Tropical Studio #15. Zé Tepedino: una città come atelier

Per questo appuntamento con Tropical Studio, Matteo Bergamini intervista a Zé Tepedino, artista brasiliano rappresentato da Casa Triângulo, che racconta la sua poetica sospesa tra materia, memoria e vento. Dalla scena di Rio a mostre internazionali, la sua pratica intreccia poesia e paesaggio in continua trasformazione.

Rappresentato dalla galleria Casa Triângulo di San Paolo, Zé Tepedino (Rio de Janeiro, 1990) vanta già una carriera internazionale, sviluppata in tutto il mondo: ABC Arte, in Italia, gli ha dedicato una personale nel 2024, negli spazi di Milano e Genova; nello stesso anno, l’artista ha preso parte al programma di residenza Alserkall e alla Galleria Isabelle, a Dubai (Emirati Arabi Uniti), ha realizzato la mostra “Marina”, mentre oggi sta preparando una nuova personale per la galleria Ysasy, a Los Angeles, prevista per il 2026.

Nella sua ultima mostra personale, alla galleria Casa Triângulo di San Paolo, le opere erano accompagnate da una breve poesia scritta dallo stesso artista, così illuminante che, da sola e in poche righe, raccontava molto meglio di qualsiasi testo critico la sua stessa pratica: “Dopo un giorno di pioggia, come una goccia, il vento taglia. Ogni notte signori dietro i loro mazzi di carte accumulano appunti sul tempo. Il vento attraversa l’orizzonte, che insiste ad alzarsi e indossare gli stessi vestiti. Un angolo di strada visita un’altra città, che come un braccio ingessato decide di portare solo ciò che il corpo ricorda. Mentre la finestra si chiudeva, si sono salutati. E lì dentro, a poco a poco, tutto ha ritrovato il proprio nuovo posto”. Queste parole descrivono perfettamente anche il luogo di lavoro di Zé, un capannone in un’area tranquilla del vivace quartiere di Lapa, che appartiene ancora agli artisti Daniel Senise e Angelo Venosa, quest’ultimo scomparso nel 2022; un ambiente che si configura come un paesaggio in sé, aperto e soggetto alle variazioni della luce, del tempo, di uccelli…e del vento!

Zé Tepedino, vista dell'atelier. ph. Eduardo Dall'Oglio, courtesy l'artista
Quando ho visitato "Vento Corta" avevo pensato di inviarti un messaggio, dicendoti che sei stato il tuo miglior critico...

[Ride, ndr] Ho deciso di scrivere io stesso perché sento che il lavoro, effettivamente, è ancora molto vivo nei momenti che antecedono la mostra: invitare una persona a scrivere sarebbe voler anticipare molte tappe. Inoltre, ho pensato che sarebbe stato bello chiamare qualcuno per scrivere dopo che la mostra fosse stata allestita, perché prima – un critico o un curatore, avrebbe scritto di opere che nemmeno sarebbero state selezionate. Infatti, sono state portate in mostra solo una parte delle sessanta opere che ho concluso, sebbene l’idea iniziale fosse di rimontare l’intero atelier in gallerie. Letteralmente. Ma solo undici sono state esposte. Chissà che scrivere dopo non diventi realtà nelle prossime…

Per come è l'atelier in questo momento, sembra che tu abbia allestito un'altra personale!

È molto ricco, si! Mostra come tutto sia in relazione e come lo spazio diventi sempre più importante. È un incontro di elementi che si guardano l’uno con l’altro. Inoltre, questo capannone aperto è già di per sé un “accadimento”…

Quando sono venuto qui, l'anno scorso, hai parlato dei "tocchi" che i materiali che scegli hanno già ricevuto durante la loro vita: il tocco del sole, del vento, delle mani dei lavoratori, persino di quelle di chi li butta via, affermando che – di fatto – i tuoi incontri con questi oggetti, quasi sempre, avvengono per caso, percorrendo il tragitto da casa all'atelier...

Non è una novità nella pratica dell’arte, ma l’atto stesso di camminare è diventato lavoro, tanto che recentemente ho invitato un gruppo di persone per una “passeggiata” da Grumari [quartiere sulla costa ovest di Rio, nrd] a Glória [quartiere del centro, ndr]: quasi sessanta chilometri di costa in tredici ore. Ho formalizzato questa pratica come un progetto artistico quest’anno, dopo aver attraversato il confine tra Olanda e Francia, mentre ero in Belgio, nel 2023, e aver reso omaggio a Tim Maia [uno dei più fenomenali cantautori della Musica Popular Brasileira, ndr] l’anno scorso, invertendo la sua canzone, Do Leme ao Pontal: io l’ho trasformata in “Do Pontal ao Leme”, secondo la direzione del percorso. Ora, l’idea da Grumari a Glória è venuta dalla relazione quasi formale, sonora, tra le due parole.

Questa è un'altra cosa che è rimasta impressa nella mia memoria dopo la nostra prima conversazione: l'uso di titoli che siano evocativi e che diano indizi per altri lavori, o per legarli l'uno all'altro...

I titoli che funzionano, per me, sono quelli che arrivano in un luogo che è realmente interessante, ovvero avvicinandosi realmente al lavoro o rivelando un’altra sua faccia. In questo, mi piace anche essere molto letterale: a volte è interessante, ma dipende dal caso specifico. Così come con gli oggetti, ho l’abitudine di collezionare parole, espressioni, detti, proverbi… Ogni volta che mi imbatto in qualcosa di questo genere che credo essere potente come un possibile titolo, lo annoto in modo dettagliato, affinché un lavoro possa incontrarlo successivamente.

