Biennale Architettura 2025

Roberto Zancan propone una riflessione finale sulla Biennale Architettura diretta da Carlo Ratti: una mostra allo stesso tempo transitoria e durevole, che ha privilegiato i cantieri e il disegno del futuro, contenendo involontariamente il protagonismo dei grandi nomi del jet-set.

L’enigma di ogni Biennale si svela alla chiusura, interpretando quei due luoghi che, come pagine d’apertura, assolvono alla funzione di copertine narrative: dispositivi capaci di dichiarare, con l’eloquenza di un’introduzione necessaria, ciò che visitatrici e visitatori han trovato negli spazi dell’esposizione. L’ingresso delle Corderie, da un lato, e la cosiddetta “prima sala” del padiglione ai Giardini, dall’altro (spazio esteso per definizione, oscillante negli anni tra facciata, Rotonda, grande atrio o combinazioni più o meno fortunate), condensano la visita, perché qui la forma stessa dell’allestimento coincide con la materia del discorso.

Rimangono esemplari, sotto questo profilo, l’apertura di Reporting from the Front della mostra curata da Aravena nel 2016 alle Corderie, con quella sintesi così sicura di invenzione curatoriale e postura politica, e la coppia Rotonda/Atrio degli Elements di Koolhaas, dove l’impianto espositivo si trasformava in un vero e proprio diagramma banhamiano del controllo climatico, sospeso tra ironia filologica e lucidità analitica.

LE OPERE STATEMENT ALL’INIZIO DELLE CORDERIE: TERMS AND CONDITIONS E TERZO PARADISO

L’edizione 2025, pur amputata del padiglione ai Giardini, ha confermato questo schema concentrandosi sul solo ingresso alle Corderie, un luogo che tentava di esprimere l’iniquità del comfort climatico e gli effetti della crescente artificializzazione dell’ambiente abitato sbattendo addosso ai visitatori un intenso calore (scarto derivante dal raffreddamento delle sale espositive situate più avanti). Un artificio che finiva per evocare, forse involontariamente, proprio gli esempi di Aravena e Koolhaas, sotto forma di una griglia di motori di condizionatori (Terms and Conditions, di Transsolar, Bilge Kobas, Daniel A. Barber, Sonia Seneviratne) sovrastante alcune vasche d’acqua la forma delle quali riproponeva, per l’ennesima volta, uno dei lavori forse meno rilevanti di Pistoletto, il Terzo Paradiso. L’insieme produceva un effetto ambiguo: dichiarazione di principio e, al contempo, caricatura della retorica climatica, puntualmente smontata dalla critica che ne ha rilevato l’inconsistenza e la falsità, data la presenza di radiatori abilmente celati che diffondevano calore nella sala.

The Third Paradise, Perspective Photo by Marco Zorzanello, Courtesy La Biennale di Venezia

NON LASCIATEVI INGANNARE DALLA PRIMA IMPRESSIONE

L’impressione dunque, è che per comprendere davvero la Biennale bisognasse resistere alla tentazione di lasciarsi sedurre da questa copertina da coffee table book, e osservare invece — come accade con certe sagaci invenzioni editoriali — la “costa” del volume. Arretrare di qualche passo, svoltare a sinistra, imboccare la stretta calle laterale che conduce al cuore dell’Arsenale, e, a quel punto, sollevare lo sguardo scorgendo la grande gru gialla che dominava la prospettiva di un lungo edificio in costruzione: il cantiere del futuro archivio storico della Biennale. È qui che verrà concentrata l’intelligenza prodotta nelle edizioni passate e future, in un centro studi destinato a trasformare la Biennale in un luogo di lavoro continuativo, oltre la dimensione effimera dell’evento.

Questo era solo uno dei diciannove cantieri attivi nei mesi della manifestazione, tutti da consegnare entro il 2026 per soddisfare i vincoli del PNRR: adeguamenti strutturali e climatici, messe in sicurezza, nuove infrastrutture, cablaggi, restauri, ricostruzioni. Un arcipelago di architetture in divenire che, ai Giardini, ha coinvolto anche padiglioni nazionali, come quello della Francia.

UNA BIENNALE TRANSITORIA MA DUREVOLE ALLO STESSO TEMPO

Quella che abbiamo vissuto è stata pertanto un’edizione transitoria, di passaggio, e proprio per questo irresistibilmente architettonica: costruttiva, durevole. Un’edizione “fatta per durare”, solida come il cemento che sembrava essere la materia più abusata nel sito dei Giardini. Una Biennale che, nella sua condizione di “cantiere aperto”, rendeva evidente — con buona pace dell’ego degli architetti — che solo l’esposizione di architettura (e non quella d’arte) potesse pagare il prezzo della trasformazione strutturale in corso.

Strizzando l’occhio a un pubblico ingenuo senza concedergli neppure la generosità della complessità, la sezione curatoriale principale ha finto che la sincerità non contasse, riproponendo l’eterna retorica lecorbuseriana degli “occhi che non vedono”. In fondo siamo ancora negli anni Venti, seppur di un altro secolo. L’operazione batailliana di Ratti è stata encomiabile. Il suo surrealismo esemplare! Venire a smontare gli egocentrismi della Strada Novissima in un dizionario informe (vagamente sezionato nella impercettibile e bislacca triade di aggettivi non omologhi: artificiale, naturale, collettiva) ha fatto arrabbiare i suoi sodali del jet-set design ai quali non pareva vero di tornare in auge, salvo poi ritrovarsi sbattuti a terra sul pavimento di un bagno, o relegati in pannelli che li rendevano irriconoscibili e omologanti a coloro che giudicano come irrilevanti…

Elephant Chapel, Photo by Marco Zorzanello, Courtesy La Biennale di Venezia

Questo desiderio di “esserci tutti” ha mostrato ancora una volta quanto cruciale sia il carattere di lunga durata nel determinare la fortuna della Biennale: la sua capacità di accumulare nel tempo, di produrre coscienza e rappresentazione per Paesi che avanzano nella loro partecipazione (Slovenia, Albania, Lettonia), per altri che aspirano a un ruolo definito (Argentina, Messico), o che espandono la propria influenza (Vaticano). Non resta che sperare che, nello scegliere chi curerà la prossima edizione, l’istituzione lo comprenda fino in fondo e restituisca finalmente spazio a una riflessione sull’architettura come storia: una prospettiva che, fatta eccezione per la geniale intuizione dell’edizione pandemica, manca ormai da troppo tempo.

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Roberto Zancan
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