I (quasi) 50 anni dell’unica Biennale del Centro America

In Guatemala la 24.ma Bienal de Arte Paiz, a cura di Eugenio Viola, s’infila tra musei e rovine, indagando la relazione tra contemporaneo e ancestrale, tra ferite aperte e sguardi al futuro. Con tutte le sue ramificazioni.

La Bienal de Arte Paiz ha quasi cinquant’anni: nata nel 1978 con l’ufficializzazione della prima edizione, è la sesta più antica del mondo e l’unica del Centro America. E, aggiungiamo, è una delle poche che, da allora, è riuscita a sopravvivere al fenomeno della Biennalizzazione globale e alla sua relativa implosione, senza perdere un’edizione.

“Quello che ho cercato di inserire, in questa Biennale, è stata anche una visione del conflitto globale: è esattamente quello che manca in molte mostre e progetti espositivi. C’è, in linea generale, un’epurazione delle questioni politiche, mentre per me tutta l’arte non solo è sempre contemporanea, ma anche politica”: è il “pensamento” di Eugenio Viola, attuale direttore del Museo di Arte Moderna di Bogotà, in Colombia, e curatore della 24.ma edizione della Bienal, diffusa in dieci sedi tra le città di Antigua e Città del Guatemala, in corso fino alla metà di febbraio.

Maria Adela Diaz, Futuros invisibles, 2025, MUNAG, courtesy Fundación Paiz, ph. Sergio Muñoz

46 ARTISTI DA 5 CONTINENTI, UN IMMAGINARIO COMUNE

In scena 46 artisti da cinque continenti – di cui 31 coinvolti in altrettante nuove produzioni promosse dalla Fundación Paiz per la Biennale, a interpretare il tema de L’Albero del Mondo – El árbol del mundo, una delle possibili visioni cosmogoniche del più vasto “Albero della vita” che appartiene tanto alle culture mesoamericane, oceaniche e nordiche, e che fu anche delle popolazioni dell’attuale area europea, prima dell’arrivo dei Lumi e del successivo Capitale.

E come ricorda Viola, che prima di occupare la direzione del MAMBO colombiano è passato anche per il PICA, Perth Institute of Contemporary Art, in Australia – altro Paese che come tutti quelli del continente americano nacque geopoliticamente dalla colonizzazione, “si tratta di riconoscere che il nostro punto di vista occidentale non è l’unico possibile e che altri mondi, ben più antichi, hanno contribuito a costituire un immaginario di cui, in parte, ci siamo anche nutriti e appropriati”.

Sostare in Guatemala e osservarne il contesto, seppur molto velocemente, è forse il miglior punto di vista per intendere i sogni e i conflitti (giusto per citare un altro titolo biennalesco) che fanno parte di questo Albero del Mondo: nel piccolo Stato le tradizioni ancestrali continuano vivissime nella vita di tutti i giorni, creando un sincretismo evidente che si diffonde tra culti, abbigliamento, cucina e rituali. Una condizione più visibile, chiaramente, nei paesaggi rurali un po’ più distanti dai grandi centri, e che la Biennale – specialmente per quanto riguarda le partecipazioni di artisti guatemaltechi –  ci restituisce sotto le spoglie dell’arte visiva.

C’è per esempio Antonio Pichillá, che ricrea il ballo con una pietra, elemento che secondo la cosmogonia maya ha un ruolo decisamente importante nella vita e nella comunità, per il suo rappresentare gli ancestrali e dunque la saggezza e la conoscenza degli antichi che riuscirono a resistere all’invasione spagnola e alla relativa “canonizzazione”.

Antonio Pichillá, Serie de Espantapajáros y Espantahumanos, 2025, courtesy Fundación Paiz, ph. Sergio Muñoz

GLI ARTISTI EUROPEI, CHI CONVINCE E CHI FA STORCERE IL NASO

Passando alle partecipazioni provenienti dall’altro emisfero, quello europeo, c’è ORLAN, che in relazione a una serie di manufatti appartenenti alla collezione della Ruta Maya, nel Centro di Cooperazione Spagnola a Antigua, ibrida il suo volto usando gli elementi di maschere tradizionali, con risultati che però hanno fatto storcere il naso a più di un addetto ai lavori, duranti i giorni di opening.

Ancora ad Antigua, nelle sale del MUNAG – Museo Nazionale d’Arte del Guatemala, c’è Tania Candiani che mette in atto la potenza del suono della natura, un respiro impetuoso e inquietante; Kimsooja con il suo intervento To Breathe – Zone of Nowhere, dove l’artista ibrida bandiere per porre l’attenzione sulla precarietà della geografia politica e delle sue regole incostanti; Igor Grúbic, che tra le rovine del Convento della Recolección offre un progetto quasi “botanico”, basato sulla flora locale “in movimento” grazie all’intervento dalla propria natura.

A Città del Guatemala, al Centro Cultural de España, da segnalare il bell’intervento di Jorge De León, che unisce in pittura le immagini dei manufatti originari della cultura maya e l’esodo delle popolazioni del Centro America verso gli Stati Uniti. L’italiano Diego Cibelli, nel suo splendido progetto al Centro Cultural Municipal (Edificio de Correos Central), mischia l’iconografia mesoamericana con l’immaginario etrusco e romano, mentre Elyla, artista non binari* rappresentat* in Italia dalla Galleria Giampaolo Abbondio, offre un percorso in tre atti a unire la figura dell’albero ai processi di identità di genere rapportati alla cultura ancestrale della propria terra originaria, il Nicaragua.

UNA BIENNALE DIFFICILE DA INQUADRARE, E PROPRIO PER QUESTO INTERNAZIONALE

Una Biennale, L’Albero del mondo, che a volte è difficile inquadrare proprio per la scelta di aver lasciato aperto i cammini, “intrusa” in spazi che ad altre latitudini avremmo definito come molto problematici ma in fondo, come puntualizza Eugenio Viola, bisogna sempre pensare ai contesti. Perché va ricordato, infatti, che è attraverso L’Albero del Mondo che la manifestazione ha assunto una dimensione propriamente internazionale e, dunque, si è dato inizio al futuro sguardo della Bienal sul mondo, come dichiarato anche dalla Presidente della Fondazione Paiz, Maria Regina Paiz, e dalla Direttrice Esecutiva, Sonia Hurtarte Aguilar. Con l’auspicio che anche “domani” le opere continuino a non limitarsi a raccontare la realtà e le sue problematiche, ma ad attivare processi di trasformazione e rilettura critica del proprio presente.

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Matteo Bergamini
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