Zé Tepedino, vista dell'atelier. ph. Eduardo Dall'Oglio, courtesy l'artista
In ogni caso, penso che aprano sempre un'altra visione...

Come trovo cose prossime alla nostra quotidianità, un po’ banali, un po’ ai margini, adoro anche questo incontro di parole o espressioni molto ricorrenti nella vita di tutti i giorni. Recentemente ho dato un titolo a un lavoro che, per me, aveva un carattere che mi rimandava all’attesa: era composto da un grande telone a strisce, con bande verdi e beige, di poco più di 4,20 metri di lunghezza e 3 di larghezza. Buona parte del telone, che dal soffio arrivava a sfiorare leggermente il pavimento, era coperto da muschio. In quell’area dove “atterrava” ho posizionato due bottiglie e una palla, alle estremità. Il muschio chiaramente portava con sé l’idea di un forte passaggio del tempo e per il modo in cui ho scelto di disporre il telone e nell’atto di aggiungere oggetti per fissarlo a terra – in maniera provvisoria, ho costruito quella che per me era una sensazione: come se qualcuno fosse uscito e velocemente sarebbe tornato. Guardando il lavoro sono andato in cerca dei miei quaderni, in cerca di un titolo che “conversasse”. Ho trovato annotato in molte note l’espressione “dopo ti telefono”: l’ho chiamato così. Quindi, insomma, costruisco questa o altre approssimazioni poetiche tra ciò che il lavoro enuncia, unendolo a qualche parola o modo di dire che usiamo costantemente. Tutto questo racconta, forse in modo più concettuale, ciò che il lavoro mi “presenta” inizialmente.

Quasi come se le parole, o queste espressioni idiomatiche, diventassero oggetti.

Esatto. Una letteratura oggettuale.

Zé Tepedino, vista dell'atelier. ph. Eduardo Dall'Oglio, courtesy l'artista
Rio de Janeiro è la tua città, la sua identità ispira la tua poetica: che ne dici di raccontare un po' di più sugli “incontri” e le relative trasformazioni di questi materiali così carioca?

La mia connessione con questi materiali – come i chioschi, gli ombrelloni, le infradito, è nata da un interesse graduale. Ho tentato negoziare direttamente con i lavoratori delle spiagge, ma ho capito che non era la strada più percorribile per ottenere la quantità di materiale che cercavo. Alla fine ho trovato un fornitore alternativo: un uomo che ripara queste strutture. L’alluminio delle capanne ha un ciclo di riutilizzo, ma le parti di telone sono ciò che veramente mi cattura. Con il tempo, questo materiale sviluppa una patina, un invecchiamento che lo trasforma in qualcosa di vicino alla pittura. Spuntano incidenti, segni e storie sul tessuto che suscitano il mio interesse: non vedo questo materiale come spazzatura, ma come qualcosa in un altro stadio di potenza. Sebbene venga scartato dai commercianti, per me porta con sé una potenza poetica latente – la capacità di tramutarsi in qualcos’altro. Lo stesso ragionamento si applica alle havaianas che trovo abbandonate nel centro della città. Per me, queste infradito rappresentano un’esplosione poetica: sono materiali testimoni del camminare delle persone, con una vita quasi autonoma – si rompono all’improvviso e rivelano come i cittadini affrontino, o meno, la loro riparazione. Le grucce di legno, un’altra categoria di oggetti che quasi non esiste più, mi affascina a sua volta. Mentre il mondo migra verso grucce di plastica o metallo, queste accumulano memorie. Molte portano nomi scritti, dati personali che conferiscono loro un carattere intimo. A volte, quando trovo un’iscrizione particolarmente significativa – come “Celeste” o “Colégio” – la assumo come titolo dell’opera. Sono queste tracce, queste materialità ai margini, con le loro storie e potenziale di trasformazione, che veramente mi muovono.

Zé Tepedino, vista dell'atelier. ph. Eduardo Dall'Oglio, courtesy l'artista
Utilizzi la pratica del ready-made, come mostrava molto bene quel lavoro che era in gestazione l'anno scorso, costituito da una linea dell'orizzonte creata da dipinti di marine, turistiche e naïf, trovate nei mercatini, che hai già trasformato in un'altra forma...

Senz’altro, visto che il mio lavoro è impregnato di materiali già esistenti. La linea dell’orizzonte che era lì e che oggi ha assunto un’altra forma era quasi una duplicazione: un lavoro sopra altri lavori. Comincio a capire sempre di più che tutti i progetti sono solo pezzi di un insieme più grande. Come una trapunta di ritagli, e questi ritagli li riposiziono, a volte li disfo, altre li duplico, e a volte li perdo persino, ma tutto fa parte di qualcosa di più grande.

Un'altra cosa che mi ha molto interessato è stata la tua scelta riguardo alle dimensioni dei lavori: se non sbaglio, hai detto che cerchi sempre di rispettare la scala reale dell'oggetto...

È vero: cerco sempre di rispettare la scala delle cose come sono, senza sovradimensionare o ridurre troppo. A volte capita, certo, ma non è una cosa che premedito per raggiungere una dimensione più commerciale, sai? Quel lavoro è di quelle dimensioni perché l’asciugamano utilizzato è di quelle dimensioni. Penso che questa sia una limitazione importante e porti un’affermazione dell’essenza delle cose.

