La provincia veneta, 20 anni dopo. L’arte rinasce nelle ex fabbriche

Nei primi anni Duemila nascono realtà destinate a fare la differenza. Un racconto a puntate che parte da Fuori Biennale, INFART e Lago Film Fest.

Le sperimentazioni dei primi anni Duemila hanno gettato le solide basi dell’oggi: la costellazione Arzignano, Molvena, Thiene

Nello scorso articolo vi ho parlato della provincia di venti anni fa, di festival nati dal nulla, di ragazzi che occupavano magazzini e li trasformavano in cattedrali di luce e suono, di progetti che duravano un’estate ma restavano nella memoria come amori brevi e necessari. Era il tempo di Infart, di Pulsart, di Fuori Biennale e di quella meraviglia chiamata Lago Film Fest, che resiste ancora, come un cuore che non ha mai smesso di battere. Allora ci sembrava che tutto potesse succedere: che la provincia potesse diventare un centro, un luogo dove l’arte non chiedeva permesso ma nasceva per urgenza. E oggi, vent’anni dopo, com’è la situazione?
La risposta, sorprendentemente, è che la provincia veneta ha imparato a non aspettare più. Ha smesso di bussare alle porte delle grandi città, ha smesso di cercare riconoscimenti esterni. Si è costruita un proprio lessico, un proprio modo di respirare. 

L’ARTE CONTEMPORANEA NEI DISTRETTI PRODUTTIVI. ATIPOGRAFIA, BONOTTO, BONOLLO

L’arte contemporanea non abita più solo Venezia o Verona: si è spostata verso i distretti produttivi, le ex fabbriche riconvertite, i capannoni che odorano ancora di metallo e pelle conciata. È lì che accade qualcosa di importante. Arzignano, Molvena, Thiene. Tre nomi di città che a molti non dicono nulla, ma che oggi disegnano una costellazione viva, autonoma, coraggiosa. Tre luoghi che non competono con le capitali culturali, ma le completano. Tre laboratori dove la provincia non è più il fuori, ma il dentro più autentico dell’arte italiana. Ad Arzignano, dentro un’ex tipografia di fine Ottocento, c’è Atipografia. Non è solo uno spazio espositivo è un modo di stare al mondo. Mille metri quadrati di soglie, corti, stanze che sembrano respirare. È un luogo dove la lentezza è un valore e la comunità è parte dell’opera. Qui si incontrano artisti, curatori, studenti, gente comune; si parla, si discute, si torna. Le mostre di Gregorio Botta e dei giovani emergenti passano una dopo l’altra, ma ciò che resta è la sensazione che l’arte sia un fatto quotidiano, quasi domestico. Atipografia non si limita a “mostrare”, ma “ospita”. È la differenza tra un museo e una casa.

Poi c’è la Fondazione Bonotto, che non è tanto un luogo quanto un’idea.
Negli anni Sessanta Luigi Bonotto, imprenditore tessile, iniziò a collezionare opere di amici artisti non per possederle, ma per viverle. Fluxus, poesia visiva, performance, sound art: tutto finiva dentro la sua fabbrica, tra telai e bobine di filo. È nato così uno degli archivi più straordinari del mondo, un monumento invisibile fatto di gesti e voci. Oggi la Fondazione Bonotto custodisce più di quindicimila opere e documenti, ma soprattutto un metodo: quello di far convivere produzione e creazione, lavoro e immaginazione. È l’idea, quasi rivoluzionaria, che un’impresa possa essere un centro d’arte, e che un archivio possa respirare come un corpo. Bonotto non conserva, Bonotto dialoga. È un laboratorio che guarda avanti partendo da una memoria radicale.


La Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo. Courtesy Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo. Ph. Giovanni Canova

E poi, Thiene.
Nel 2023 nasce la Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo, giovane ma già con le idee chiarissime. Un ente no profit, una sede pulita, luminosa, pensata per accogliere mostre, curatori, giovani artisti. I Bonollo, collezionisti da sempre, hanno deciso di restituire ciò che l’arte ha dato loro: uno spazio vivo, con un programma regolare, un’attenzione sincera ai linguaggi emergenti, una visione che intreccia la provincia al mondo. Non c’è desiderio di metropoli qui dentro, ma desiderio di qualità. Non c’è ansia di visibilità, ma fame di continuità. È un progetto che cresce, con rigore e curiosità, nel silenzio operoso che solo i luoghi di confine sanno avere.
Messe insieme, queste tre realtà – Atipografia, Bonotto, Bonollo – formano una mappa. Non quella dei treni ad alta velocità, ma quella dei sentieri. Una rete di piccole costellazioni che lavorano con pazienza, cucendo tra loro persone, memorie, linguaggi. È una geografia che non chiede il consenso di Milano o Roma, perché ha capito che il consenso è sopravvalutato.
Qui si sperimenta senza rumore, si costruisce lentamente, si restituisce all’arte la sua funzione primaria: prendersi cura. La provincia veneta è diventata un laboratorio di prossimità, dove l’arte non vive di eventi ma di relazioni. Atipografia è il suo campus; Bonotto, la sua memoria; Bonollo, la sua proiezione nel futuro. Tre modi diversi di dire la stessa cosa: che l’arte, quando è viva, non ha bisogno di capitale, ma di radici.

La Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo. Courtesy Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo. Ph. Giovanni Canova

LA NUOVA IDEA DI CULTURA CHE PARTE DALLA PROVINCIA 

Forse, dopo tutto, era questo che non avevamo capito vent’anni fa.
Che la provincia non era il margine, ma l’inizio.
Che la lentezza, la continuità, la prossimità non erano difetti, ma strategie di sopravvivenza.
E che in quei capannoni pieni di luce, in quei paesi dove ancora ci si chiama per nome, stava nascendo qualcosa che non passa più: una nuova idea di cultura, fatta di persone, luoghi e tempo. Nel prossimo capitolo, parleremo di chi, lontano dai riflettori, porta avanti la stessa eredità: i progetti indipendenti che, come vent’anni fa, continuano a credere che l’arte possa cambiare le cose – anche partendo da una piccola città.

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Francesco Liggieri
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