È uscito “Tongue on Flames” di Lina Pallotta, la slam poetry dei bassifondi di NY

La pubblicazione, curata da Michele Bertolino per Nero Editions, racconta il mondo esplorato dalla fotografa nello storico Nuyorican Poets Café, punto di fusione culturale e gare di poesia in una multietnica New York anni Novanta.

Nessuna romanticizzazione in quegli scatti al Nuyorican Poets Cafè. Un luogo che nasce come risposta alla marginalizzazione più brutale non è fatto per raccontare favole. Lì dove la vita ha morso più feroce, è esploso il bisogno di riprendersi lo spazio, il palco, le parole mai pronunciate ad alta voce.

Lina Pallotta, “The crowd @Fez 41” – New York, 1993

LA PRIMA VOLTA AL NUYORICAN POETS CAFE

Il locale notturno apre nell’East Third Street alla fine degli anni Ottanta, punto di ritrovo e fusione tra cultura newyorkese e portoricana: immigrati, persone queer, artisti e musicisti neri si ritrovano tutte le settimane per creare comunità e fare Slam Poetry, poesia performativa sui ritmi del rap, hip-hop, jazz e musica folk.
Lina Pallotta e la sua macchina fotografica varcano la soglia per caso, una sera, senza ricordare bene come né perché. La cosa certa è che quel luogo la cattura sin da subito, tra le esibizioni sfacciate e i drink al bancone, il pubblico che ride sguaiato e i fumi dell’alcool che annebbiano la vista. “Dopo la prima volta, sono tornata continuamente”.
La pubblicazione Tongue on Flames in uscita per Nero Editions il 26 novembre realizza finalmente un progetto che resiste dagli anni Novanta: vedere riunite le fotografie scattate ai performer insieme alle loro poesie pronunciate sul palco, in un’alternarsi di immagine e parola che Pallotta definisce un “flusso di coscienza”, lei da sempre allergica alle disposizioni cronologiche dei propri lavori.

Lina Pallotta, Saul Williams, Jessica Care Moore, MuM and Beau Sia at the National Poetry Slam performing breathing exercises on the backstage, Portland (OR), 1996

NESSUNA ROMANTICIZZAZIONE DELLA POESIA

Se le si chiede cosa volesse raccontare con quella sequenza di fotografie, Pallotta procede al contrario, mettendo a fuoco ciò che lei voleva a tutti i costi evitare: “Non volevo una visione sentimentale della poesia. Quando si parla di poesia si pensa sempre a qualcosa di romantico, e io volevo assolutamente evitare questa confusione perché, nonostante l’approccio fortemente emotivo, questa non è romantica, non è indulgente con quel tipo di commiserazione”.
Pallotta parla delle amicizie e dei legami divenuti solidi nel tempo — fa i nomi di Bob Holman, fondatore del locale, e di Steve Cannon —, descrive Julio, il buttafuori portoricano dai tratti mitologici: “io lo chiamavo Caronte. All’inizio era durissimo con me, mi faceva fare la fila. Dopo ha iniziato a farmi entrare ma ci è voluto circa un anno”. Racconta dei rapporti umani, dei nomi e dei volti forti, penetranti, difficili da dimenticare, ma nonostante ciò “ho voluto evitare la personalizzazione. Sebbene alcuni dei poeti fossero estremamente importanti e individuali, volevo documentare la collettività e il rapporto con il pubblico, la cui partecipazione era parte del performativo. Mi sono posta la questione di come affrontare l’insieme”.

Lina Pallotta, “Kissing @Dixon Place” – New York, 1996

I CORPI AL CENTRO DEGLI SCATTI DI LINA PALLOTTA

Da sempre attratta dagli spazi marginali, dalle zone di confine e dalle pratiche artistiche di resistenza, Pallotta è entrata così in un ambiente che non le ha scontato un’iniziale diffidenza: “I primi tempi mi prendevano in giro, dicevano ‘c’è un infiltrato con un occhio in più’”. Ci è voluto poco, però, affinché il mondo del Nuyorican le si confessasse con onestà, lasciandosi descrivere da un bianco e nero che, come spiega Bertolino, “non ha tanto la funzione di una retorica drammatica quanto di un mezzo per mettere a fuoco i temi fondamentali del corpo” [dal testo SMUDGED, FLEETING AND FRACTURED. ON PALLOTTA’S POETRY THROUGH IMAGES].
Ed è proprio di quei corpi, dei loro incastri morbidi, dei gesti disegnati nello spazio denso, che Pallotta si è innamorata. “Oh… and the crazy people, too” [Tongue on Flames. (1992-2013)].

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Marianna Reggiani
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