Per chi non sa nulla di te, puoi raccontare un po' della tua formazione? Vieni da una Facoltà di Belle Arti?

Non vengo dall’arte, no. Ho studiato Comunicazione Visiva alla PUC. Tutto è iniziato come un interesse molto intuitivo; mi sono avvicinato fin da giovane alle cose che avevano un certo carattere visivo: la moda, il design grafico, la fotografia. Curiosamente, non avevo alcun riferimento familiare, nessuno vicino a me aveva una relazione con l’arte, ma nella mia adolescenza e all’inizio dell’età adulta gli amici con cui mi identificavo di più e con cui avevo gli scambi più stimolanti erano i miei amici artisti, cioè, quelli che stavano tastando cose vicine a questo campo. Alexandre Baltazar è uno di loro, quando adolescente ci scambiavamo molte idee, finché un giorno mi ha detto – “Amico, tutte queste cose che ti piacciono hanno a che fare con l’arte, forse fare comunicazione visiva potrebbe essere un primo passo”. Così ho preso coraggio e ho fatto il test d’ingresso. Baltazar senza dubbio è stato colui che mi ha spinto dal precipizio. È stato un corso super completo; ho avuto l’opportunità di studiare con professori incredibili come Carlos Eduardo Félix da Costa (Cadu), che hanno aperto la mia prospettiva e il mio sguardo. Con lui, ho cominciato a essere più certo che in me esistesse davvero un grande interesse per le arti visive, ma nulla era molto chiaro in quel periodo, tutto ancora molto distante, senza un parametro. L’università era una grande scusa per mettere in pratica le mie inquietudini, cercando di capire in quali discipline le cose si incastrassero. Alla PUC avevamo laboratori di moda, falegnameria, uno studio di fotografia e aule di processi grafici. Era un sogno, il luogo dove qualsiasi giovane artista vorrebbe stare. Lì io, ovviamente, producevo tanto per le lezioni quanto per i miei primi progetti personali. Quando mi chiedevano spiegazioni, dicevo sempre che era qualcosa per la cattedra di Plastica. [ride, ndr]. Mi sono laureato insieme a Maxwell Alexander, Edu de Barros, Gabriel Moraes, Raoni Azevedo. Durante l’università conversavamo parecchio, e loro avevano già un gruppo formato e stavano già mettendo molta energia nella loro produzione, facendo cose che nemmeno loro sapevano bene cosa fossero, dove andassero, ma erano uniti e facevano “cose”. Fu così che fondarono la Igreja do Reino da Arte, che è stata un marchio molto significativo nel panorama dell’arte di oggi, a Rio. Nessuno capiva bene ed era proprio questo che era eccitante. Io ho avuto la fortuna di essere molto vicino a loro in quel momento e di essere contaminato. La Igreja è stata, ed è, un capitolo molto importante nella mia pratica. In quello stesso periodo io già vivevo con altri artisti – Peu Mello, Rafael Uzai, Alexandre Baltazar, Gabriel Mello Franco etc…, in una casa piena di atelier, nell’area do Alto do Joá. Un altro sogno. Lì mettevo in pratica molte cose in termini di scultura, installazioni: era una casa enorme, con un giardino gigantesco, che permetteva quasi che il lavoro già nascesse grande. In parallelo a tutto questo lavoravo per un brand di moda, la Osklen, e per la curiosità e la voglia di lavorare su molti fronti creativi ho finito per costruire una posizione molto ibrida all’interno del brand: disegnavo stampe, lavoravo alla produzione di eventi, realizzavo trofei, facevo l’immagine dei negozi, pensavo alle campagne pubblicitarie, fotografavo, filmavo…mille cose. Oskar [Oskar Metsavaht, medico, artista, designer e attivista ambientale che ha fondato il brand di moda nel 1989, ndr] mi ha insegnato molto, mi ha dato molta libertà e vedeva molto valore in quello che facevo, tanto che è stato il mio primo collezionista! Lavorare lì per 10 anni è stata una grande formazione, sia personalmente che professionalmente. Sono uscito solo quando l’arte ha iniziato a “reggersi in piedi”.

La pittura non è mai entrata nella tua pratica?

Non letteralmente: io disegno, uso a volte il colore, ma sono pochi i lavori che si posizionano in quel campo. In realtà, penso che le cose che faccio sempre si scontrino con la pittura, ma non la uso letteralmente: uso piuttosto un po’ di quello che mi viene offerto come già fatto, come materiale trovato. Il mio lavoro esiste molto di più in questa riorganizzazione e giustapposizione; combinando, ricombinando e scombinando, elementi. Anzi, organizzando! La maggior parte delle volte sto solo organizzando cose: “improvvisamente” succede un lavoro.

Cioè, hai una visione? Riesci a immaginare un'opera solo guardando i materiali che trovi?

