Abbiamo incontrato l’artista Andrea Dalla Costa, che con il progetto DNArt, insieme al compositore Alessandro Montello, trasforma il DNA degli alberi in suono, e gli abbiamo chiesto come si restituisce all’arte la forza dell’ascolto e il potere di tradurre ciò che non si vede in esperienza sensoriale.
Nell’opera di Andrea Dalla Costa il visibile è solo una soglia, in quanto ciò che conta accade dietro, o dentro. La sua ricerca, da sempre sospesa tra corpo, memoria e natura, restituisce all’arte una dimensione di ascolto, dove la materia si fa traccia e l’immagine diventa atto di fiducia.
Dopo le Sindoni, un ciclo che indaga la spiritualità laica del corpo attraverso affreschi strappati e mai del tutto svelati, l’artista porta avanti un dialogo con il mondo vegetale. DNArt, realizzato con il compositore Alessandro Montello, traduce il DNA degli alberi in partiture musicali, catturando i bioritmi reali delle piante e trasformandoli in suono. Il progetto ha trovato voce attraverso concerti e performance sonore, a Codroipo come in Val Resia, dove le vibrazioni degli organismi vegetali diventano percepibili, restituendo vita e presenza a ciò che normalmente resta celato.
Nel contesto raccolto di Codroipo, la mostra Sindoni & DNArt — a cura di Leonardo Zonta e [A]tmosfera Space, e organizzata dall’Associazione Super Isaia ODV — diventa un laboratorio dell’invisibile, un luogo dove arte e scienza si incontrano in forma poetica. La curatela, attenta alla materia e alle sue metamorfosi, amplifica la stratificazione tematica del progetto interrogando il confine tra presenza e sparizione.
In DNArt l’arte si fa gesto d’ascolto, un modo per interrogare la vita nel suo linguaggio più segreto, restituendo alla contemplazione il valore di un atto conoscitivo. In questa conversazione, Andrea Dalla Costa racconta la genesi di un progetto che unisce rigore e rivelazione, traducendo il codice della natura in un canto di fiducia verso l’invisibile.
Andrea, da dove nasce DNArt? È un progetto che unisce arte, scienza e ascolto del vivente, come è arrivato l’impulso a trasformare il DNA degli alberi in materia sonora?
Circa 10 anni fa vidi la fotografia di un “codice genetico nativo”, è una specie di codice a barre. Aveva delle lettere scritte a mano dai genetisti, i quali traducevano la sequenza genetica per successivi passaggi ai colleghi medici. Avendo studiato musica da ragazzino sapevo che i tabulati musicali sono scritti in lettere. Provai a fare alcuni passaggi musicali e mi accorsi subito che la fonte di ispirazione aveva un potenziale pressoché infinito.
La collaborazione con il compositore Alessandro Montello sembra fondarsi su un dialogo profondo tra linguaggio visivo e musicale. Come avete costruito questo equilibrio tra codice e poesia, tra dato e intuizione?
Io e Alessandro ci conosciamo da diversi anni, abbiamo lavorato assieme ai tempi delle agenzie pubblicitarie. Sapevo che suonava il piano, ma non sapevo fosse anche compositore. Quando gli parlai di questo progetto che avevo nel cassetto, si entusiasmò subito dicendomi “non si può fare, ma ci provo”. Quindi ho pensato che oltre a passargli piccoli estratti del codice genetico, non dovevo fare altro. Non c’è dialogo, ma c’è totale libertà interpretativa.
Tradurre il DNA in musica implica un gesto quasi rituale. Qual è per te il confine tra interpretazione artistica e fedeltà scientifica in questo processo di trascrizione genetico-sonora?
La fedeltà scientifica è “chiusa” nel rispetto del codice alfanumerico, ma senza l’interpretazione otterremo “solo” un altro codice musicale, e questo non ci appartiene. Siamo artisti, non scienziati. Detto ciò, la ricerca è proseguita verso l’energia vera e propria delle piante, cioè nel riuscire a catturarla nel senso stretto del fatto. Grazie a un sistema composto da due elettrodi posizionati sulle foglie, ho convertito i bioritmi delle piante in musica. Convertire le variazioni di conduttività elettrica delle piante in audio, attraverso lo xilema che riveste tutte le piante. Questi suoni “liberamente naturali” sono stati la guida ancestrale all’ispirazione che ha condotto Alessandro nella composizione degli spartiti per pianoforte. Queste “musiche” sono state registrate a giugno del 2025 in Val Resia, assieme a suoni della natura con microfoni professionali tra cui anche geofoni sismici per captare anche le più piccole oscillazioni emesse dalle piante.
Il tuo lavoro da sempre mette in relazione corpo, memoria e natura. Se le Sindoni esplorano il corpo umano invisibile, come percepisci il parallelo con il corpo della natura che emerge attraverso DNArt?
