Nel mare magnum di eventi che hanno invaso la città di Torino durante l’Art Week, ve ne sono stati diversi incentrati sull’utilizzo artistico delle nuove tecnologie. Fra queste spicca Electric Dreams. Art & Technology Before the Internet, una mostra-excursus allestita alle Officine Grandi Riparazioni, in collaborazione con la Tate di Londra.
Come ormai da tradizione, anche quest’anno l’Art Week si è abbattuta su Torino trascinandola in una spirale di rassegne, e mostre diffuse di una certa qualità.
Oltre a rappresentare un momento in cui poter colmare la propria FOMO partecipando a quanti più eventi possibili, una kermesse come la settimana dell’arte ha anche il compito di cristallizzare un momento storico mostrandone gli output: opere d’arte, tendenze, bilancio sulle fiere, sull’andamento del mercato, etc.
E in un’epoca così stimolata e stimolante come la nostra, le nuove tecnologie non potevano che fungere da filo conduttore per tutta una serie di manifestazioni che hanno scelto di continuare a surfare sull’hype delle intelligenze artificiali presentando progetti espositivi a esse collegati.
E se fiere come Paratissima e The Others, hanno lanciato uno sguardo sugli utilizzi attuali delle IA in campo artistico, le Officine Grandi Riparazioni di Torino hanno deciso di partire dal secolo scorso per indagare genesi e sviluppi dell’arte generativa. Stiamo parlando di Electric Dreams. Art & Technology Before the Internet
ELECTRIC DREAMS. ART & TECHNOLOGY BEFORE THE INTERNET
Organizzata da Tate Modern in collaborazione con OGR, l’esposizione si avvale della curatela di Val Ravaglia e Samuele Piazza per inserirsi all’interno della rassegna più ampia Visioni Quantiche. Sogni Elettrici (che include al suo interno anche il progetto multimediale Drumming for Love, di Erzë Dinarama, e la stupefacente personale di Laure Prouvost, We Felt a Star Dying).
Aperta fino al 10 maggio, Electric Dreams. Art & Technology Before the Internet invita il pubblico a immergersi in un vero e proprio excursus storico che parte dagli anni Cinquanta del Novecento per raggiungere gli albori di Internet: un percorso a tratti troppo didascalico che riesce però a catapultare chiunque in una dimensione altra fatta di curiosità, sperimentazioni, e profezie.
IL PERCORSO ESPOSITIVO DI ELECTRIC DREAMS
Ad accogliere lo spettatore in questo viaggio ipnotico fatto di luci, meccanismi, e pixel non poteva che essere una rivisitazione del 2025 del grande tappeto optical di Marina Apollonio della serie Spazi ad Attivazione Cinetica. Come una sorta di soglia liminale, l’opera introduce a un periodo storico vorticoso nel quale gli ingranaggi dei dispositivi tecnologici dell’epoca diventano metafora dell’attivazione di nuove connessioni celebrali atte all’ingegno e alla stimolazione di nuovi approcci creativi.
Ci si addentra così nella prima delle 5 sezioni previste: un ambiente misterioso e suggestivo dedicato alla materializzazione di forze invisibili. L’elettricità è qui al centro di ragionamenti che mettono in dialogo il lavoro di un artista come Heinz Mack, dello storico gruppo Zero, con quello di David Medalla, presente in mostra con l’opera Sand Machine, del 1983.
Il fascino futuristico e psichedelico verso il funzionamento delle nuove tecnologie porta inevitabilmente alla nascita di correnti avanguardistiche destinate a influenzare anche il destino dell’arte italiana. Una di queste è sicuramente Arta Programmata, movimento fondato negli anni ’60 da artisti interessati principalmente alla cinetica, alla matematica, a e al design modulare. Tra questi Grazia Varisco, e Paolo Scheggi.
A TU PER TU CON LA MACCHINA
Inglobati ogni tanto da accattivanti proiezioni ambientali che strizzano inevitabilmente l’occhio a una modalità di fruizione prettamente ludica (in contrasto invece con un approccio più intimo pensato originariamente per monitor e tubi catodici), si raggiunge quella che forse è la parte più corposa di tutta la mostra.
Intitolate rispettivamente Dialoghi con le macchine ed Elettronica fai da te, le ultime sale di Electric Dreams pongono l’attenzione sull’ascesa dei computer e degli strumenti elettronici come generatori di sorprendenti mondi immaginifici. Dagli anni Sessanta in poi i linguaggi di programmazione verranno letteralmente fagocitati dagli artisti al servizio della produzione artistica: un fenomeno che porterà a parlare sempre di più del rapporto fra arte e cibernetica.
Notevoli, all’interno di questa stanza, i lavori musicali di John Cage, J. K. Randall, e Gerald Strang (contenuti nella celebre raccolta del 1968, Cybernetic Serendipity Music), gli esperimenti della pioniera della computer art, Vera Molnár, l’esposizione di alcuni numeri della rivista Radical Software, le performance di Analivia Cordeiro, e i video destabilizzanti di Suzanne Treister che attingono dal mondo dei videogames. Nonostante tratti argomenti e tendenze decisamente storicizzate, Electric Dreams appare come un progetto esaustivo e convincente in grado di riportare in vita un certo senso di nostalgia piacevole: una dimensione più calda e, paradossalmente, umana che oggi non sempre appare così presente.
LINK
- Di ibridazioni, necropolitica e regno vegetale. Intervista a Damiano Tata - Settembre 18, 2026
- I fragili corpi digitali di Federica di Pietrantonio - Luglio 3, 2026
- Il senso della Biennale mentre il mondo brucia - Giugno 5, 2026