Non sempre. A volte sto solo portando cose in atelier e questi oggetti si manifestano in una forma molto autonoma, sai? Quel lavoro lì, per esempio, è successo recentemente [Zé mostra un’opera, composta da un asciugamano e una cintura, creando una geometria in risalto sullo sfondo morbido, chiaro e macchiato, ndr]. L’asciugamano è stato comprato due anni fa, con altri due, da un signore che li utilizzava per avvolgere alcuni lampadari di bronzo; per questo hanno questa pigmentazione, questa ossidazione. Ho negoziato con l’uomo, anche perché non erano in vendita: per lui erano solo un involucro per la sua merce, ma sono riuscito a comprarli e sono rimasti in giro per l’atelier, fino a che due settimane fa ho tolto questa cintura che, per tanto uso, ha preso la forma della mia vita. Per caso ho messo la cintura sopra l’asciugamano ed è avvenuto questo incontro. Insomma, il mio lavoro è un incrocio tra le cose che si avvicinano per familiarità o per qualche, non sempre chiarita, relazione concettuale.

Zé Tepedino, vista dell'atelier. ph. Eduardo Dall'Oglio, courtesy l'artista
Quasi un incontro surrealista, già che abbiamo appena superato l'anno del centenario del movimento: l'unione di elementi che apparentemente non stanno insieme tra loro, ma improvvisamente si risolvono formalmente...

Quando avvengono questi incontri, in qualche modo sembra che siano sempre stati insieme. Ma è proprio questo il senso e appare quasi un processo razionale, anche se non lo è. Non sono molto per anticipare concettualmente le cose: faccio un disegno e provo a realizzare l’oggetto in modo istintivo, quasi infantile, avendo una risposta con il corpo.

Come sarebbe a dire?

Io lavoro con le cose alla portata del mio braccio, sai? Ad esempio: se esiste una relazione diretta con i materiali e le cose che hanno un tratto di personalità della mia città, è perché io vivo in questa città. Tutte le residenze che ho fatto fino ad oggi lo hanno dimostrato: il lavoro è una risposta all’intorno, io sono quasi solo un “mezzo”.

Zé Tepedino, vista dell'atelier. ph. Eduardo Dall'Oglio, courtesy l'artista
Trovo questo molto poetico: portare con sé un'esperienza di vita...

Esattamente. O, meglio, capire come mi risponderà l’oggetto sul quale sto finalizzando un’azione. Il mio ragionamento si unisce ai materiali e alle risposte che loro mi danno, ma è sempre in modo molto intuitivo.

Disegni, tracci schizzi?

Sì, ho molti quaderni di progetti, di disegni, che si sviluppano quando non sono in atelier… a volte sono osservazioni, a volte idee, a volte sono disegni veri e propri.

Osservandoli, ricordano schizzi quasi di architettura, per essere così puliti e minimalisti...

Sì, super design. Ma è solo un modo per riuscire a ragionare o, semplicemente, per far sì che alcune idee atterrino sulla carta per non perderle… Tutti questi disegni ritraggono pensieri appena nati, un tentativo di cercare un dialogo, di fatto, con una materia, anche perché la maggior parte di queste cose non sono mai esistite prima. Inoltre, annoto costantemente le parole o le unioni di parole che, possibilmente, potranno diventare titoli. Nei quaderni continuo a depositare cose finché, in un momento o nell’altro, nasceranno. O forse continueranno a esistere solo qui, tra le pagine.

Tornando agli oggetti di questo paesaggio carioca, includi anche: scatole di polistirolo, sacchetti del ghiaccio, lattine, corde, persino foglie di palma…

I coperchi di polistirolo sono un altro elemento super caratteristico della città: il processo di resinarli è quasi un tentativo di perpetuare un po’ il tempo di vita di questo materiale, la cui identità è molto fragile. È anche un ricordo del processo di produzione delle tavole da surf, che altro non sono che “polistirolo” resinato con fibra di vetro. Ma c’è anche il riferimento all’antico vernissage, cioè alla pratica di passare la vernice sulle tele un giorno prima di aprire gli antichi saloni: un punto finale nel processo della creazione. Con le lattine, ho fatto un’installazione che diventa un’opera sonora, avendo bisogno però della pioggia, diventando – di fatto – un’opera che funziona in relazione all’ambiente. I sacchetti di ghiaccio sono ancora in fase di elaborazione, li sto sperimentando con sovrapposizioni e combinazioni con le bandiere nautiche, con la resina… credo sia un materiale molto pittorico e capace di infinite risposte.

Zé Tepedino, vista dell'atelier. ph. Eduardo Dall'Oglio, courtesy l'artista
Ora, parlando di materiali fuori dal comune, parliamo di collezionisti: c'è un profilo dei tuoi? O c'è qualcuno che è rimasto spiazzato dal fatto che le tue opere, spesso, non abbiano uno standard “chiuso”, che non rientrino in una cornice?

Non so esattamente se esista un profilo, sinceramente non ci faccio molta attenzione. Quello che considero è la vita del lavoro, nonostante non mi confronti con la pittura e “formattazioni” più tradizionali. Senza dubbio, chi si interessa alla mia produzione si connette proprio per queste sorprese di supporti, formati, materiali…Ma penso che nessuno si trovi spiazzato. In fin dei conti, cose molto radicali venivano già fatte 80 anni fa, spalancando le porte e ampliando tutte le possibilità del fare artistico. Il mio impegno, ad ogni modo, resta con la poetica del lavoro: i formati devono rispondere a quello e non a una richiesta specifica.

E la conservazione?

