Looking For Palestine. Quando le evidenze spaziali denunciano una distruzione sistematica

A Bologna l’estetica investigativa di Forensic Architecture è protagonista della VII edizione della biennale FOTO/INDUSTRIA

Nel cuore del centro storico di Bologna, la VII edizione della biennale FOTO/INDUSTRIA si dirama in sette sedi espositive sotto l’ampio spettro del tema HOME, affrontato qui come dispositivo politico, sociale, simbolico e intimo. Diretta da Francesco Zanot e aperta fino al 14 dicembre, la biennale ospita in totale dieci mostre diffuse, più quella ospitata al MAST dedicata a Jeff Wall. In questo mosaico, il tassello che mi è sembrato più urgente da raccontare, al di là del valore artistico di tutta la biennale, è la mostra Looking for Palestine di Forensic Architecture, allestita negli spazi ipogei di Sottospazio – Palazzo Bentivoglio Lab.

FORENSIC ARCHITECTURE: IL COLLETTIVO CHE INDAGA LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI E I CRIMINI DI STATO

Forensic Architecture (FA) è un centro di ricerca con base alla Goldsmiths University, Londra. Sin dal 2010, questo progetto multidisciplinare formato da architetti, sviluppatori, videomaker, modellatori 3D, artisti, filosofi, giornalisti investigativi, scienziati e avvocati mette in campo le proprie competenze trasversali per indagare violazioni dei diritti umani e crimini di stato in ogni parte del mondo. Nello specifico, il termine “architettura forense” indica la produzione e l’esposizione di evidenze spaziali e visuali come strumento di denuncia e demistificazione delle forme di invisibilizzazione, occultamento e manipolazione mediatiche, politiche e propagandistiche verso crimini istituzionali e statali contro singoli individui, popoli e ambiente. Creando una vera e propria estetica investigativa, forense e operativa, FA espone le sue ricerche nei tribunali internazionali come nelle istituzioni culturali più importanti del mondo, diventando un caso emblematico dei confini sfocati e delle possibilità che possono instaurarsi tra arte, ricerca scientifica e attivismo politico.

Fotomontaggio di un fotogramma tratto da un filmato d'archivio del sopravvissuto alla Nakba Salman Abu Sitta che torna per la prima volta al villaggio di famiglia di al-Ma'in nel 1995, geolocalizzato all'interno della ricostruzione digitale di Forensic Architecture del villaggio così com'era nel 1948. Media esterni per gentile concessione di Palestine Land Society. Da Ritorno ad al-Ma'in, courtesy Forensic Architecture, 2025.

A partire dalla pratica di FA, diverse sono le pubblicazioni esistenti edite anche in italiano, soprattutto firmate dal fondatore del progetto, Eyal Weizman, tra cui di recentissima traduzione Estetiche Investigative. Confitti e commons nella politica della verità (Krisis Publishing, 2025), scritto insieme a Matthew Fuller. Oltre alla ricerca teorica, proprio nell’ottica di rendere questo dispositivo di denuncia il più visibile possibile, sul sito ufficiale è possibile trovare un archivio in movimento con moltissime delle indagini prodotte, comprese quelle esposte all’interno della mostra allestita nello spazio sotterraneo di Palazzo Bentivoglio.

LOOKING FOR PALESTINE. LA MOSTRA CHE MAPPA I VILLAGGI PALESTINESI DISTRUTTI DAL 1948

Complessivamente, la mostra tenta di restituire, attraverso mappe, modelli digitali, documenti di vario tipo e documentari, la memoria e le testimonianze dei villaggi palestinesi evacuati e distrutti a partire dal 1948.

Forensic Architecture rende operativi e movimenta letteralmente immagini d’archivio e mappe riarticolandole a ricostruzioni tridimensionali, componendo una grammatica visiva con delle regole e delle funzioni precise; tuttavia, in alcune opere non ci sono esclusivamente tecnica, metodologica ed estetica forensi, ma anche racconti e testimonianze dirette, come avviene nella già citata inchiesta sul massacro al villaggio al-Dawayima. Il documentario, che si concentra sulla distruzione del villaggio avvenuto nel 1948 durante la prima Nakba, incrocia ricostruzioni in 3D, foto d’epoca e interviste a due civili palestinesi sopravvissuti, Mohammad Ismail Al-Qaisiya (Abu Bassam) e Maryam Ahmed Shehadeh Al-Amiri (Umm Nasser), che attraverso l’aiuto delle immagini – veri e propri dispositivi politici di recupero mnestico – tentano di ricostruire fatti e avvenimenti vissuti quando erano appena dei bambini. Tra i frammenti, Abu Bassam ricorda come fu “letteralmente un massacro”, in cui tutti vennero trucidati e ammassati in una sola pila, dopo essersi rifugiati in una piccola grotta in cui non vi era via d’uscita. In questa pila c’erano anche i suoi genitori.

Intervista con Maryam Ahmed Shehadeh Al-Amiri (Umm Nasser), 22 giugno 2024. Courtesy Forensic Architecture, 2025.

ESTETICHE DELLA RESISTENZA QUOTIDIANA A GAZA IN MOSTRA A BOLOGNA 

L’altro elemento della mostra che mi ha colpito particolarmente – sul piano concettuale – è una piccola videoinstallazione di due video verticali pubblicati sui social da civili palestinesi, montati qui su schermi in formato smartphone. I video mostrano alcuni “atti di resistenza quotidiana a Gaza”: nello specifico, in un primo video, i volantini con gli ordini di evacuazione lanciati dall’IDF vengono accartocciati e usati per accendere il fuoco, mentre nel secondo diventano coni per i falafel.

Atti di resistenza quotidiana a Gaza. Looking for Palestine, Forensic Architecture, Sottospazio – Palazzo Bentivoglio Lab, 2025, foto dell’autore.

Lo spazio espositivo ha qui il ruolo di prendere queste immagini e toglierle dalla loro fruizione usuale, quella monoporzione immersa in un flusso infinito di scrolling. La ricollocazione spaziale dei video – seppur brevissimi – in uno spazio de-noised adibito alla riflessione critica e non all’intrattenimento, all’ottundimento delle facoltà mentali e all’estrazione di dati, mostrano come il problema principale di quelle che potremmo chiamare estetiche della resistenza, all’interno del più ampio spettro dell’estetica delle guerre contemporanee, non sia un problema in sé della nostra perdita di empatia o della perdita di potere delle immagini in sé, ma piuttosto di un problema, anche qui, architettonico – in questo caso dell’approccio capitalistico delle piattaforme al software e alle interfacce. Senza volerlo, anche questa piccola video-installazione crea un’operazione di architettura forense che restituisce il potere originario dell’atto di resistenza registrato: il détournement dei volantini infami è la rivincita di un’infanzia che – pur immersa nella morte e nel trauma – riesce a reagire, ridere, sbeffeggiare il male e i suoi supporti mediatici.

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Christian Nirvana Damato
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