Adiacenze: quindici anni di arte, ricerca e sperimentazione

Intervista alla co-direttrice Giorgia Tronconi e al direttore e fondatore Amerigo Mariotti, che ci raccontano i segreti di questi anni di attività, tra progetti site-specific, residenze d’artista e del loro preciso modello curatoriale che unisce sostenibilità e visione internazionale.

Prosegue questa mia avventura, che ormai potremmo quasi definire una caccia alla comprensione del mondo dell’arte contemporanea italiana, attraverso interviste a professionisti del settore. Artisti, galleristi, collettivi, spazi indipendenti, direttori di musei, curatori, chiamati a spiegare e a riflettere su quali siano le sfaccettature, le difficoltà, i casi di successo e di insuccesso di chi lavora e vive oggi nell’arte contemporanea italiana.
In questo nuova uscita andremo a capire quali siano le sfide di uno spazio indipendente nel 2025, le difficoltà, l’approccio da adottare in questo momento storico, le strategie per sopravvivere attraverso una gestione economica sostenibile, capace al tempo stesso di generare valore. Un modo per mantenere coerenza con la propria ricerca, con gli obiettivi del progetto e con le dinamiche di mercato attuali. Insomma, capire quale sia la ricetta segreta per il successo a lungo termine di uno spazio dedicato alla sperimentazione artistica?
Analizzeremo il caso di Adiacenze insieme alla co-direttrice Giorgia Tronconi e al direttore e fondatore Amerigo Mariotti: un progetto che quest’anno celebra i suoi quindici anni di vita.
Per chi non lo conoscesse, Adiacenze è uno spazio curatoriale dedicato alla sperimentazione dell’arte contemporanea. Fondato a Bologna nel 2010, ha come missione quella di favorire lo sviluppo di artisti emergenti e mid-career attraverso progetti innovativi e site-specific.

Promuovendo un ambiente di ricerca e sperimentazione, Adiacenze coltiva una rete di professionisti interdisciplinari, incoraggiando connessioni e collaborazioni che arricchiscono il processo artistico. Le sue attività comprendono un programma espositivo annuale e una serie di incontri, performance, workshop e presentazioni ospitate nella sede bolognese.

Inoltre, Adiacenze collabora con rinomate istituzioni nazionali e internazionali e, dal 2018, cura il programma espositivo della Casa della Cultura “Italo Calvino” a Calderara di Reno. Ha ideato due programmi di residenza d’artista: Prospettive, rete di residenze artistiche in Emilia-Romagna, e SWAP, progetto di residenza e scambio internazionale con la città di Bergen, in Norvegia.

Se volete visitare Adiacenze, vi basterà entrare nel centro di Bologna: poco distante dalla storica casa di Lucio Dalla, in Vicolo Spirito Santo 1, troverete la sua caratteristica porta a vetri.

Collettivo Rosole, Weekly crochet club at Adiacenze, Bologna 2025
Negli ultimi anni molti spazi indipendenti sono stati assorbiti dal mercato, diventando luoghi e spazi commerciali, come gallerie, oppure sono falliti malamente, chiudendo per sempre le loro porte. A Bologna – e non solo – siete diventati un punto di riferimento per tanti artisti e appassionati d’arte. Come ci siete riusciti e come si resiste oggi, nel 2025, senza perdere la propria identità?

GT: Posso parlare soprattutto degli ultimi cinque anni sui quindici di vita di Adiacenze: un periodo di crescita e di maggiore riconoscimento da parte del pubblico, degli artisti e delle istituzioni con cui collaboriamo, sia a livello locale che nazionale e internazionale. Credo che la forza di Adiacenze, quella che le ha permesso di arrivare fin qui, stia nell’attenzione costante per il contenuto e per la qualità delle proposte e nella dedizione (professionale ma anche umana) nei confronti degli artisti e di tutti i nostri interlocutori. Ma anche e soprattutto nella consapevolezza del nostro ruolo come spazio indipendente, libero dalle logiche di mercato, e come luogo dedicato alla ricerca, capace di accogliere il rischio e l’imprevedibilità che questa scelta comporta. Per resistere è necessario fare rete: non siamo i soli a credere in questo approccio e nel valore dell’arte. Significa unire le forze con altri attori del sistema, mantenere occhi e orecchie aperti su ciò che accade nel mondo, sui bisogni degli artisti e del pubblico, e non avere paura di rimettersi in gioco, di cambiare, di aprire nuove strade. Serve una buona dose di idealismo e di sogni, ma anche esperienza e pragmatismo.