Questo è un tema stimolante, ma come ti ho detto il mio impegno è con la poetica, e sento sempre di più che il lavoro è vivo, pulsante, su alcuni fronti più che in altri. Ci sono lavori che nascono e muoiono per la semplice approssimazione di oggetti, altri per una singola cucitura, altri per azioni… Ma non cambio procedure, né smetto di lavorare con alcuni materiali per il fatto di sapere che si deterioreranno, anche se ci sto attento. Certo è che se l’opera passerà a un’altra persona dovrà essere accompagnata da una serie di istruzioni, ma sinceramente non mi sono ancora dedicato a questo. So che per alcuni lavori è necessario, e lo farò. Tuttavia, sono più interessato all’estremo opposto, ai lavori che hanno un ciclo di esistenza, a ciò che ne promuove la vita, anche solo per solo pochi minuti… Conservare ha a che fare con il tentativo di perpetuare qualcosa, con una certa idea di morte e mummificazione delle cose: trovo questo concetto molto delicato. Con il mio amico Raoni Azevedo ne parliamo molto. Ad ogni modo, oggi tu stai avendo l’opportunità di vedere l’atelier in uno stato molto vivo; molte di queste cose esisteranno solo qui, in questo tempo e in questa disposizione. Sai, smonterò tutto la prossima settimana e sono proprio curioso, io stesso, di sapere cosa resterà come “lavoro” e che cosa tornerà ad essere solo “materiale”: un oracolo per le prossime azioni.

LINK

Tropical Studio #15. Zé Tepedino: uma cidade como ateliê

Representado pela galeria Casa Triângulo, em São Paulo, Zé Tepedino (Rio de Janeiro, 1990) já tem uma carreira internacional, desenvolvida ao redor do mundo: a ABC Arte, na Itália, dedicou-lhe uma individual em 2024, nos espaços de Milão e Gênova; no mesmo ano, o artista fez parte do programa de residência Alserkall e na Galeria Isabelle, em Dubai (Emirados Árabes) realizou a exposição “Marina”, enquanto hoje está preparando uma nova individual para a galeria Ysasy, em Los Angeles, prevista em 2026.

Na última exposição individual de Zé Tepedino, na Casa Triângulo, as obras eram acompanhadas por um breve poema escrito pelo mesmo artista, tão iluminante que, sozinho e com poucas linhas, relatava bem melhor do que qualquer texto crítico a própria poética: “Após um dia de chuva, como goteira, vento corta./ Toda noite senhores por trás dos seus baralhos, acumulam notas sobre o tempo./ Vento atravessa o horizonte, que insiste em se levantar e vestir as mesmas roupas. […] Uma esquina visita outra cidade, que como um braço engessado decide levar apenas o que o corpo lembra./ Enquanto a janela fechava, se despediram. E lá dentro, aos poucos, tudo foi reencontrando seu novo lugar”. Caberiam essas palavras, também para descrever o local de trabalho de Zé, um galpão em uma área tranquila do badalado bairro da Lapa, que ainda é dos artistas Daniel Senise e Angelo Venosa, falecido em 2022; um ambiente que se configura como uma paisagem em si, aberto e sujeito às variações da luz, do tempo, de passaros e do vento!

Quando visitei “Vento Corta” até pensei em lhe enviar uma mensagem, dizendo-lhe que você foi o seu próprio melhor crítico…

[Risas, ndr] Resolvi escrever eu mesmo porque sinto que o trabalho, de fato, ainda está muito vivo nos momentos que antecedem a exposição: convidar uma pessoa para escrever sobre seria querer antecipar muitas etapas. Inclusive, pensei que teria sido legal chamar alguém para escrever depois que a exposição estivesse montada, pois antes – um crítico ou um curador, escreveriam sobre obras que eu nem selecionei. Afinal de contas, foram levados para a exposição só uma parte dos sessenta trabalhos que concluí, embora a ideia inicial que apresentei para a galeria era levar o ateliê inteiro. Literalmente. Mas só onze foram expostos. Quem sabe escrever depois não se torne um fato para as próximas…

Por como está o ateliê nesse momento, parece que você montou mais uma individual!

Ficou bem rico, é mesmo! Mostra como tudo está em relação e como o espaço se torna cada vez mais importante. É um encontro de elementos que vão puxando o olho um para o outro. Além disso, esse galpão aberto já por si só é um acontecimento…

Quando vim aqui, no ano passado, você falou dos “toques” que os materiais que você escolhe já receberam durante a “vida” deles: pelo sol, pelo vento, pelas mãos dos trabalhadores, até por aquelas de quem os joga fora, proporcionando – de fato, os seus encontros com esses objetos que, quase sempre, acontecem por acaso percorrendo a trajetória de casa ao ateliê…

Não é sequer novidade na prática da arte, mas o meu próprio caminhar se tornou trabalho, até que recentemente fiz um convite para uma caminhada de Grumari (bairro no litoral oeste do Rio, nrd) à Glória (bairro do centro, ndr): quase sessenta quilômetros de costa em treze horas. Formalizei essa prática como um projeto esse ano, depois de ter cruzado a fronteira entre Holanda e França, enquanto estava na Bélgica, em 2023, e homenageado Tim Maia no ano passado, invertindo a música dele, Do Leme ao Pontal: comigo se tornou “Do Pontal ao Leme”, conforme à direção do trajeto. Agora, a ideia de Grumari à Glória veio pela relação quase formal, sonora, entre as duas palavras.