Non so se ho cercato un parallelo. So che da alcuni anni sono interessato al rapporto tra l’Homo Videns e l’invisibile nell’arte contemporanea. Le Sindoni nascono durante il periodo del Covid, quando feci da assistente al Maestro Giancarlo Venuto per i corsi di affresco. Ero alla ricerca di un linguaggio sottrattivo che mi ponesse davanti a delle rinunce. È importante premettere che io disegno da sempre, più o meno bene non importa, ma il disegno per me è importante, è parte di me. Lo cerco e lo trovo in tutto ciò che faccio e in qualsiasi medium utilizzi. Disegno, pittura, fotografia, installazioni, video e musica. È per me un bisogno. Ciò premesso, mi sono cimentato nella pittura a fresco, la mamma di tutte le pitture, la quale non permette errori e non permette sperimentazioni, in quanto è possibile solo con “ingredienti” puri e semplici. Questo limite mi attirò, e mi attrae ancora oggi.
Come superarlo? Rinunciando.
Non al limite, ma all’estetica, al “videns”; cioè al bisogno di affidarsi a ciò che vediamo, riconosciamo o sentiamo. Strappando l’affresco, riportandolo su tela e non svelarlo mai più. Affidarsi è la chiave. Fidarsi. Avere fede.
Tutte le sindoni risultano esteticamente simili, quasi uguali, non mostrano nulla se non la sindone stessa dell’opera. La tensione artistica è di fatto creata dall’atto di fiducia che lo spettatore concede all’opera. La Sindone dell’Angelo come la Sindone del cipresso, come anche la Sindone del tramonto, non si distinguono per ciò che vediamo, ma per ciò che non è svelato. Il titolo è la chiave per credere, per avere fede verso la propria immaginazione. Perché di fronte a una Sindone del tramonto (per esempio) tutti noi immagineremo un tramonto, ma nessuno potrà vedere l’immaginazione del tramonto di un’altra persona.
Ecco che la rinuncia estetica si compie.
Non c’è più il bisogno di mostrare. Sento più forte il bisogno di immaginazione.
La tua ricerca parla di presenze che rimangono dopo il passaggio del corpo. Qui la traccia diventa invisibile, molecolare. Che forma assume oggi per te l’idea di memoria?
La memoria è di fatto una forma di educazione, impariamo per imitazione e difatti il ricordarselo è parte della memoria. Il “visivo” è quindi dentro di noi, sicuramente nel cervello e per alcuni ricordi anche collegato all’animo, ai sentimenti. Qui, per me, si innesca il dubbio contemporaneo; cioè il fatto che siamo sommersi dal visivo, dalle immagini, diminuisce la memoria e di conseguenza l’immaginazione. Sempre più abbiamo delegato a memorie esterne la nostra immaginazione, a tal punto da utilizzarla a comando e non in libertà. Usiamo l’immaginazione quando ci serve, come se fosse un pulsante di emergenza; e la sua diretta perdita è l’ispirazione. Colei che ci coglie di sorpresa. Che ci può lasciare un vero solco nelle sinapsi della memoria.
Ascoltare un albero significa ascoltare una forma di tempo diversa. Possiamo dire che DNArt sia anche un esercizio di lentezza, un atto di ascolto radicale?
La parte musicale l’abbiamo fatta per noi, perché ci andava di farlo. Più che un esercizio di lentezza è un allarme di intervento rapidissimo da eseguire a favore di boschi e foreste. Basti pensare che il 42% delle essenze arboree in Europa è ormai estinto. Estinto. Di cui solo il 18% è stato mappato geneticamente, e si tratta ovviamente di essenze commerciali. Il fazzoletto verde sta diventando sempre più piccolo e sempre più velocemente di quanto tutti noi possiamo ri-ingrandirlo.
Il progetto nasce a Codroipo, in un territorio lontano dai grandi centri dell’arte contemporanea. Quanto conta per te lavorare in un contesto “provinciale” che però diventa spazio di sperimentazione?
Il progetto DNArt nasce a Codroipo, ma si è concretizzato in Val Resia, grazie soprattutto alla Sindaca Anna Miceli, la quale ha creduto subito e in maniera concreta al progetto. Il contesto provinciale è importante per lo spazio-tempo, ma è una lama a doppio taglio, in quanto il confronto è sempre tardivo. Negli ultimi anni sto cercando un nuovo spazio dove poter riuscire ad “assentarmi”.
Come ha reagito il pubblico locale di fronte a un progetto così ibrido, dove scienza, arte e spiritualità si intrecciano?
Mi ha fatto sentire profeta in patria. Sono molto grato al pubblico e al territorio, perché tutto ciò che ho fatto l’ho fatto da qui. Sono ormai diversi anni che “mi mostro” nella mia terra e mi ha sempre accolto positivamente anche i progetti “complessi” come quello di Sindoni e DNArt.
DNArt trasforma un linguaggio invisibile, quello del DNA, in esperienza sensoriale. Che ruolo pensi abbia l’arte nel rendere percepibile ciò che non si vede né si tocca?
FONDAMENTALE. Lo penso da sempre, basti pensare che la mia tesi accademica si intitola “L’Homo Videns e il ruolo dell’invisibile nell’arte contemporanea”. L’invisibile è da sempre la prima fonte di ispirazione; la fede è invisibile, l’amore è invisibile, eppure pittori e poeti le hanno rese visibili e udibili.
E per concludere una curiosità personale: se potessi scegliere un albero da “ascoltare” per raccontare qualcosa di te, quale sarebbe e perché?
Potrebbe essere un albero marino.
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