AM: Come prima cosa ti ringrazio per i complimenti perché sono come luci durante la nebbia, aiutano a non perdersi e a ritrovare la rotta. Adiacenze negli anni ha modificato la propria pelle senza mai perdere di vista la missione di partenza, cioè spingere gli artisti con cui lavoriamo ad andare oltre i propri limiti, per arrivare al cuore della loro ricerca. Per fare questo bisogna essere ben consapevoli del proprio tempo per capirne le incertezze e anticiparne le esigenze. Viviamo in un tempo velocissimo, al limite del possibile. Quando abbiamo iniziato, 15 anni fa, lavorare insieme agli artisti era differente e molte cose erano diverse (basti pensare che non esisteva Instagram). Non ho una formula magica, ma bisogna essere disposti a fare sacrifici, anche importanti, e riuscire a sorprendersi ed emozionarsi sempre davanti all’opera di un artista, contribuendone ad accrescere le potenzialità e l’impatto sociale che ha nel mondo.

Carolina Cappelli, P.E.D.R.O. Calderara di Reno, 2022-2023, ph Sebastian Mc Kimm
“Sperimentazione” è una parola che nel mondo dell’arte viene usata molto, ma spesso per mascherare lavori deboli o per nascondere contesti poco sostenibili. Come riuscite a difendere questa definizione che vi siete dati, senza trasformarla in quella che potremmo chiamare una semplice “estetica dell’indipendenza”?

GT: Per noi un esperimento è un processo: un insieme di tentativi, di prove, che possono portare al risultato sperato o, magari, a una scoperta inattesa. È sperimentale ciò che pone una nuova domanda, o che risponde a un quesito in modo inedito, aprendo prospettive diverse. Questo è ciò che cerchiamo di incoraggiare negli artisti e nelle artiste con cui lavoriamo: la libertà di provare, di sbagliare, di cercare nuove strade. La sperimentazione, per noi, non è solo una questione formale: è un atteggiamento, un metodo di lavoro, una disposizione mentale.

Gestire uno spazio come Adiacenze, oggi, significa spesso barcamenarsi tra burocrazia, mancanza di fondi e riconoscimento culturale intermittente. In un Paese che dice di sostenere la cultura, ma che in realtà la paga poco, vi sentite una componente che deve rivedere la propria identità all’interno di un sistema che funziona, o una resistenza da mantenere viva in un sistema da cambiare? Ciò che non funziona è nella gestione di uno spazio indipendente, in quanto tale, o nel sistema stesso?

AM: Assodato che il sistema culturale italiano (soprattutto nel campo del contemporaneo) sia da rivedere totalmente perché non ha una visione lungimirante, penso che noi come tante realtà indipendenti siamo una resistenza.
In fondo il sistema siamo noi e come tali dobbiamo capire come far tornare l’interesse nei confronti dell’arte contemporanea. Stiamo vivendo un momento di costanti e repentini cambiamenti e dobbiamo accettare la sfida, capire il ruolo dell’arte nella società contemporanea e crederci fino in fondo, fino ad aprire nuove strade, senza dover necessariamente aspettare che il sistema dia il suo supporto.
È evidente che qualcosa non funziona e anche da parte nostra qualche errore è stato fatto. Nel portare avanti i nostri progetti abbiamo dovuto iniziare a lavorare con un approccio imprenditoriale per gestire entrate e uscite, ma anche e soprattutto per cercare continuamente nuove fonti di sostentamento. Questo fa parte di un processo di crescita fisiologico che ci aiuta costantemente a interrogarci sulle scelte che facciamo e su quanto esse siano compatibili con la nostra ricerca curatoriale.

Sara Bonaventura and Elisa Muliere, ICONOPLAST, CAOS Museum, Terni 2022
C’è una retorica diffusa sul “fare rete” tra spazi indipendenti, ma la realtà è spesso fatta di isolamento, micro-risorse e concorrenza silenziosa. Voi che lavorate su reti di residenza come Prospettive, a livello territoriale, e SWAP, a livello internazionale: cosa significa davvero creare comunità artistica oggi e quali compromessi richiede?