Essa é mais uma coisa que ficou gravada na minha memória depois da nossa primeira conversa: o uso de títulos que sejam evocativos e que deem pistas para outros trabalho, ou para amarrá-los um ao outro…

Os títulos que funcionam, para mim, são aqueles que chegam a um lugar que realmente é interessante, ou seja, aproximando-se mesmo ao trabalho ou revelando uma outra face dele. Até gosto de ser muito literal nisso: às vezes é interessante, mas depende muito do caso específico. Assim como com os objetos, tenho o habito de colecionar palavras, expressões, ditados, provérbios…Sempre que tropeço em algo desse gênero que acredito ser potente como um possível titulo, anoto-o de uma forma especifica, até que um trabalho possa encontrá-lo logo em seguida.

Porém, de qualquer forma, acho que sempre abrem uma visão…

Da mesma forma que eu encontro coisas as quais a gente está constantemente próximo, repetitivas do nosso dia a dia e meio banais, meio às margens, eu adoro também esse encontro de palavras ou expressões muito recorrentes no dia a dia. Recentemente dei um título para um trabalho que, para mim, tinha um caráter que me remetia à espera: o trabalho era composto por uma grande lona listrada, com faixas verdes e beje, de pouco mais de 4,20 metros de comprimento e 3 de largura. Boa parte da lona, que ia quase do teto e tocava levemente o chão, estava coberta por limo. Nessa área que ela pousava eu posicionei duas garrafas e uma bola bem nas extremidades. O limo claramente carregava uma severa passagem do tempo e pela forma como escolhi dispor a lona e esse gesto de adicionar objetos para fixa-lá ao chão – de maneira provisória, construí uma sensação para mim. Como se alguém tivesse saído e em breve voltasse. Olhando para o trabalho fui em busca dos meus cadernos, atras de um titulo que conversasse com ele. Encontrei anotado em muitas das notas a expressão “depois te ligo”. Chamei-o assim. Então, enfim, eu construo essa ou outras aproximações poéticas entre o que o trabalho enuncia, juntando-o com alguma palavras ou jeitos de falar que usamos constantemente. Tudo isso vai relatar, de uma forma mais conceitual, o que o trabalho me apresentou.

Quase como se as palavras, ou essas expressões idiomáticas, tornassem-se objetos.

Exato. Uma literatura objetual.

O Rio de Janeiro é a sua cidade, a identidade dela inspira a poética de você: que tal contar mais um pouco sobre os “encontros” e as relativas transformações desses materiais carioquíssimos?

A minha conexão com esses materiais – como as barracas de praia, os guarda-sóis, os chinelos, surgiu de um interesse gradual. Cheguei a tentar negociar diretamente com os trabalhadores das praias, mas percebi que não era o caminho mais viável para obter a quantidade de material que buscava. Acabei encontrando um fornecedor alternativo: um homem que conserta essas estruturas. O alumínio das barracas tem um ciclo de reaproveitamento, mas os panos – as partes de lona, são o que verdadeiramente me capturam. Com o tempo, esse material desenvolve uma pátina, um envelhecimento que o transforma em algo próximo da pintura. Surgem acidentes, marcas e histórias sobre o tecido que despertam meu interesse: eu não vejo esse material como lixo, mas como algo em outro estágio de potência. Embora seja descartado pelos comerciantes, para mim ele carrega uma potência poética latente – a capacidade de se transmutar em outra coisa. O mesmo raciocínio se aplica às havaianas que encontro abandonadas no centro da cidade. Para mim, esses chinelos representam uma explosão poética: são materiais testemunhas do caminhar das pessoas, com uma vida quase autônoma – quebram-se subitamente e revelam como as pessoas lidam, ou não, com seu conserto. Os cabides de madeira, outra categoria de material que quase não existe mais, também me fascinam. Enquanto o mundo migra para cabides de plástico ou metal, esses objetos acumulam memórias. Muitos trazem nomes escritos, dados pessoais que lhes conferem um caráter íntimo. Às vezes, quando encontro uma inscrição particularmente significativa – como “Celeste” ou “Colégio” – assumo-a como título da obra. São esses vestígios, essas materialidades à margem, com suas histórias e potencial de transformação, que verdadeiramente me movem.

Você atinge a prática do ready-made, como mostrava muito bem aquele trabalho que estava em gestação no ano passado, constituído por uma linha do horizonte criada por pinturas de marinhas, turísticas e naïf, achadas nas feiras, que você já transformou em outra forma…

Atinjo, já que o meu trabalho está embebido de materiais já existentes. A linha do horizonte que estava lá e que hoje assumiu outra forma era quase uma duplicação: um trabalho em cima de outros trabalhos. Começo a cada vez entender que todos os trabalhos, são apenas pedaços de um conjunto maior. Como uma colcha de retalhos, e esses retalhos eu reposiciono, as vezes desfaço, outra hora duplico, e as vezes até perco, mas tudo é um pedaço de algo maior.

Mais uma coisa que me deixou muito interessado foi a sua escolha a respeito do tamanho dos trabalhos: se não estiver errado, você falou que sempre tenta respeitar a escala real do objeto…

É mesmo: eu sempre tento respeitar a escala das coisas como elas já são? Sem superdimensionar ou reduzir demais. Às vezes acontece, claro, mas não é uma coisa que eu premedito para alcançar uma dimensão mais comercial, sabe? Aquele trabalho é daquele tamanho porque a toalha utilizada é daquele tamanho. Acho que isso é uma limitação importante e traz uma afirmação das essências das coisas.

Para quem não sabe nada sobre você, pode contar um pouco sobre a sua formação? Vem de uma Faculdade de Belas Artes?

