoro non retribuito nel settore culturale

E quindi?
Direi di iniziare a lavorare con un senso comune e collettivo.
Incontriamoci, parliamone, confrontiamoci sulle strade da intraprendere, iniziamo a raccogliere testimonianze e boicottiamo – dove possibile – le situazioni in cui il volontariato diventa il nemico di un lavoro retribuito o viene presentato come unica possibilità per la gestione del patrimonio culturale.

Lavorare nel mondo dell’arte non deve essere (più) volontariato! 

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Alessio Vigni
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