GT: La competizione tra spazi è una delle conseguenze più evidenti di un sistema che non crea le condizioni per un lavoro culturale realmente sostenibile. Quando la torta si fa sempre più piccola, è quasi inevitabile che prevalga l’istinto a competere per accaparrarsene una fetta, per sopravvivere. Ma se spostiamo lo sguardo, e invece di lottare per una porzione proviamo a immaginare insieme una torta diversa, cioè un sistema diverso, allora la collaborazione può diventare una risorsa concreta, e non solo un principio astratto.
Lo abbiamo sperimentato direttamente con k.i.n., la rete nata tra gli spazi indipendenti di Bologna durante il periodo del Covid: un’esperienza che continua tuttora e che ogni anno si traduce in momenti di confronto dedicati proprio al significato dell’essere spazi indipendenti oggi, e alle sfide che comporta lavorare con l’arte e la cultura.
A livello regionale, il nostro programma di residenze d’artista Prospettive ci ha permesso di costruire relazioni con amministrazioni locali, comunità, associazioni. In questo senso, fare rete significa aprire il nostro lavoro e quello degli artisti ad altri, farne comprendere il valore e l’utilità sociale, e soprattutto avvicinarlo al pubblico, che resta la nostra controparte più importante. Non si tratta solo di portare le opere fuori dallo spazio espositivo, ma di rendere visibile e condiviso il processo, coinvolgere le persone nella fase di ricerca e progettazione, trovare un terreno comune di ascolto e di dialogo, perché l’opera non solo esista, ma sia anche “parlante”.
A livello internazionale, con SWAP, questo scambio si amplifica: durante le residenze all’estero ci confrontiamo, insieme agli artisti, con contesti politici, geografici e sociali differenti, e allo stesso modo ospitiamo a Bologna artisti stranieri che portano nuovi sguardi e prospettive, innescando collaborazioni con altri operatori culturali e realtà del territorio. Queste esperienze sono per noi momenti di grande arricchimento e apprendimento, perché permettono di osservare come altrove si affrontano le stesse difficoltà con strumenti diversi.
Certo, i compromessi esistono: lavorare in rete richiede tempo, pazienza, capacità di mediazione e di ascolto. Ma è anche ciò che rende possibile una crescita collettiva, che restituisce senso al lavoro e lo colloca dentro un ecosistema più ampio.

Guardando alla scena contemporanea italiana, sembra che molti artisti giovani abbiano interiorizzato la precarietà come condizione strutturale, fino a trasformarla in linguaggio estetico. È una forma di consapevolezza o di rassegnazione? E voi, da curatori, vi sentite più alleati o più complici di questo sistema?

AM: Abbiamo sempre cercato di sostenere gli artisti nella produzione e nella ricerca, soprattutto nei progetti di residenza ed è imprescindibile che artisti e curatori lavorino in sinergia per superare le difficoltà.

Molti artisti oggi sembrano più concentrati sul costruire un brand personale che sul generare un impatto collettivo. In un momento storico attraversato da crisi ambientali, sociali e politiche – in cui l’arte potrebbe farsi voce, coscienza o persino azione – vi chiedo: cosa non stanno facendo gli artisti oggi? E cosa dovrebbero tornare ad avere il coraggio di fare? E i curatori e gli spazi indipendenti?

AM: Per me essere artista (e non fare l’artista) vuol dire avere i piedi ben piantati nella realtà e provare a vedere più lontano rispetto agli altri, usando l’arma più forte: l’immaginazione. È quello che gli artisti stanno facendo? Non risponderò io per loro. Il compito del curatore è aiutarli in questo e amplificare le loro potenzialità e noi, lo stiamo facendo? Io ci provo ogni giorno.

Arne Skaug Olsen, CALCIUM SWAP, Adiacenze, Bologna 2025, ph Michele Amaglio courtesy Adiacenze
Progetti per il futuro? Quali saranno le prossime mosse di Adiacenze?

AM: Stiamo lavorando a progetti sempre più ambiziosi ma che nello stesso tempo consolidano e ampliano le linee progettuali che abbiamo creato in questi anni, tenendo saldi i punti cardine della nostra ricerca curatoriale. Come già detto precedentemente, è molto importante affrontare le sfide del presente lavorando insieme a chi crede nel valore sociale di questo lavoro, artisti galleristi e istituzioni. Non si può prescindere dalla condivisione dei saperi per affrontare le sfide del presente e progettare il futuro.
Cercheremo sempre più di fare del nostro spazio a Bologna un luogo in cui fare ricerca e creare momenti di condivisione e di lavorare a progetti internazionali, creando reti che supportino lo scambio e la mobilità di artisti e curatori.

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Alessio Vigni
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