Não venho das artes, não. Estudei Comunicação Visual, na PUC. Foi realmente um interesse muito intuitivo; aproximei-me desde jovem das coisas que tinham algum caráter visual: a moda, o design gráfico, a fotografia. Curiosamente, não tinha nenhuma referência familiar com isso, ninguém próximo de mim tinha uma relação com a arte, mas na minha adolescência e o inicio da fase adulta os amigos com quem mais me identificava e tinha as trocas mais instigantes eram os meus amigos artistas, ou que pelo menos estavam tateando coisas próximas desse campo. Alexandre Baltazar é um deles, quando adolescente trocávamos muito, até que um dia ele me disse – “Cara, todas essas coisas que você curte têm a ver com arte, talvez fazer comunicação visual possa ser um primeiro passo”. Assim tomei coragem e prestei vestibular. Baltazar sem duvida foi que me empurrou do precipício. A faculdade foi um curso super abrangente; tive a oportunidade de estudar com professores incríveis como Carlos Eduardo Félix da Costa (Cadu), que abriram a minha perspectiva e o meu olhar. Com ele, comecei a ficar mais certo de que realmente existia em mim um grande interesse pelas artes visuais, nada era muito claro naquela época, tudo ainda muito distante, sem um parâmetro. A faculdade era uma grande desculpa para colocar em pratica minhas inquietações, uma questão de entender em que matéria cada coisa se encaixava. Lá tínhamos laboratórios de moda, marcenaria, estúdio de fotografia e laboratórios de processos gráficos. Era um sonho, o lugar onde qualquer jovem artista gostaria de estar. Lá eu, obviamente, produzia para as aulas mas também já iniciava meus próprios projetos. Quando me perguntavam sobre, eu dizia sempre que era algo pra aula de plástica. [risos, ndr]. Formei-me junto com Maxwell Alexander, Edu de Barros, Gabriel Moraes, Raoni Azevedo. Durante a faculdade trocávamos bastantes, e eles já tinham um grupo formado e estavam já colocando muita energia na produção deles, fazendo coisas que nem eles sabiam muito o que era, para onde iam, mas estavam perdidos juntos e fazendo coisas. E assim fundaram a Igreja do Reino da Arte, que foi um marco muito significativo na historia da arte do Rio de Janeiro. Ninguém entendia direito e era justamente isso que era excitante. Eu tive a sorte de estar muito perto deles nesse momento e ser contaminado. A Igreja é e foi um capitulo muito importante na minha pratica, depois podemos falar disso. Nesse mesmo período eu já tinha saído de casa dos meus pais e morava com outros artista (Peu Mello, Rafael Uzai, Alexandre Baltazar, Gabriel Mello Franco etc…) em uma casa cheia de ateliês no alto do Joá. Um outro sonho. Lá colocava muita coisa em pratica em termos de escultura, instalações: era uma casa enorme, com um jardim gigantesco, que permitiu quase que o trabalho já nascesse grande. Em paralelo com tudo isso trabalhava em uma marca de moda, a Osklen, e por tantas curiosidades e vontade de trabalhar com muitas frentes criativas acabei construindo uma posição muito híbrida dentro da marca onde conseguia desde desenhar estampas, produzir eventos, confeccionar trofeus, fazer visual das lojas, construir imagem, pensar em campanha, fotografar, filmar…mil coisas. Oskar [Oskar Metsavaht, médico, artista, designer e ativista ambiental que fundou a marca de moda em 1989, ndr] ensinou-me muito, deu-me muita liberdade e via muito valor no que eu fazia, tanto é que foi o meu primeiro colecionador! Trabalhar lá durante 10 anos foi uma grande formação, quer pessoalmente, quer profissionalmente. Saí quando a arte começou a dar pé.

Então a pintura nunca entrou na sua prática?

Não literalmente: eu desenho, uso tinta as vezes, mas são poucos trabalhos que se mantem nesse campo. Aliás, acho que as coisas que faço sempre se esbarram com a pintura, mas não a uso literalmente: utilizo mesmo um pouco do que me é ofertado como já feito, como material encontrado. O meu trabalho existe muito mais nessa reorganização e justaposição; combinando, recombinando e descombinando, elementos. Aliás, organizando! Na maioria das vezes, eu fico só organizando as coisas: “do nada” acontece um trabalho.

Ou seja, você tem uma visão? Consegue imaginar uma obra somente olhando os materiais que você encontra?

Nem sempre. Às vezes estou só trazendo coisas para o ateliê e esses objetos se manifestam de uma forma muito autônoma, sabe? Aquele trabalho ali, por exemplo, aconteceu recentemente [Zé mostra a obra, composta por uma toalha e um cinto, criando uma geometria em destaque sobre o fundo macio, claro e manchado, ndr]. A toalha foi comprada há dois anos, com outras duas, de um senhor que as utilizava para guardar uns lustres de bronze; por isso têm essa pigmentação, essa oxidação. Negociei com o homem, mesmo porque não estavam à venda: por ele eram somente um embrulho para a sua mercadoria, mas consegui comprá-las e ficaram rodando pelo ateliê, até que duas semanas atrás tirei esse cinto que, de tanto usar, ganhou o formato da minha cintura. Por acaso coloquei o cinto em cima da toalha e aconteceu esse encontro. Enfim, o meu trabalho é um encontro entre as coisas que se aproximam por familiaridade ou por alguma, nem sempre esclarecida, relação conceitual.

Quase um encontro surrealista, já que ultrapassamos há pouco o ano do centenário do movimento: a união de elementos que aparentemente não combinam entre si, mas repentinamente ficam formalmente resolvidos…

Quando acontecem esses encontros, de alguma forma parece que eles sempre estiveram juntos. Mas é exatamente isso e até parece um processo muito racional, mesmo não o sendo. Eu não sou muito de pensar, de antecipar conceitualmente as coisas: faço um desenho e tento realizar o objeto de uma forma instintiva, quase infantil, tendo uma resposta com o corpo.

Como assim?

Eu trabalho com as coisas ao alcance do meu braço, sabe? A exemplo: se existe uma relação direta com os materiais e coisas que têm um traço de personalidade da minha cidade, é porque eu moro nessa cidade. Todas as residências que eu fiz até hoje provaram isso: o trabalho é uma resposta do entorno, e eu sou quase que apenas um condutor.

Acho isso muito poético: carregar uma vivência…

Exatamente. Ou, melhor, entender como vai me responder o objeto no qual estou finalizando uma ação. O meu raciocínio se junta aos materiais e as respostas que eles vão me dando, mas é sempre de uma forma muito intuitiva.

Você desenha, traça esboços?

Faço, inclusive tenho muitos cadernos de projetos, de desenhos, que se desenrolam quando não estou no ateliê… as vezes são observações, as vezes ideias, as vezes ser desenho mesmo.

Observando-os, lembram esboços quase de arquitectura, por serem tão limpos e minimalistas…

Sim, super design. Mas é só uma maneira de eu conseguir tentar raciocinar ou simplesmente fazer com que algumas ideias pousem no papel para não perdê-las… Todos esses desenhos retratam ideias recém-nascidas, uma tentativa de buscar um diálogo, de fato, com uma matéria, mesmo porque a maioria dessas coisas nunca existiram antes. Além disso, anoto constantemente as palavras ou as uniões de palavras que, possivelmente, podem tornar-se títulos. Nos cadernos eu fico depositando coisas até que, em um momento ou em outro, nascerão. Ou caso não, existirão só aqui, nas páginas.

Voltando aos objetos dessa paisagem carioca, você inclui também: caixas de isopor, sacos de gelo, latas, cordas, até folhas de palmeiras…

As tampas de isopor são um outro elemento super marcante da cidade: o processo de as resinar é quase uma tentativa de perpetuar um pouco o tempo de vida desse material, cuja identidade é muito frágil. É, também, uma lembrança do processo de produção de pranchas de surf, que nada mais são que “isopor” resinado com fibra de vidro. Mas tem também a referência à vernissage, ou seja, a prática de passar verniz nas telas um dia antes de abrir os antigos salões: um ponto final no processo da criação. Com as latas, fiz uma instalação que se torna uma obra sonora, precisando, porém, de uma goteira ou de chuva, tornando-se – de fato – uma obra que funciona em relação ao ambiente. Já os sacos de gelo ainda estão sendo processados, estou experimentando-os com sobreposições e combinações com as bandeiras náuticas, com resina… acredito ser um material muito pictórico e possível de infinitas respostas.

A propósito de colecionadores: tem um perfil dos seus? Ou tem alguém que já ficou constrangido pelo fato das suas obras, muitas vezes, não terem um padrão “fechada”, para não caber dentro de uma moldura?

Não sei exatamente se existe um perfil, sinceramente não fico muito atento nisso. O que eu considero é a vida o trabalho, mesmo eu não lidando com pintura e formatações dais mais tradicionais. Sem dúvida, quem se interessa à minha produção se conecta justamente por essas surpresas de suportes, formatos, materiais…Acho difícil alguém se constranger. Coisas muito radicais já estavam sendo feitas a 80 anos atras, escancarando as portas e ampliando todas as possibilidades do fazer artístico. O meu compromisso sempre será com a poética do trabalho, os formatos devem responder a isso e não a uma demanda.

E a conservação?

Esse é um tema instigante, como te falei meu compromisso é com a poética, e cada vez mais sinto que o trabalho esta vivo, vivo mesmo. Ele fica pulsando…Em algumas frentes mais que outras. Tem trabalhos que nascem e morrem pela simples aproximação de objetos, outros por uma única costura, outros por ações…Não mudo procedimentos, nem deixo de trabalhar com alguns materiais pelo fato de saber que eles vão se deteriorar, mas fico atento a isso. Claro que se a obra passar a ser de outra pessoa deverá estar acompanhada de algum nível de instrução, mas sinceramente ainda não me dediquei a isso, mas sei que para alguns trabalhos é preciso e o farei. No entanto, estou mais interessado no extremo oposto, nos trabalhos que nascem e morrem, no que promove a vida desses trabalhos, por mais que ela possa durar somente minutos…Conservar tem a ver com tentar perpetuar algo, uma certa morte e mumificação das coisas: acho esse conceito muito delicado. Com o meu amigo Raoni Azevedo falamos muito sobre isso. Mas enfim, hoje você esta tendo a oportunidade de ver o ateliê em um estado muito vivo; muitas dessas coisas só vão existir aqui, nesse tempo e nessa disposição. Desmontarei o próprio ateliê na próxima semana e eu mesmo estou curioso para saber o que permanecerá como trabalho e o que virará só material: um oráculo para outra ação.

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.

Matteo Bergamini
Torna in alto